Un museo per il Barolo

Nelle langhe piemontesi, il Castello Falletti offre un percorso emozionale e sensoriale dedicato al Barolo, vino tra i più noti e amati al mondo

Un museo per il Barolo

Metti un piccolo borgo di 625 abitanti nelle Langhe piemontesi (dichiarate nel 2014 dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità), un castello e un calice di vino: la magia è presto fatta! Proprio qui, infatti, il vino diventa emozione, esperienza sensoriale e culturale a tutto tondo: ci troviamo nel comune di Barolo, in provincia di Cuneo, patria del celebre e omonimo vino rosso, eccellenza dell’enologia italiana riconosciuto in tutto il mondo e titolare del marchio DOCG. 

Oltre ai vigneti e alle meravigliose cantine (come le cantine Marchesi di Barolo, quelle originali in cui la Marchesa produsse il suo celebre vino), è nel Castello Falletti che il vino diventa emozione vera in un percorso museale innovativo ed esperienziale in cui è possibile visitare l’Enoteca regionale del Barolo (dove è selezionata la produzione più pregiata dei vini locali e ovviamente dell’omonimo Barolo DOCG) e il WiMu, il Museo del vino delle Langhe, un autentico viaggio nella passione di Bacco e nella storia dell’umanità al contempo.

L’antico Castello millenario, costruito intorno all’anno 1000, oggi sede del Museo da più di un decennio, domina dall’alto l’ampio sistema di colline coltivate ad uve nebbiolo e con la sua storia rappresenta il cuore dell’intero territorio. Fu verso il 1250  che il feudo della zona passo in possesso della famiglia Falletti la cui dinastia rimase proprietaria del Castello fino al 1864, periodo in cui la marchesa Giulia Colbert (sposa del Marchese Tancredi Falletti) sperimentò per prima il metodo di vinificazione del Barolo così come lo conosciamo oggi.

Nel Wine Museum non si entra solo per esplorare la storia del vino Barolo, le tecniche di produzione e le moderne innovazioni tecnologiche del settore. A differenza di altri musei dedicati al vino, al WiMu si respira un’aria intrisa del profumo di vino ed è palpabile la dimensione poetica e culturale dello stesso attraverso la storia di una famiglia e soprattutto di un territorio speciale ed unico (si pensi per esempio al caratteristico microclima che favorisce la coltivazione di uve pregiate).

Visitando il museo si entra in contatto con la dimensione antropologica di un alimento che accompagna la storia dell’uomo e delle civiltà, da quella egizia (in cui il vino era posto nelle tombe come accompagnamento al defunto verso l’aldilà), ai riti in onore di Dioniso, ai banchetti degli antichi Greci e Romani, fino alle più moderne culture che dall’Europa hanno esportato il piacere e la cultura del vino in tutto il mondo. Si pensi, solo per fare un esempio, alle parole del poeta Jorge Luis Borges che nel suo sonetto del vino recita “nella notte del giubilo o nella giornata avversa esalta l’allegria o mitiga lo spavento”.

Il WiMu è perciò un museo che va oltre il semplice racconto del come si fa il vino: è piuttosto il luogo in cui si celebra il legame del vino con l’uomo. Questo è l’intento che ha animato François Confino autore e curatore degli allestimenti del museo (che ha aperto le sue porte nel 2010) e che propone un viaggio interattivo ed emozionale nel mondo del vino inteso come prodotto e produttore di cultura. Nelle sue parole l’intento del WiMu: “il vino è capace di accompagnare l’evoluzione di intere civiltà, permearne le espressioni artistiche e plasmare il volto di interi territori”. 

L’intento del percorso di visita si concretizza in una immersione nella cultura del vino e nella suggestione dei suoi miti che fisicamente corrisponde al passaggio dalla terrazza panoramica del Castello giù fino alle cantine. L’itinerario si snoda infatti partendo dal terzo piano dedicato ai tempi del vino, qui si impara ad osservare la nascita del prodotto come il frutto del lavoro della natura, in un processo lungo e delicato, laborioso e cadenzato dal ciclo della vite, dal lavoro del vignaiolo, dal passaggio del mosto nei tini ed infine nelle bottiglie. In questo primo approccio si apprende l’attesa paziente per un vino che nasce, cresce e diventa grande nelle botti.

Si prosegue scendendo al secondo piano dedicato alla scoperta del vino nella storia e nelle arti, compagno dell’uomo e dello sviluppo della civiltà. Proseguendo al primo piano si entra nella storia della famiglia Falletti e si percepisce la presenza e il passaggio in quei luoghi di personaggi come Silvio Pellico, Cavour e Carlo Alberto protagonisti dell’epopea risorgimentale e finanche della nascita del Barolo.

Scendendo ancora al piano -1 si arriva al Collegio Barolo e al Tempio dell’Enoturista. Si arriva infine al piano -2, nelle antiche cantine del castello in cui oggi ha sede l’Enoteca regionale del Barolo in cui sono rappresentati gli 11 paesi delle langhe in cui il Barolo viene prodotto. Qui il vino assume definitivamente la sua dimensione più concreta da gustare.

Usciti da questa esperienza culturale e multisensoriale, certamente si guarderà un calice di vino con occhi diversi! Per concludere la visita nella patria del vino vale la pena una visita anche al Museo dei cavatappi interamente dedicato ad un oggetto solo apparentemente semplice e banale che nasconde interessanti curiosità. Anche in questa stagione autunnale, Barolo, con le sue dolci colline, la varietà di paesaggi e le vaste distese di vigneti, è il lugo ideale per riempirsi gli occhi di bellezza naturale, imparare a conoscere la storia e la produzione del vino e gustarne l’eccellenza. 

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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