Perché facciamo “la scarpetta”?

Sulle tracce delle origini dell’etimologia dell’usanza tutta italiana d’intingere il pane nel condimento rimasto nel piatto

Perché facciamo “la scarpetta”?

Se siamo italiani, lo si riconosce anche dal trasporto che ci prende a tavola quando, dopo aver finito il piatto, c’è ancora qualcosa che giace sul suo fondo e ci affrettiamo a non lasciarcelo scappare, avvicinando subito un pezzetto di pane (se non più) per raccoglierlo. È il gesto che chiamiamo “fare la scarpetta”, ormai fortemente conosciuto anche all’estero,  piacevolmente  “imitato” dai turisti in viaggio per la nostra bella Italia. Ma andiamo per gradi e proviamo a fare ordine in una tradizione abbastanza articolata e frammentaria. 

Partiamo da un punto fermo: «L’espressione fare scarpetta o fare la scarpetta descrive l’azione di “raccogliere con un pezzo di pane il condimento che rimane nel piatto». Questa è la prima definizione riportata dall’Accademia della Crusca

Ci riferiamo prima di tutto ad un gesto che è entrato a far parte della nostra quotidianità, in modo assolutamente normale, senza alcuna forzatura di genere, al punto da uscire dalle porte delle nostre case per arrivare nelle sale degli alberghi e dei ristoranti, venendo addirittura considerato dagli stessi chef un gesto di apprezzamento “vero” del piatto offerto dalla loro cucina, il più spontaneo e naturale giudizio della buona riuscita di un piatto, e persino un gesto che nobilita l’attenzione allo spreco alimentare senza lasciare alcun avanzo!

“Fare la scarpetta” è un gesto con cui concludiamo la nostra degustazione di un piatto con l’uso di un pezzo di pane, in modo più elegante infilzandolo con una forchetta, in modo più naturale semplicemente con le dita. Da un punto di vista lessicale, stando a quanto riportano i dizionari storici della lingua italiana, la locuzione “fare la scarpetta” non è poi così lontana nel tempo, e le prime attestazioni formali su un Dizionario iniziano a comparire intorno al 1987. 

Se però proviamo ad entrare nella memoria storica delle espressioni dialettali, allora i numeri cambiano: la storia di questa espressione diventa molto più ingarbugliata, nel senso che le prime attestazioni registrate del suo uso sono addirittura anteriori alla fine del 1800 (partiamo ad esempio dal 1871, secondo quanto riportato in brani e scritti teatrali dell’epoca). 

Un filone storico riporta questa espressione come un uso caratteristico e abituale delle zone centro meridionali, come ci riportano alcune fonti di zona e lessici regionali abruzzesi e molisani. C’è poi una forte tradizione romana che riporta – nei tanti vocabolari romaneschi - questa espressione come tipica della storia della lingua di Roma, già sul finire dell’800 e nei primi del ‘900. Invece, dobbiamo constatare che da un punto di vista etimologico non sono mai riportate da alcuna fonte né specifiche né riferimenti ad alcune particolari ricostruzioni etimologiche, né derivazioni dirette da usi o interpretazioni differenti della stessa espressione. 

Unica eccezione è un riferimento costante che troviamo nella linguistica regionale alla interpretazione della parola originale “scarsetta” - di origine napoletana – in “scarpetta”, dove l’originale dialettale sta ad indicare una condizione di povertà e indigenza, trasformandolo in un riferimento ad un uso abituale sulle tavole delle famiglie povere, che accompagnavano con molto pane il poco companatico nel piatto. 

Comunque la si voglia mettere, o leggere, “fare la scarpetta” è ormai un gesto per noi abituale, semplice, spontaneo e universalmente riconosciuto, al punto che alcuni piatti vengono addirittura pensati perché si possa fare la scarpetta alla fine. Unico limite del bon ton e del galateo, rimarrà sempre il non potersi leccare le dita una volta finita la scarpetta (altro gesto diciamo pure abituale). Ma magari ogni tanto su questo, quantomeno tra le proprie mura domestiche, si potrà chiudere un occhio!

Photo made in AI


Fonte: Accademia della Crusca

Dopo la laurea in Lettere Antiche segue la passione per la cucina non smettendo mai di approfondirne l'essenza sia nella pratica che nell'approfondimento degli aspetti storici. Oggi cura varie attività che cura in qualità di chef e libero professionista, supportando diverse tipologie di aziende.

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