New York, New...Box!

Nella Grande Mela, famosa per il suo street food, dal 1° gennaio vige il divieto di vendita di alimenti e bevande in contenitori di polistirolo

New York, New...Box!

Gli americani li conoscono con il nome di “foam boxes”: stiamo parlando dei classici contenitori in polistirolo, idonei per contenere i più tipici cibi da fast e street food. Il loro aspetto ricorda quello di una “schiuma” – come racconta il loro stesso nome – ed ogni anno, solo nella città di New York, se ne gettano nei rifiuti circa 27 mila tonnellate, intasando le discariche.

E’ per tale motivo che dal 1° gennaio 2019 nella Grande Mela è entrato in vigore il Foam Ban, ovvero l’assoluto divieto di utilizzare contenitori per alimenti usa e getta in polistirene, rivolto a qualsivoglia tipologia di esercizio di somministrazione.

Un’azione che si spera davvero contribuisca a ridurre l’impatto ambientale derivante dal consumo di hot dog e hamburger in primis, ma anche bicchieroni in cui portar via caffè  e bevande, e vere e proprie “stoviglie” in polistirolo di uso comune negli States, come piatti e ciotole

Ma qual è il problema in questo materiale? L’eccessivo costo del suo riciclo, che ha generato in America (e non solo) l’assenza della possibilità per il cittadino di inserirli in appositi contenitori dedicati, andando dunque a costringerlo ad aggiungere materiali inquinanti all’interno dei rifiuti indifferenziati.

Di questo divieto si parlava già da alcuni anni, ma molti ristoratori si opposero alla sua sola proposta. Al momento, la nuova “legge” concede sei mesi di tempo ai commercianti per lo smaltimento delle giacenze. A partire dal primo luglio, correranno invece il rischio concreto di multe che ammonteranno fino a 1.000 dollari se verranno colti in flagranza e non avranno ancora adottato soluzioni alternative (come alluminio, carta, vetro e altri materiali compostabili). L’utilizzo dei contenitori in polistirolo rimarrà consentito solo nella vendita di carne e pesce crudi.


Fonte: lifegate.it

Scritto da Redazione ProDiGus

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