Tamarillo & Sapodilla

Curiosando tra due frutti esotici coltivati anche in Italia: sono il tamarillo e la sapodilla, ricchi di buon gusto e ottime proprietà

Tamarillo & Sapodilla

Molte sono le piante esotiche da frutto (sia tropicali che subtropicali) introdotte nei secoli nel nostro paese. Alcune si sono affermate e vengono coltivate anche da noi, di norma nelle grandi isole e nel Sud (vedi mandarino. kaki, kumquat, actinidia), mentre lo hanno fatto in areali molto limitati (ananas, banano, anona, avocado, mango,ecc.), restando perciò soltanto oggetto di curiosità, circoscritte in orti botanici di vari enti, in ville patrizie, o nei giardini di pochi amatori. Senza dubbio sono proprio queste ultime che suscitano il maggior interesse del curioso di novità e rarità, ed è proprio su alcune di esse che voglio dire due parole.

Partiamo allora dal tamarillo, pianta sempreverde originaria del Perù, Cile, Ecuador, Colombia e Bolivia, botanicamente specie Cyphomandra betacea, chiamato albero del pomodoro. In effetti è una pianta della famiglia delle Solanacee (come appunto il pomodoro), arbustiva poliennale, che produce frutti (tamarillos) molto simili ai pomodori. Pianta alta fino a 4 m, si è acclimatato nel nostro Paese nell’areale degli agrumi.

Il frutto del tamarillo è una bacca ovoidale (40 g di peso in media) di colore rosso vivo, con un peduncolo più lungo rispetto al pomodoro, la polpa è di color giallo – arancio (fino al rosso e al viola), di sapore dolce – acidulo che fa ricordare molto il pomodoro. Giunto in Italia dalla Nuova Zelanda, lo si ritrova in giardini dell’Italia meridionale, Sicilia, Campania (specialmente nella zona vesuviana, dove molti esemplari vegetano e fruttificano senza difficoltà) e Riviera ligure. Altri Paesi però lo coltivano con successo, come Ruanda, Sudafrica, India, Cina, USA, Australia, Portogallo, Paesi in cui le cultivar più diffuse sono Ruby Red (neozelandese), Oratia Red, Ecuadorian Orange, Goldmine (neozelandese), Rothamer (californiana)

I semi sono simili a quelli del pomodoro e possono essere usati per la riproduzione, ma anche per talea; la tecnica colturale ricalca ugualmente quella del pomodoro, per cui si semina in semenzaio e poi le piantine si trapiantano in pieno campo in primavera. Nelle zone agrumicole alcuni coltivatori (pochi in realtà, perche trattasi di piante esotiche e poco note) piantano il tamarillo negli agrumeti (file alternate o secondo altre proporzioni, in modo da avere un raccolto di tamarilli negli anni in cui l’agrumeto non è ancora in produzione: infatti mentre un agrume comincia a produrre validamente dal quinto anno, il tamarillo lo fa dal secondo, donando i suoi splendidi frutti da ottobre a maggio, producendo per 6-7 anni, massimo 12, dopodiché si possono spiantare i tamarilli e rendere l’agrumeto specializzato. La produzione di tamarillos ogni anno per pianta è di circa 20 kg al massimo, frutti che maturano scalarmente (come i pomodori) e sono climaterici, per cui continuano a maturare anche dopo il raccolto, purché conservati in luogo fresco e asciutto (diventano più dolci).

A tavola il tamarillo si mangia di solito tal quale, aprendolo in due e ricavando la polpa con un cucchiaino; molti appassionati trasformano i tamarillos in sciroppi, confetture, frullati, gelati, creme per torte, budini, misto a panna e fragole per farcitura di dolci, liquori, salse, ecc. Nel calcolo dello zucchero si tenga sempre presente che la polpa del tamarillo è un po’ asprigna anche se dolce, mentre per l’aggiunta di aromi per pasticceria si ricordi che è molto aromatica. Dal punto di vista nutrizionale apporta appena 35 kcal per 100 g di frutto, insieme a: 5,2 g di carboidrati (glucosio, fruttosio e saccarosio), 2,5 g di proteine, 0,72 g di grassi, 2.5 g di acido citrico, 0,32 g di acido malico, vitamine A, C, B6 ed E, β-carotene, calcio 25 mg, potassio 398 mg, magnesio 16 mg, ferro 0,22, oltre a sodio, rame, zinco, pectine (fibra solubile), antociani e altri terpeni colorati. 

I pomodori del tamarillo rappresentano in definitiva un alimento altamente salutare, visti i componenti nutrizionali, tutti utili alla buona salute dell’organismo (intestino, glicemia, ossa, occhi, colesterolo, ecc), senza influire troppo sul peso corporeo. Il tamarillo resta però a tutt’oggi una mera curiosità, sia per la coltivazione che per la degustazione, senza aspirare a divenire coltura da reddito, almeno in Italia ed Europa

Altra pianta esotica presente in Italia e che mi piace citare è la sapodilla, botanicamente identificata con la specie Anchras zapota (sin. Manilkara zapota), originaria dell’America centrale – Messico meridionale e Caraibi, dove è chiamata col nome azteco di Chicozapote, oltre che sapota, chikoo, chico, naseberry, nispero, venuta alla ribalta perché produce un lattice (bianco, gommoso e dolce chiamato chicle [chicleros sono i raccoglitori di questo lattice dalla corteccia], ottimo elemento naturale oggi purtroppo sostituito da gomme sintetiche derivate dal butadiene) usato nella fabbricazione della gomma da masticare, da cui la curiosità di conoscerne i frutti nelle zone in cui viene coltivata. La parola sapodilla deriva dallo spagnolo zapote o sapote, che a sua volta traduce dal messicano azteco “tzapotl”, termine che indica un frutto commestibile morbido (soapapple per l’inglese arrangiato dei Caraibi).

