Martini Cocktail

Scopriamo tutto sul drink simbolo dell’iconico James Bond, dalla sua storia alle varianti, fino agli abbinamenti con i cibi

Martini Cocktail

Quando si parla di cocktail, nella nostra mente si forma subito l’immagine di qualcosa molto attraente per la vista, per gli accattivanti colori e l’aggiunta di “dettagli” di gusto e bellezza (olive, cipolline, scorze di limone, ghiaccio tritato, fragole, fetta di pesca, frutti di bosco, e chi più ne ha più ne metta). Tutti questi elementi sono proprio quelli alla base dell’origine del termine “cocktail”, cioè coda di gallo, inconfondibile perché variopinta. Famose in questo ambito erano le piume di gallo vere e proprie che Betsy Flanagan (albergatrice e moglie di un rivoluzionario francese) nel 1779 serviva nei drink per decorarli: si narra che un cliente soddisfatto, un bel giorno abbia esclamato: “Vive le cocktail!” (ovvero, evviva le piume di gallo). 

Al contempo, è impossibile non collegare ad uno specifico cocktail l’iconica figura di James Bond, l’agente 007 dei romanzi di Ian Fleming: parliamo naturalmente del cocktail Martini (anche chiamato viceversa, ovvero Martini cocktail), che ancora oggi è sempre di moda e al contempo non riesce a svincolarsi dall’immagine dell’attore Sean Connery (Edimburgo 25/8/1930 – Nassau 31/10/2020) e degli altri suoi successori della serie, non fosse altro che per la pronuncia della famosa frase rivolta al barman: “un Vodka Martini, agitato, non mescolato”. 

Per non parlare poi del film in cui Bond descrive con estrema cura al barman, il cocktail che ha ordinato: “Martini secco, in un calice da champagne. Tre parti di Gordon, una di vodka, mezza di Kina Lillet. Scuotere bene finché è ben ghiacciato, poi aggiungere una scorza di limone lunga e sottile”. Diciamo subito che Kina Lillet era un liquore al chinino (a base di corteccia di china - Cinchona succirubra - oggi non più prodotto e sostituito dal Lillet Blanc, un vino aromatizzato agli agrumi, prodotto in Francia) e che quello descritto da Bond era il Vesper Martini, quindi non il classico Martini Dry, da cui la differenza agitato, non mescolato (shaken, not stirred).

Ci troviamo quindi di fronte a un simbolo internazionale di raffinatezza e buon gusto nell’ambito del bere, specialmente lontano dai pasti, ma non sarebbe da meno se lo sorseggiassimo in prossimità di questo.

Precisiamo subito che non esiste alcun legame tra questo cocktail e la famosa casa torinese produttrice di vermouth (vino liquoroso e aromatizzato creato a Torino nel 1786, riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale italiano), anche se proprio il prodotto di bandiera della casa, cioè il vermouth dry, è l’attore principale della scena tra le mani del barman. 

Il Martini nasce nel 1912 a New York grazie al barman Martini (non si ricorda il nome ma solo il cognome), di origini liguri (per l’esattezza era nativo di Arma di Taggia, Imperia), che svolgeva il proprio lavoro presso l’Hotel Knickerbrocker. L’origine è contestata però dalla cittadina di Martinez,  capoluogo della contea di Contra Costa in California, sulla costa ovest americana vicino a San Francisco, dove sembra che già nel 1860 fosse in voga un cocktail denominato Martinez come la cittadina, fatto con gli stessi componenti del Martini classico (gin e vermouth secco) ma con l’aggiunta di Cointreau (vedi avanti triple sec) e qualche goccia di Angostura per conferire un retrogusto amaro molto gradito al magnate J.D. Rockefeller, per il quale il Martinez sarebbe stato creato da un non meglio identificato barman

Altra versione del racconto vuole che un barman di nome Martinez di New Orleans lo abbia creato verso la fine del 1800. Un’altra leggenda è quella che vede il Martini ideato dallo stesso Ian Fleming. Per ultimo: c’è chi afferma che sarebbe stato ideato da Gilberto Preti, barman italiano.

Due parole sull’ Angostura: aromatizzante presente in tanti cocktail, usato sia nella bevanda che per esempio  su zollette di zucchero insieme ad altri aromatizzanti come Tabasco (salsa piccante ricavata dall’omonimo peperoncino) e Worchester (slasa inglese dal gusto agrodolce e appena piccante), prende il nome dall’ omonimo municipio nello stato del Bolivar, in Venezuela, dove fu ideato, negli anni venti del 1800, da J.G.B. Siegert, il quale pose in infusione in rum la corteccia della Cusparia galipea (o sinonimo Angostura trifoliata), ottenendo un infuso amarissimo e aromatico.

Il Martini classico, o Dry Martini, è riconosciuto ovunque come simbolo inconfondibile delle bevande miscelate, e viene classificato, con le sue varianti, tra i vermouth drink, di tipo short (tra 6 e 9 cl, quindi tra 60 e 90 gr), pre-dinner (quindi adatto come aperitivo, anzi possiamo definirlo senza tema di smentita alcuna, il re degli aperitivi!). Può essere perciò consumato prima dei pasti, sia a mezzodì che a sera. La base alcolica di questo cocktail è il gin, e va bevuto in coppetta da cocktail (si tratta di un bicchiere con stelo sottile e allungato, e bevante a cono rovesciato). La forma consente di non toccare la coppa con le mani perché il cocktail freddo si riscalderebbe; la capacità è di 6 – 6,5 cl (60 – 65 g) di liquido.

