La mela rosa romana

Dall’Impero Romano ad oggi, un tesoro da riscoprire. E’ la mela degli antichi legionari, quella più ricca di polifenoli: scopriamola insieme

La mela rosa romana

Il futuro è nel passato: non si tratta semplicemente di uno slogan accattivante e post-moderno, ma di una realtà concreta che si sperimenta in agricoltura più che in altri settori. Recuperare, infatti, la coltivazione di un antico frutto è una operazione che mira alla tutela della biodiversità e, al contempo, offre la possibilità di dare vita a varietà ortofrutticole dal patrimonio genetico diverso, antico ma al contempo nuovo, in grado di migliorare le varietà stesse mirando ad ottenere prodotti capaci di adattarsi alle nuove esigenze nutrizionali, alimentari e commerciali.

Le “nuove antiche coltivazioni” possono rappresentare la risposta ai cambiamenti climatici, al bisogno di garantire la giusta offerta per una domanda sempre più particolare ed esigente e soprattutto racchiudono l’esperienza millenaria dei coltivatori e offrono alla moderna agri-frutticoltura nuove prospettive tutte da apprendere per gli addetti ai lavori (coltivatori e produttori) e consumatori.

In questo percorso di riscoperta degli antichi frutti, si inserisce a pieno titolo il progetto MERR mela rosa romana, frutto antico che il CRPV – Centro Ricerche Produzioni Vegetali per il recupero dei frutti perduti a tutela della biodiversità – intende promuovere.

È la fine del 2019, quando nasce il Consorzio Mela Rosa Romana dell’Appennino costituitosi nell’alta valle del Reno con l’obiettivo di promuovere la ri-coltivazione dell’antica varietà di mela (il nome evoca che il frutto fosse noto già agli antichi romani) tipica del territorio montano dell’Appennino tosco-emiliano. Il Consorzio è formato da ben 41 soci fondatori tra coltivatori, ristoratori, docenti e studiosi che intendono catalogare gli alberi esistenti, classificarli, certificare le nuove piante messe a dimora e in futuro ottenere la DOP per ampliare la prospettiva oltre i confini dell’Emilia-Romagna.

Un tempo la mela rosa era molto diffusa nei fondi agricoli dell’Appennino, nei campi tra le viti e nelle vicinanze delle case coloniche; coltivata fin dall’epoca romana (portata probabilmente dagli Etruschi), per secoli ha alimentato un fiorente commercio fino al secondo dopoguerra quando è stata abbandonata a seguito dello spopolamento della montagna. Il consumo di questa mela montana è stato infatti soppiantato da quello delle mele di pianura dove le vaste coltivazioni a frutteto hanno permesso una produzione estensiva e più redditizia.

La mela rosa romana è una piccola mela, dalla forma leggermente appiattita, dal profumo intenso e dal sapore inconfondibile, unica per aspetto, qualità e per l’elevato contenuto di polifenoli (che supera addirittura quello della più famosa annurca, la mela salutistica per eccellenza).  Quelle che il consorzio intende promuovere sono sia le mele ottenute dalle vecchie coltivazioni recuperate (si tratta di alberi “sopravvissuti” nei frutteti delle zone montane degli Appennini tosco-emiliani e generalmente non sottoposti ad alcuna cura) sia quelle prodotte da nuovi impianti che cominciano a sorgere, sia pure ancora sporadicamente (al momento si contano circa 4300 “nuove” piante).

Colto il potenziale di questa varietà di mela del gruppo rosa, vecchi e nuovi coltivatori del consorzio stanno puntando sulle sue caratteristiche organolettiche e nutrizionali, spinti anche da un importante studio condotto dall’Università di Bologna (e pubblicato sulla rivista di frutticoltura n°9/2020, Edagricole) che, nell’arco di un triennio, ha studiato e messo a confronto i profili fenolici della mela rosa romana e della “concorrente” annurca, altra varietà storica e testimone attuale della più antica coltivazione del melo in Campania e in molte aree del sud del nostro Paese. Seppure con una produzione di sole 500 tonnellate (a fronte delle 30.000 tonnellate di annurche) la mela degli antichi legionari romani presenta un contenuto di polifenoli nettamente più interessante. Grazie allo studio condotto, sono stati infatti individuati i profili chimici di circa una ventina di fenoli (sia nella polpa che nella buccia) che attribuiscono alla mela rosa una elevata capacità antiossidante e inibitrice degli enzimi coinvolti nei disordini alimentari e negli stress ossidativi in generale. Le proprietà antiossidanti della mela rosa contribuiscono a contrastare l’invecchiamento cellulare, a prevenire i processi infiammatori e sono coinvolti nella regolazione del metabolismo dei neurotrasmettitori.

Le caratteristiche qualitative evidenziate dallo studio sono molto interessanti e sembrano privilegiare i frutti prodotti in zona montana rispetto a quella collinare: le mele di monte sono più grosse (150-180 gr) e più colorate (rosso sul 35% della buccia) di quelle di colle (125 gr e 20-25 % di rosso). Il risultato dei parametri analizzati e messi a confronto dimostra che la qualità del frutto è influenzata più dal sito (dal tipo di terreno e dall’altitudine) che dal genotipo (clone); anche la durezza è superiore nei frutti nati ad altitudini maggiori (10,4 kg/cm2 a fronte degli 8-9 kg/cm2) così come il titolo zuccherino.

Dal punto di vista sensoriale, la mela rosa si presenta piccola, con la buccia liscia, di medio spessore, di colore verde chiaro macchiata di rosa intenso e brillante sebbene presenti il cosiddetto bitter pit cioè la butteratura amara (che purtroppo rappresenta un limite commerciale, una fisiopatia che deprezza la mela per le infossature sotto le macchie epidermiche). Matura dalla prima metà di ottobre, ha la polpa tenera, succosa, moderatamente zuccherina e lievemente acidula; si conserva fuori dai frigoriferi per 180 giorni (con un notevole impatto sul risparmio energetico). Si presta sia al consumo fresco che cotto, per spremute, succhi e marmellate.

Ancora prodotta non in scala adeguata per esercitare un significativo impatto sul mercato (attualmente il costo si aggira intorno ai 18 euro al chilogrammo), tuttavia alcuni produttori lungimiranti si affacciano alla coltivazione della mela rosa romana considerando anche nuove forme di trasformazione e commercio del dei prodotti derivati dal prezioso frutto. Ricordiamo che esistono inoltre alcune sotto-varietà della mela rosa romana (mela rosa dei monti sibillini, mela rosa marchigiana, mela rosa romana gentile, mela rosa nostrana) le cui caratteristiche sono influenzate da una serie di fattori non solo genetici ma anche ambientali-territoriali (località, altitudine, stato sanitario della pianta) che influiscono sulle caratteristiche del frutto e che rendono però la rosa romana dell’Appennino la migliore dl punto di vista nutrizionale.

Questa esperienza di recupero e rivalorizzazione dimostra a pieno titolo quanto possiamo imparare dal passato rendendolo moderno e sostenibile.

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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