Una ricerca di Houzz rivela che il 44% di chi rinnova la propria cucina migliora anche le proprie abitudini a tavola
Nell’antichità l’accoglienza altrui era tanto fondamentale da condensarsi in un unico termine, buono ancor oggi per rinnovare l'altruismo
La parola xenìa (ξενία, xenía) viene dal greco antico e può tradurre l’accoglienza e l’ospitalità nel senso più ampio di questi termini; uno degli attributi di Zeus, re degli dei, era “xenios”, che vuol dire “protettore degli ospiti”. Per i Greci la xenia era considerata un’azione sacra che comportava il reciproco rispetto fra il padrone di casa e l’ospite: le sue erano regole non scritte e comportavano il provvedere da parte dell’ospitante al nutrire l’ospite, farlo lavare e fornirgli abiti puliti; al momento del congedo poi, il padrone doveva fargli un regalo.
La xenia è insomma la manifestazione di un rituale cui nell’epoca della Grecia antica nessun uomo poteva sottrarsi. I Greci ritenevano infatti che in un qualunque straniero - ricco o povero che fosse - potesse celarsi un dio il quale, sotto mentite spoglie, avrebbe messo alla prova il senso di accoglienza del padrone di casa. E se il trattamento ricevuto non fosse stato adeguato, gli dei si sarebbero scagliati contro la sua famiglia.
Secondo quanto tramandato da Vitruvio, il secondo giorno di permanenza degli ospiti in casa il padrone mandava nelle loro stanze gli alimenti perché li preparassero in autonomia e avessero quindi la libertà di gestire il tempo del loro soggiorno. I prodotti offerti in dono (dal soggiorno al momento della ripartenza) erano soprattutto polli, uova, frutta e verdura, e sarebbero diventati soggetti dei dipinti che andavano ad ornare le stanze dedicate agli ospiti e le dispense della casa. Questi dipinti erano più che altro motivi decorativi e Vitruvio associa la parola xenia a questo genere di pittura che si può ritenere antesignana della nostra natura morta.
Il concetto di xenia col passare del tempo si è evoluto, in particolare con la nascita del Cristianesimo; nella Bibbia si inneggia nel nome dello shalom al valore dell’ospitalità e dell’accoglienza del forestiero. Come sappiamo consumare il cibo e bere insieme all’altro è un rito senza tempo che crea da sempre comunione materiale e spirituale; è attraverso l’ospitalità che l’ospite viene a far parte, anche se temporaneamente, della famiglia. Scambiare viveri ha lo stesso valore che scambiarsi abiti e regali, abbracci, baci e strette di mano: a ben pensarci, queste sono tutte azioni che mirano ad abbattere in fretta le barriere sociali e culturali.
Anche gli antichi Romani praticavano la xenia, in particolare coi componenti delle proprie famiglie. Avevano infatti istituito una festa annuale, chiamata Cara Cognatio che, estranea al calendario ufficiale, era dedicata esclusivamente alle famiglie (il termine cognatio significa legame di sangue). Durante queste feste si allestiva un ricco banchetto a cui potevano partecipare solo i parenti di sangue per ciascuna famiglia e insieme a questi i parenti più stretti. Lo scopo della festa era quello di consolidare o ricostruire il vincolo coi propri parenti e a volte si invitavano dei mediatori esterni per superare eventuali criticità nei rapporti reciproci.
Nei poemi di Omero ricorre spesso il tema dell’ospitalità e il ruolo che ha il cibo come sua metafora. Nell’Iliade si incontrano i personaggi di Glauco e Diomede i quali, nemici sul campo di battaglia, si riscoprono l’uno ospite dell’altro perché sono stati ospiti i loro padri e l’appartenenza alla nobiltà dell’uno si mostra nella ricchezza dei doni offerti all’altro. Già, perché come vogliono le regole della xenia attraverso il dono (che l’ospite non può rifiutare) l’ospitante sottolinea il proprio status sociale; il dono si componeva quando c'erano le possibilità con beni di lusso quali vestiti, gioielli, armi, ma anche di cavalli o vino pregiato, e il rifiuto da parte dell’ospite sarebbe il disconoscimento dello status dell’altro. L’ospite dovrà poi ricambiare con doni di pari importanza o migliori di quelli ricevuti.
Diversi sono poi gli episodi dell’Odissea in cui si esalta il valore dell’accoglienza e la gravità del suo opposto. Nel descrivere l’episodio in cui Ulisse incontra Alcinoo re dei Feaci, Omero cita i meli, i peri, i melograni e poi gli ulivi, i fichi e l’uva che abbondano nei loro orti. La loro generosità nei confronti dell’ospite è lo specchio di un popolo pacifico che ama la musica, la danza e le feste. Quando l’eroe omerico riparte per Itaca, Alcinoo gli offre una nave piena di regali. Quando poi la ninfa Calipso offre ad Ulisse un banchetto con nettare e ambrosia che sono cibi degli dei, lei vorrebbe farlo diventare un dio e trattenerlo con sé, ma lui la lascia perché è più grande il desiderio di tornare alla sua amata Itaca.
Decisamente opposto alla xenia è invece il comportamento del mostro ciclope Polifemo, che non appartenendo al genere umano si comporta da cannibale impersonando in questo modo il male. E pure in deciso contrasto alla xenia il comportamento del re dei Proci Antinoo, che aspira al trono di Ulisse e quando lui gli si presenta come un mendicante lo maltratta, mentre i suoi compagni guardano con timore questo atteggiamento pensando che quel mendicante potrebbe essere un dio.
Tutto l’anno, e forse proprio a partire dal vicino tempo della Pasqua, potremmo cogliere nella xenia anche un invito a rinnovare il nostro spirito di ospitalità e il modo di viverla, rendendo più generoso e divertente anche il far nascere nuove tradizioni in famiglia nei riti da riservare a chi ha l'onore di essere accolto nella vostra casa.
Photo via Pexels



















































































































































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