Nell’ambiente originario la sapodilla è un sempreverde, si sviluppa moltissimo, raggiungendo anche i 40 metri di altezza, normalmente i 20; essendo pianta tropicale, la Sapodilla si è, ovviamente, affermata nell’Italia meridionale, dato che non sopporta temperature prossime a 0°C, tanto da morire se esposta in età giovanile anche per poche ore. La pianta fiorisce ai tropici tutto l’anno ma fruttifica solo per due volte, producendo un frutto (con 1-6 semi piccoli neri e lucenti, simili a fagioli che ingozzano se si tenta di deglutirli) che è una bacca ovoidale o ellissoidale, con diametro fino a circa 10 cm, dalla polpa color salmone, consistenza tenera e granulosa (simile alla pera quando è molto matura), al gusto molto dolce e al naso aromatica. Se raccolto acerbo, il frutto contiene molta saponina (glicoside terpenico tipico della Saponaria officinalis) tossica per l’uomo e gli animali, stringente come i tannini (industrialmente se ne sfrutta tale qualità (quindi dalla sapodilla, lattice, frutti e saponina).

La sapodilla viene coltivata molto in Florida, specialmente con la cultivar Prolific (produzione abbondante e costante), Modelo (frutto grosso e pregiato) e Brown sugar (frutto molto dolce e aromatico); La sapodilla è molto coltivata essenzialmente in paesi asiatici (India, Pakistan, Indonesia, Cambogia, ecc) per il loro clima non freddo e molto umido, con risultati economici molto confortanti rispetto alle altre coltivazioni praticate. La si riproduce essenzialmente per seme, perché la tale non radica mai. Volendo divertirsi ad allevarla, bisogna scegliere luoghi riparati dal freddo, irrigandola molto in estate; chi vuole cimentarsi sappia che l’accrescimento è molto lento e i primi frutti si vedono al sesto anno dalla piantagione.

Da punto di vista alimentare la sapodilla è molto interessante, considerata l’importanza per le popolazionei dei luoghi d’origine, dove l’agricoltura forniva ben poca cosa e le risorse erano essenzialmente forestali. Infatti 100 g di sapodilla apportano appena 83 kcal, 0,50 g di proteine e 1,1 g di grassi, (poco nutrienti me molto digeribili), ma al contempo forniscono ben 20 g di zuccheri, 5 g di fibre, 14,7 mg di vit. C [oltre a quelle del gruppo B, specialmente B5 (acido pantotenico) e B3 (niacina)], 193 mg di potassio, 21 mg di calcio,  e 12 mg ciascuno per sodio, magnesio e fosforo, per cui è evidente l’aiuto dato dalla natura a tali popolazioni per la prevenzione di malattie tropicali e carenze minerali e vitaminiche. Al pari dei tamarillos, la sapodilla è un frutto molto interessante per la salute umana, vista la simile composizione in nutrienti.

Il frutto è molto apprezzato, tanto da essere considerato uno dei migliori dell’America meridionale, e  maturo viene, nella maggior parte dei casi, mangiato freschi, lavato e tagliato a metà. La polpa, morbida e succosa, viene mangiata con un cucchiaio. La buccia non viene consumata” ma è abbastanza consistente da consentire di utilizzarla come “guscio” per servire il frutto. Nel consumo fresco è opportuno fare attenzione al seme perché la forma a uncino è particolarmente insidiosa.

La polpa della sapodilla viene aggiunta a macedonie di frutta fresca e anche insalate di verdure di stagione, ma non manca chi vi aggiunge della panna ricavandone un dolce al cucchiaio, oppure aggiungendola a sorbetti e frullati. Dalla sapodilla matura si ricava anche uno sciroppo, ottenuto dalla bollitura e filtrazione di frutti precedentemente rotti e schiacciati. Non manca, ovviamente, la trasformazione in confettura (di un bel colore rosso), vista la ricchezza di pectina: è necessario però eliminare il lattice schiumoso che sale in superficie durante la bollitura, prima dell’aggiunta dello zucchero. 

Note bibliografiche
V. Forte, Frutti esotici coltivabili in Italia, Edagricole
F. Franceschi, Frutti Tropicali e Semitropicali (Esclusi Gli Agrumi), Forgotten Books
De Marchi, Frutta esotica in tavola, Ed. Sonda

Photo via Pexels

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Già specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes), nonché iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto e nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

, da sempre ama approfondire il food e il beverage per metterne in rilievo ogni sfaccettatura.

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