Quando il cuore della natura…si scopre matematico
Ricchissimo di antociani, p stato definito "Principe del Trentino": ecco perchè vale la pena stappare una buona bottiglia di Teroldego!
Nel Trentino la Valle dell’Adige rappresenta per la Provincia Autonoma di Trento “la Viticoltura” con la “V” maiuscola, considerate storia e tradizioni della viticoltura e dell’enologia regionale, sfociate nell’indiscutibile qualità dei vini prodotti, apprezzati in Italia e nel mondo come simbolo dell’italica virtù in campo e in cantina. Furono i Reti, popolo antico del trentino probabilmente discendenti dagli Etruschi, che insegnarono ai conquistatori Romani i segreti della coltivazione dei vigneti e della produzione di vino, compreso l’uso delle botti di legno per la fermentazione dell’uva e la conservazione del vino.
Si tratta della zona che iniziando da Aldeno si estende fino a Roverè della Luna, tra le cui colline vitate è situato lo spettacolare Campo Rotaliano (o Piana Rotaliana, Pianura Rotaliana, che deve il suo nome al re longobardo Rotari, che ivi combattè diverse battaglie tra il 636 e il 652 d.C.), pianura alluvionale al confine con l’Alto Adige, tra il fiume Adige e il suo affluente Noce (un torrente che porta l’acqua dei ghiacciai della Presanella e del Cevedale, ricca di calcare, ardesia, granito, quarzo) culla del famoso vitigno Tèroldego, padre dell’omonimo vino a denominazione d’origine controllata (DOC), che per le sue inimitabili caratteristiche organolettiche è stato definito “Principe del Trentino”, un rosso aristocratico (perfino l’imperatore Augusto, attratto dalla bontà del vino e produttività dei vigneti della zona, cercò di mettere ordine nel settore, molto importante per l’economia della zona e i piaceri della corte Romana).
Vitigno e vino sembra debbano il loro nome al toponimo “alle Tèroldeghe”, località spesso citata in documenti presso gli archivi storici di alcuni comuni della zona, nella quale si produceva un vino rosso pregiato chiamato Tèroldego o Tèroldico. Ipotesi meno accettata è che Tèroldego derivi dal nome con cui il vino e il vitigno erano chiamati a Vienna dagli estimatori asburgici, “tiroler gold”, cioè oro del Tirolo, che per gli italiani diventava appunto Tèroldego.
Soffermiamoci però un attimo sul blasonato vitigno tèroldego, iscritto nel 1970 nel “Registro Nazionale delle varietà e cloni della vite” al n. 232 – tèroldego n. ̶ di probabile origine orientale, ma citato già nel 1310 in un documento dell’archivio di Mezzolombardo. Viene chiamato anche T. Rotaliano, Teroldigo, Teroldega, Teroldico, Tiroldico, mentre errati sono i sinonimi Trollinger e Negrara. Intorno al lago di Garda lo chiamano Tirodola o Terodol, nome derivato dal termine “tirelle”, con cui si indicavano i tutori vivi che sostenevano le viti (specialmente gelsi, con sviluppo anche della sericoltura). Teroldego e Marzemino erano tra i vini trentini che deliziarono nel 1563 i vescovi partecipanti al Concilio di Trento, apertosi nel 1545 per preparare la Controriforma.
Come riportato nella scheda tecnica di questa DOC trentina: “La più antica citazione sulla coltivazione del vitigno Teroldego in provincia di Trento risale all’anno 1480, mentre successive e ripetute citazioni sul vino Teroldego sono contenute nelle Cronache del Concilio di Trento scritte da Michelangelo Mariani nel 1673”. La prima citazione ufficiale di questo vitigno si riscontra negli “Annali dell’Agricoltura del Regno d’Italia” del 1811, di Filippo Re (Reggio Emilia 1763-1817, botanico e agronomo) per ritrovarlo nuovamente nel 1825 citato da Giuseppe Acerbi (Castel Goffredo-Mantova, 1773 - 1846) che riporta però la descrizione fatta nel 1819 dal Pollini.
La descrizione ampelografica completa di questo vitigno fu però opera nel 1894 di Edmund Mach (Bergamo 1846 – Vienna 1901, chimico, enologo e agronomo austriaco), mentre Johann Wolfgang von Goethe lo annovera tra le uve del Tirolo, definendo come “giardino delle viti” la Piana Rotaliana. Le date concordano con quelle di fondazione delle prime cantine nella zona (sempre in continua sfida tra loro, come quelle tra le cantine di Mezzolombardo e Mezzocorona), nate per approfittare della grande richiesta di vino da parte della Corte asburgica e dei nobili, non soddisfatta dalle numerose cantine austroungariche, le quali ritiravano le loro uve per la maggior parte dalla zona rotaliana, per la grande qualità di esse.
L’analisi del DNA ha dimostrato che il Tèroldego è affine al Lagrein, il Marzemino e il Syrah, con i quali condivide probabilmente l’origine orientale (Grecia, Albania, Iran). La zona di coltivazione di questo vitigno autoctono e storico è limitata a soli 3 comuni (Grumo frazione di San Michele all’Adige, Mezzocorona e Mezzolombardo), aree nelle quali sono coltivati anche i vitigni Lagrein, Schiava, Riesling, Chardonnay, Cabernet, Pinot nero, Merlot e Nosiola. La vinificazione e imbottigliamento possono però avvenire in tutto il territorio della provincia di Trento.
