Il tempo delle more

La piena estate rappresenta il momento giusto dell’anno per raccogliere o acquistare le golose more: scopriamo cosa sono e come usarle

Il tempo delle more

Spine, scrascie, zezzi: quanti nomi per la splendida pianta del rovo con le sue fantastiche more, belle alla vista e squisite al gusto! Difficili da cogliere però, in quanto si finisce puntualmente per graffiarsi mani (e talvolta gambe) con le tante piccole spine del fusto, accortamente nascoste dalla pianta sotto le belle foglie verde scuro. Si tratta del rovo di macchia o rovo canino, pianta suffruticosa (ovvero dal fusto legnoso alla base ed erbacea superiormente), semidecidua (in inverno perde parte delle foglie) e perenne (dura in vita parecchi anni, non si esaurisce con la formazione dei semi), tanto invadente, cespuglioso e spinoso, che ama crescere indisturbato ai margini degli oliveti collinari, boschi, terreni incolti e pietrosi e in tanti altri luoghi lontani dai fastidi arrecati dall’uomo, posti nei quali si sviluppa agevolmente grazie ai rami che strisciando sul terreno emettono radici, dalle quali si sviluppano poi piante fuori terra, tanto che quando si vuole riprodurre un rovo si ricorre alla margotta o alla propaggine. 

Sul rovo esistono leggende, che lo collegano alla morte di Abele e a quella di Gesù, ma anche fiabe, come quella di Esopo che ha come attori una volpe e una spinosa pianta di rovo, nonché diverse citazioni scritte (come quelli di Virgilio dedicati al mondo agricolo o nelle poesie Oh Valentino e L’Aquilone di Giovanni Pascoli). In botanica in rovo appartiene alla famiglia delle Rosacee, genere Rubus (di cui fa parte anche il lampone  R. idaeus), specie R. fruticosus (sinonimo R. trivialis) almeno per quanto attiene al rovo selvatico e spontaneo (quello detto “di macchia”, dove per macchia si intende un’associazione vegetale tipica di un determinato ambiente, fatta di specie arbustive, cespugliose, arboree ed erbacee, spesso spinose; famosa la macchia mediterranea). Le varietà coltivate sono invece prettamente americane: R. hispidus, R. procumbens, R. laciniatus, R. ulmifolius.

Caratteristica inconfondibile del rovo sono i lunghi fusti elastici ma resistenti, costoluti e provvisti di numerosi aculei molto robusti, capaci di strappare pantaloni, camicie e altro a chi si avventura maldestramente nelle siepi per raccogliere i frutti. Da molti anni il rovo è stato addomesticato e coltivato, grazie al miglioramento genetico che ha permesso di ottenere (negli USA) dei rovi senza spine, coltivabili nei giardini, sia come rampicanti ornamentali che per mangiarne i profumati e vitaminici frutti, mentre i rovi spinosi si usano per formare delle siepi lungo dei confini, anche se poi si dovrà lottare per contenerne la naturale invadenza. 

Le cultivar di more più note per la coltivazione (dunque ovviamente senza spine) sono la Thornfree (derivata dalla più antica delle cv senza spine, cioè la Merton Thornless) precoce per l’inizio produzione e molto produttiva,con frutti pronti già nella prima decade di luglio a Roma e dieci giorni dopo in Romagna, notevolmente più grossi delle more comuni, di colore violaceo scuro, con polpa scura, succosa e più acida che dolce (difetto però è la scalarità di produzione); la Smoothstem (frutti grossi di colore nero bluastro, matura qualche giorno dopo la precedente); Black Satin, derivata dalla Thornfree, con frutti grossi e abbondanti, di colore nero con riflessi violacei; Dirkens Thornless, matura qualche giorno prima della precedente, con frutti medi e non grossi, di colore bluastro, ma con il vantaggio di una contemporaneità di maturazione, cosa che facilita la raccolta riducendone i costi; altre sono Hull Thornless, Thornless Evergreen, Chester Thornless, Loganberry o Rovello, quest’ultima ottenuta dall’ibridazione del rovo con il lampone.

La coltivazione delle more nel nostro paese è diffusa specialmente in Trentino Alto-Adige, nel Cuneese, in piccole aree agricole della Lombardia e dell’Emilia-Romagna come Forlì e Cesena. I rovi coltivati vengono distinti a seconda del portamento della vegetazione: strisciante (dewberries) oppure eretto (blackberries) o semieretto. La fioritura è scalare (dura circa un mese) per cui anche la maturazione dei frutti lo sarà; i fiori sono riuniti in infiorescenze composte dette corimbi sul quali ogni  fiore è in realtà a sua volta un capolino ( altro tipo di infiorescenza, ecco perché è un’infiorescenza composta, cioè un’infiorescenza di infiorescenze non di fiori singoli) ognuno dei quali ha dei perimetrali petali vessillari bianco o rosati (che fungono da richiamo per gli insetti pronubi), a cui seguono gli stami con antere e polline, e al centro i vari pistilli che daranno origine alle minidrupe, le quali accrescendosi   rimarranno aggregate (saldate) tra loro sul medesimo capolino, a formare la classica mora formata da tanti piccoli globi (drupette). 

