Cosa fa il sale all’intestino?

Sono molti gli studi che indagano il ruolo del sale sul benessere dell’organismo umano. Tra i più recenti, merita sicuramente attenzione quello condotto dal Georgia Prevention Institute che prende in esame la relazione tra la quantità di sodio assunto con la dieta, le modifiche subite dal microbioma intestinale e la pressione sanguigna, con le relative ricadute sul metabolismo generale.

In questo studio, sono stati individuati 145 individui adulti, maschi e femmine, di etnie diverse, con età compresa tra i 30 e i 75 anni, con ipertensione arteriosa non trattata. A questi individui, divisi in due gruppi, è stata somministrata una dose controllata di sodio prossima a 2300 milligrammi (pari a quella raccomandata da molti istituti di ricerca). Al termine della fase di studio randomizzato, controllato con placebo, è stato riscontrato un aumento dei livelli di acidi grassi a catena corta, un importante indicatore di un microbioma intestinale sano e correttamente funzionante.

I ricercatori hanno scoperto, infatti, che la riduzione del sodio ha aumentato tutti e otto gli SCFA (acidi grassi a catena corta), ovvero il prodotto finale della fermentazione delle fibre che consumiamo. L’aumento dei livelli di SCFA riscontrato era costantemente associato a una pressione sanguigna più bassa e ad una maggiore elasticità dei vasi sanguigni. Questo dato conferma la teoria che un ridotto apporto di sale costituisce la prima forma di terapia per il controllo della pressione.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Hypertension, è il primo ad esaminare in che modo la riduzione dell’assunzione di sale nell’uomo influisce sulla circolazione degli acidi grassi a catena corta. Ora ci sono prove evidenti che suggeriscono che una dieta ricca di sali altera il microbioma intestinale, fattore che produce effetti negativi non solo sulla pressione ma anche sul metabolismo generale. Gli acidi grassi a catena corta sono infatti dei piccoli metaboliti, originati dall’intestino, che vengono assorbiti nell’intera circolazione, legandosi ai recettori sul rivestimento dei vasi sanguigni e nei reni regolando, tra gli altri, il rilascio di renina, un enzima che funziona per mantenere i reni ben perfusi e controllare la pressione arteriosa. In sintesi, si può affermare dunque che giusti livelli ematici di SCFA sono ormai da considerare un vero indicatore della salute del microbioma intestinale.

Mentre i periodi di maggiore assunzione di sale hanno fatto aumentare la pressione sanguigna, sia nei maschi che nelle femmine, sono stati osservati miglioramenti in entrambi i sessi con un passaggio alla riduzione del consumo di sale (…), i cambiamenti sono stati tuttavia più drastici nelle donne (…)”, dice la dott.ssa Haidong Zhu (genetista molecolare). “Anche se tutti abbiamo un microbioma leggermente distinto – influenzato da cose come la dieta e l’ambiente – tendono ad esserci differenze coerenti tra maschi e femmine in generale. Il sodio è un fattore di rischio in entrambi i sessi, ma il suo impatto in relazione al microbioma intestinale sembra essere maggiore nelle donne”, conclude Zhu.

Questo studio inoltre permette di diffondere, anche tra la gente comune, la conoscenza e l’importanza del microbioma, il sistema costituito dall’insieme dei batteri (circa 500 specie) che popolano il tratto gastrointestinale e che hanno una vasta gamma di funzioni: dalla digestione del cibo alla risposta immunitaria, all’influenza sull’aumento di peso. I problemi del microbioma sono associati purtroppo ad una vasta gamma di malattie, dal cancro ai problemi gastrointestinali, alle allergie, alle patologie infiammatorie ed autoimmuni.


Fonte: Microbiologia Italia

Scritto da Redazione ProDiGus

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