I terreni spesso sono terrazzati, ma per la gran parte sono pianeggianti, ghiaiosi, ciottolosi (tanto che il Teroldego vien da alcuni produttori definito “vino di sasso”), permeabili e ideali per ottenere un vino generoso e ben strutturato, grazie alle escursioni termiche diurne e stagionali, oltre alla protezione dai freddi regalata alla Piana dalle alte pareti rocciose che la circondano. Nonostante la sensibilità verso le malattie della vite come peronospora, oidio, ragnetto rosso, marciume radicale negli autunni troppo piovosi, la produzione del tèroldego è abbondante e costante, come si evince anche dal fatto che il Disciplinare consente di produrre fino a 170 q/ha con anche il 20% in più in alcune annate (giungendo quindi a 205,20 q/ha!, con resa in vino max 119 hl/ha = 70%), a dimostrazione non solo della feracità dei suoli e dell’ambiente della Piana Rotaliana, ma anche delle caratteristiche proprie del vitigno.
Va detto però che molti viticoltori associati criticano questa produzione “industriale” (basta visionare i disciplinari di altre DOC per rendersene conto) che non giova alla qualità e al buon nome del vino; ma nulla fino ad oggi è mutato (le riduzioni di uva e vino per ettaro sono scelte personali del produttore), probabilmente per l’esigua superficie destinata al Teroldego Rotaliano (circa 422 ha), il limitato numero di produttori di questa DOC (una trentina), la produzione imbottigliata (appena 27.000 hl), la notevole richiesta del mercato.
Il grappolo è di grandezza media e più, allungato, piramidale (raramente cilindrica), alle volte con due piccole ali; separazione dell'acino facile, acino di grandezza media (diametro trasversale mm 14,6), di forma sferoide o leggermente subrotonda, regolare; buccia spessa, coriacea, pruinosa, di colore blu nero; ombelico persistente; polpa succosa, di sapore semplice, dolce, acidulo; maturazione tra fine settembre-primi ottobre (tecnicamente si dice di III-IV epoca); uso esclusivo per vinificazione.
Relativamente alla forma di allevamento, il disciplinare non ne cita di specifiche, ma va detto che di norma sono quelle tradizionali della zona: pergola semplice, pergola doppia sono le più comuni, accanto a forme a spalliera verticale (Guyot, cordone speronato, ecc.). Il riconoscimento della DOC risale al 1971 con approvazione del disciplinare, modificato nel 1987, 2011, 2014, l’ultima nel 2020 in relazione alla capacità delle bottiglie (che oltre all’iniziale 0,75 l, vede anche i 0,375 – 1,5 – 3 litri), e alla tappatura (da fare con tappo raso bocca di sughero).
Le tipologie di Teroldego Rotaliano sono Rosso (o Rubino), Rosato o Kretzer, entrambi con 11,5° alcolici, Superiore e Superiore Riserva entrambi con 12° alcolici, ma con minimo 2 anni di invecchiamento per il Riserva. Il Teroldego Rotaliano DOC si presenta con un colore rosso rubino, virando talvolta verso i toni granati quando invecchiato. Il profumo è abbastanza intenso, con sentori di frutta rossa matura (ciliegia e prugna, oltre di bosco come more, mirtilli e lamponi), confettura rossa, viola, rosa rossa, liquirizia, sconfinando nel cuoio e terra umida di bosco se invecchiato a lungo. In bocca è abbastanza fresco, in buon equilibrio con la morbidezza, che secondo gli esperti diventa di velluto dopo l’invecchiamento, grazie ai tannini di tipo poco aggressivo. Il sapore è asciutto caldo per alcol, si avverte una buona struttura, notevole persistenza aromatica che lascia in bocca un po’ di sapore amarognolo simile a quello delle mandorle amare.
Il Teroldego per il suo contenuto in antociani è superiore a tutti gli altri vitigni (accertati da studiosi del settore). In passato, quando in vigna e in cantine non regnava un'adeguata tecnica e tecnologia, il Tèroldego Rotaliano veniva utilizzato come vino da taglio per migliorare altri vini, grazie al suo colore impenetrabile e al sapore ruvido (Cesare Battisti, famoso patriota risorgimentale, definiva il Tèroldego “vino così potente da cambiare con poche gocce le caratteristiche di altri vini”).
In cucina il nostro Teroldego Rotaliano si abbina bene con piatti a base di carni rosse cotte sulla griglia, filetto di bue sia in crosta che al pepe, lepre in salmì, sella di capriolo, cinghiale al vino rosso, pasta fresca anche ripiena servita con fondo bruno di carne o sugo di brasato, o anche per accompagnare superbi formaggi stagionati. Quando giovane e di colore rosso scarico si abbina bene anche con i pesci, in particolare con quelli di lago e di fiume. Ovviamente le preparazioni devono essere proporzionate all’invecchiamento del vino, quindi più complesse per sapore, profumo, numero di ingredienti, cotture prolungate, abbondanza di condimento, specialmente se a base di selvaggina, nel caso di vini molto invecchiati (si arriva anche a 10 anni).
La temperatura di servizio è di 18-20°C, usando un calice per vino rosso strutturato (capacità media o grande specialmente se il vino è molto invecchiato e può non solo ossigenarsi meglio ma fruire del calore della mano per emanare i sentori del bouquet). Il vitigno Tèroldego è coltivato in tutto il Trentino e rientra anche nella produzione delle DOC Casteller, Trentino e Valdadige.
Note bibliografiche
Il vino italiano, AIS
Calò/Scienza/Costacurta, Vitigni d’Italia, Edagricole
Rivista "Il mio vino", Ed. Il Mio Castello;
Disciplinare di produzione;Teroldego Rotaliano
A. Dominè, Vino, Ed. Gribaudo
Photo via Canva



















































































































































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