Scolpire il burro

Una tradizione antica dal fascino intramontabile: scopriamo l'arte della scultura del burro dall'antichità ai giorni nostri

Scolpire il burro

Quando l’arte della scultura entra in cucina e si confronta con una materia prima commestibile come il burro, riesce a dare vita a vere e proprie opere d’arte particolari, uniche nei tratti, data la plasmabilità della materia. L’arte di incidere e scolpire il cibo è infatti molto antica e in periodi e luoghi diversi della storia ha vissuto momenti di particolare splendore.

Non solo ghiaccio, sale, frutta e ortaggi, zucchero e cioccolato, il burro - benché apparentemente un mezzo artistico improbabile per le sue caratteristiche chimico-fisiche, come la sensibilità al calore e l’elevata malleabilità - è una delle materie prime alimentari da scolpire più utilizzate da sempre, soffice, lucido, cremoso, voluttuoso, di un colore caldo e avvolgente ben si presta a dare vita alle forme più disparate.

Gli archeologi hanno trovato reperti riconducibili a cibi intagliati addirittura in scavi di epoca babilonese, per proseguire in epoca romana, attraversare il Rinascimento e il Barocco e giungere all’età contemporanea. Anche geograficamente questa antica tradizione attraversa il pianeta: dal Tibet passa per l’Europa e giunge in modo trionfante in terra americana, dove continua a vivere nei fasti di banchetti, fiere agricole e sagre. 

Il burro come materiale scultoreo è strettamente legato a quella che solitamente viene definita arte del banchetto, una tradizione europea, rinascimentale e barocca, che portava l’intrattenimento e l’arte a tavola, suscitando la curiosità di ospiti e commensali in occasione di feste, cerimonie e ricorrenze. Il primo riferimento a tale usanza risale al 1536, alle creazioni artistiche del cuoco di Papa Pio V, Bartolomeo Scappi

Addirittura legate ai riti religiosi sono le sculture di burro di yak (caratteristico bovino tibetano) fatte dai monaci tibetani che modellano, decorano e intagliano statuine in burro, dette torma, per offrirle alla divinità, ponendole sugli altari dei santuari. I colori, i motivi decorativi (per lo più fiori, animali e stelle) e le storie (figure iconiche della spiritualità tibetana) rappresentate variano ma conservano sempre un valore altamente simbolico. Il termine tibetano torma infatti deriva dalla radice gtor-ba che significa gettare, separare, disperdere e sta proprio ad indicare il gesto di offerta e di non attaccamento propri della religione buddista.

Dagli studi si evince che la storia del torma nasce durante la dinastia Ming intorno al 1409 d.C.. La tradizione narra infatti che, per omaggiare la principessa Wenchang, i monaci volessero offrire dei fiori ma che il freddo inverno ne rese del tutto vana la ricerca; ciò spinse un monaco a trovare una alternativa e così ebbe l’idea di intagliarli in del burro congelato. Queste opere d’arte sono preparate miscelando burro di yak con farina di orzo tostato (detta tsampa)  e poi colorate con pigmenti naturali (generalmente bianco e rosso). La dimensione può variare da pochi centimetri fino a dieci metri di altezza e la loro durata è circa di quattro mesi.

Costituiscono parte integrante dei rituali del capodanno tibetano (chiamato per l’appunto festival delle lanterne del burro) e sono apprezzabili in tutti i luoghi di devozione come il Potala, Jokhang, i monasteri Sera, Gyantse, Reting, Samye e Drepung. Per la cultura tibetana produrre queste sculture di burro è un vero e proprio atto di meditazione e di elevazione spirituale: i monaci lavorano infatti con grande abilità e massima concentrazione per realizzare opere del tutto effimere, non destinate a durare nel tempo, carattere questo proprio della spiritualità che insegna la natura effimera della condizione umana.

Decisamente diverso è lo spirito che muove la realizzazione delle sculture di burro tipiche della cultura americana. Fu ad una donna, tale Caroline Shawk Brooks, che si attribuì la nascita di questa particolare forma d’arte negli Stati Uniti, a metà tra vita domestica ed ambizione artistica. Risale al 1876 la prima e più popolare scultura di burro esposta in un catino di latta al Philadelphia Centennial Exposition e intitolata Dreaming Iolanthe. Si trattava di un busto in rilievo di una donna addormentata, scolpito modellando 4 chilogrammi di burro (raffigurato qui sotto - foto tratta da Wikipedia).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caroline era una contadina dell’Arkansas che, come molte altre donne dopo la Guerra Civile, cercava di fare qualche soldo nei mercati locali vendendo panetti di burro, pressati in stampi, marchiati o decorati per renderli identificabili e riconoscibili gli uni dagli altri. Dall’entusiasmo di quell’esperienza, Caroline ha continuato a dedicarsi all’arte della scultura nel burro fino all’età di settanta anni, riscuotendo più successo con queste opere che con quelle realizzate in materiali più ordinari come il marmo e l’alabastro.

Fu questo carattere popolare e domestico a determinarne il successo e a creare un precedente per dare il via ad un vero e proprio filone espressivo a metà tra l’arte ufficiale e quella popolare che si realizzava nelle cucine e nelle fattorie. Da allora la tradizione americana vive nelle fiere, nelle sagre e nelle zone campestri, in occasione di esposizioni agricole dove centinaia di persone rimangono entusiaste nel vedere trasformare montagne di burro nei soggetti più diversi fino a quelli più improbabili. Clicca qui per guardare il video di un'artista americana specializzata nello scolpire volti di burro

Scolpire il burro ha dunque mantenuto nel tempo tutto il fascino campestre cui si aggiunge di volta in volta il pop, il glamour o il design per arrivare niente meno a divenire soggetto per la sceneggiatura del film “Butter” del 2011, diretto da Jim Field smith (da guardare!).

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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