La ricetta classica del Martini Dry è questa: 8/10 di gin e 2/10 di vermouth dry da mettere insieme a dei cubetti di ghiaccio cristallino, nel mixing glass (grosso bicchiere di vetro della capacità di 50/70 cl, fornito di strainer - per trattenere il ghiaccio filtrando il drink freddo nel bicchiere – e di un lungo cucchiaio – stir - per miscelare i liquidi nel mixing glass) in modo da miscelare velocemente e delicatamente gli ingredienti (cosa che non farebbe il classico shaker in cui si ha agitazione dei liquidi). Quando freddo al punto giusto, versate il Martini Dry nella coppetta da cocktail, filtrando il ghiaccio con lo strainer. La preparazione si completa spruzzando la buccia di un limone o con un’oliva verde nel bicchiere. 

Del cocktail Martini esistono diverse varianti: Martinez cocktail, Hemingway, Dry Martini Traditional, Dry Martini Dry, Dry Martini Extra Dry, Tequini.

Martinez cocktail si prepara con 1,5 cl di London Gin (1/2 oncia), 2,25 cl di vermouth dry (3/4 di oncia), uno spruzzo di Orange Bitter (essenza di agrumi, olio di arance dolci e amare, spezie ed erbe officinali) e uno di Triple Sec (liquore incolore, trasparente, aromatizzato con arancia, gradazione alcolica finale oscillante tra 25° e 45°, di cui un classico esempio è il Cointreau a 40°), preparati come la ricetta principale, decorando il bicchiere con una scorzetta di limone. 

La variante Hemingway fu ispirata proprio dal famoso scrittore omonimo (Ernest), miscelando una parte di vermouth dry con 15 parti di London Gin. Il Dry Martini Traditional si prepara con 2 parti di gin e una di vermouth; il Dry Martini Dray con 5 parti di gin e 1 di vermouth dry; il Dry Martini Extra Dry con 8 parti di gin e 1 di vermouth dry; il Martini Tequini si prepara miscelando 8 parti di tequila (bevanda messicana, ottenuta dalla fermentazione e successiva distillazione del macerato di Agave Blu) e 2 di vermouth dry. Proseguendo: il Perfect Martini si ottiene con la dose del vermouth dry formata però per metà dal tipo rosso e per metà dal tipo bianco; lo Smoky Martini vede l’impiego di una goccia di Scotch; il Dirty Martini prevede l’aggiunta di qualche goccia di salamoia di olive; il Martini Gibson (dal nome dell’ ideatore) prevede l’impiego di 9/10 di gin e 1/10 di vermouth dry, cipollina invece dell’oliva verde, nessuna scorza di limone; concludo con il famoso e cinematografico Vodka Martini di James Bond, preparato sostituendo il gin con la Vodka (acquavite russa ottenuta da cereali e patate, talvolta anche melassa dalla lavorazione della barbabietola da zucchero), shaken, not strirred (alla lettera: scosso, non stirato; per il senso italiano: agitato, non mescolato, esattamente il contrario della regola che lo vuole miscelato e non shakerato!) per essere diversi infrangendo le regole classiche della preparazione di un Martini: ma siamo solo in un film!

Se poi si vuole bere un Martini Very Dry, cioè un Martini dal sapore più morbido, seguendo quanto affermano gli esperti, si può avvinare la coppa da cocktail con del vermouth, spremere una buccia di limone sulla superficie del liquido in modo da trasferirvi gli oli essenziali, usare la stessa scorzetta come guarnizione. Altra piccola variante dai patiti del gusto secco è quella che vede mescolare il vermouth col ghiaccio che poi viene eliminato, aggiungendo il gin solo alla fine, insieme anche a 2-3 olive in salamoia, infilzate su stecchini.

Concludiamo invitando tutti a preparare questo semplice ma al contempo ineguagliabile cocktail, magari provando di volta in volta le diverse varianti e vari abbinamenti di stuzzichini per aperitivi pre-dinner con un buon cocktail Martini: consigliamo soprattutto l’accompagnamento a degustazioni di prodotti ittici dal sapore non eccessivamente delicato (che sarebbe “coperto” dalle note profumate intense del cocktail). Un ottimo spunto, che ci ha dato il nostro direttore e “masterchef del gusto” Fabio Campoli, saranno degli spiedini preparati alternando cubetti di salmone marinato, di ananas fresco e olive verdi, o ancora dei freschi involtini di bastoncini di cetriolo racchiusi in fette sottili di filetto di tonno affumicato. 
 

Note bibliografiche

  • Cocktail - Guide compact, Ed. De Agostini
  • I grandi libri del vino & co, Ed. Gribaudo
  • F. Mastellari, I cocktail mondiali. Tutti i cocktail approvati dall'IBA, Ed. HOEPLI
  • A. Bertelli, Grande libro dei cocktail, DIX Editore

Scritto da Sara Albano

Diplomata al liceo linguistico internazionale di Taranto, sua città di nascita, raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi nella food valley d’Italia, conseguendo la laurea magistrale in scienze gastronomiche presso l’Università di Parma, per poi intraprendere un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania, dopo il quale ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl,  dove si occupa oggi di back office, redazione e project management a 360°, sia in ambito di ristorazione ed eventi, che in ambito di attività che coniugano la gastronomia ai settori dell’editoria, del marketing e della comunicazione. 

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