Il frutto del rovo è botanicamente una mora o sorosio (come il gelso e il lampone): è un’infruttescenza o frutto aggregato o frutto composto, ma a differenza però del gelso, nel rovo i frutti aggregati non sono delle false drupe ma delle drupe vere, molto piccole come è facile notare guardando una mora di rovo. Le more maturano da agosto fino ai primi di ottobre, vengono raccolte solo se mature, a mano, ogni 3-4 giorni, ponendole in cestini di materiale plastico. La produzione dei roveti artificiali, cioè coltivati e non spontanei, può essere destinata alla congelazione per il successivo consumo diretto o per l’impiego industriale per la produzione di marmellate, sciroppi, ecc.  La scarsa resistenza delle more di rovo alla manipolazione rende difficoltosa, invece, la collocazione del prodotto fresco sui mercati ancorché vicini. 

Dal punto di vista nutrizional,e le more del rovo sono interessanti per il basso contenuto di zuccheri, il rilevante contenuto di antociani (colore rosso, blu, viola scuro tendente al nero), fibra e vitamine:          100 grammi di more del rovo apportano appena 36 kcal, contengono 85% di acqua, 1,3% di proteine, solo tracce di grassi vegetali, 8,1% di carboidrati, 3,2 % di fibra, 260 mg di potassio, 36 mg di calcio, 48 mg di fosforo, 23 mg di magnesio, 22 mg di cloro, 19 mg di solfo, oltre a manganese, iodio, ferro, ben 19 mg di vit. C, oltre a vita. B1, B2, B6 e B9. Sono evidenti quindi i positivi effetti delle more di rovo sull’organismo umano, tanto da vedere le more usate dall’antichità nella medicina popolare per la risoluzione di molti malanni (disturbi intestinali, diarrea, contro scorbuto e infiammazioni organiche, come antiossidanti, diuretici, ecc.), utilizzando anche la radice per l’estrazione di tannini (astringenti e lenitivi).

Le more, di colore rosso all’inizio della maturazione per poi diventare di colore nero – violaceo, sono frutti che piacciono tanto per il loro sapore dolce, aromatico, leggermente astringente e per l’aroma di bosco. Raccogliere le more selvatiche comporta sempre graffiarsi mani, polsi, braccia, oltre a polpacci e cosce se si è in pantaloncini (non dimentichiamo che siamo in estate), perché non solo i fusti sono spinosi ma anche le foglie, pur con spine molto più piccole. L’impresa però vale la pena che si deve sopportare, non solo perché ci consente di mangiar more direttamente sul posto, man mano che si raccolgono, ma anche perché se abbondanti si potranno portare a casa e preparare dessert originali e gustosi, oltre a tante altre prelibatezze tipo confetture, gelati, gelatine, sciroppi. I giovani germogli di rovo possono essere cucinati come degli asparagi (le spine pur presenti sono praticamente erbacee e tenerissime) e consumati semplicemente conditi con olio extravergine. 

Con le more di bosco una volta si preparava un magnifico liquore, che si otteneva schiacciando le more, ponendole in alcol di buon gusto per tre mesi, unendovi quindi lo sciroppo di zucchero e, talvolta, un infuso di ciliegie, compresi nòccioli schiacciati, per un gusto finale ammandorlato (presenza di amigdalina). Ovviamente oggi possiamo utilizzare anche le more coltivate, ma il risultato sarà certamente differente per le inferiori caratteristiche organolettiche delle coltivate rispetto alle selvatiche di macchia. Non dimentichiamo che il rovo è pianta nettarifera per cui attira le api, consentendo di ottenere del miele raro ma specialissimo.
 

Note bibliografiche

  • Tassinari, Manuale dell’Agronomo, Ed. REDA
  • Baldini – Marangoni, Coltivazioni arboree, Ed. Thema
  • Forte, Nuovo dizionario tecnico di agricoltura, Edagricole
  • Forte, Frutti rari e curiosi d’Italia, Edagricole
  • AA.VV., Dizionario di agricoltura, Ed. UTET
  • Cappelletti, Botanica sistematica, Ed. UTET

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes)" . Iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto. Iscritto nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

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