L’Epifania in bianco e nero

Ovvero la storia della tradizione della Befana e perché si infilano nella sua calza i bianchi confetti ricci e il nero carbone (e non solo)

L’Epifania in bianco e nero

Il nome della Befana è legato al termine Epifania perché è la trasformazione dell'antica parola greca epifàneia, diventata poi bifanìa e befanìa. Il personaggio della Befana è legato in modo indiscutibile alla conclusione delle festività natalizie, ma l'origine della festa si può far risalire ai riti pagani del XVI secolo a.C. attraverso i quali si celebrava il raccolto dell'anno appena trascorso e pronto a rinascere nell’anno nuovo. 

I Romani, ereditando questi riti, li inserirono nel calendario romano celebrando la dodicesima notte che seguiva il solstizio d'inverno e concludeva il periodo della morte della natura che si preparava alla sua rinascita primaverile. I Romani credevano che durante le dodici notti (12 quanti i mesi dell'anno) che seguivano il solstizio, sui campi brulli volassero delle ninfe per propiziare la loro fecondità garantendo buoni raccolti futuri. Probabilmente è proprio dal mito delle ninfe volanti che la befana da sempre, nell’immaginario come nelle illustrazioni, vola sulla sua scopa

Nel IV secolo a.C. la Chiesa romana abolì le credenze e le feste pagane e fu allora che la befana assunse l'aspetto di una strega piuttosto che quello di una ninfa o di una fata. Il Cattolicesimo ha infine provveduto a mitigare i due aspetti contrastanti del personaggio proponendo la ricorrenza dell'Epifania nella dodicesima notte che segue il Natale con la visita dei Magi alla grotta. 

Ma perché la befana mette i suoi doni in una calza? Secondo una leggenda, il re romano Numa Pompilio di solito appendeva una calza all'interno di una grotta per ricevere dei doni dalla benevola ninfa propiziatrice. La calza è inoltre importante in inverno e si presta a contenere i doni perché è di tessuto elastico e si allarga facilmente. Nelle antiche case contadine la befana trovava i calzini appesi al camino in cui metteva qualche fico secco, confetti, noci, nocciole, semplici caramelle di zucchero. Poteva però trovare scarpe nuove da portare con sé in cambio dei suoi doni

In diversi paesi d'Europa, i regali ai bambini li porta Babbo Natale la notte del 6 Gennaio, e in passato erano le arance i migliori doni. L'uso di regalare arance risale al XIX secolo ed è legato al "miracolo della dote" di San Nicola. Il succoso frutto arancione richiama nella forma e nel colore i tre lingotti d'oro che San Nicola, quando era vescovo, regalò a tre fanciulle molto povere esonerandole da un destino da schiave e garantendo loro la dote per potersi sposare. All'epoca del miracolo, le arance erano rare e costose e così è stato per molto tempo ancora, così che i mandarini e le arance non mancavano nelle calze della befana in Europa e in Italia.

Il bianco che i bimbi possono ancora trovare nella loro calza in alcune regioni è invece quello del confetto riccio. In Toscana, precisamente a Pistoia, il confetto riccio si chiama birignoccoluto ed è ripieno di semi di anice o di coriandolo e rivestito da strati di zucchero con le caratteristiche increspature prodotte attraverso un’antica tecnica artigianale. Il ripieno nella regione Toscana può contenere nocciole, canditi, cioccolato o caffè. Nel centro-sud Italia invece all'interno del confetto riccio ci sono le mandorle che qui sono prodotte in quantità; i confetti ricci sono affiancati dalla cupeta (il croccante), i fichi secchi e caramellati e i torroncini. 

Nelle ricette che descrivono la preparazione del confetto riccio, si legge che lo zucchero sciolto in acqua aromatizzata con cannella e chiodi di garofano si versa sulle mandorle già pelate e tostate. Si rigira quindi il composto con un mestolo di rame facendo in modo che lo zucchero avvolga in modo omogeneo le mandorle e che i confetti abbiano la stessa misura. La fase finale, l’arricciatura, è la più importante: si aggiunge zucchero fuso a fili e, facendo rotolare e saltare i confetti, lo zucchero si deposita formando le tipiche rugosità. 

E come non citare il nero più tipico della calza della Befana, il dolce carbone: un tempo si potevano trovare al suo posto anche aglio e cenere! La presenza del carbone è ancora legata al fatto che la Befana è la personificazione dell'anno vecchio e probabilmente il saluto al vecchio anno era accompagnato dall'accensione dei falò; forse è per questo che in alcune regioni d'Italia si usa bruciare un fantoccio che rappresenta la Befana per dire addio all'anno passato. 

Nella calza il carbone è un rimprovero simbolico per i bambini che sono stati monelli durante l'anno trascorso… ma la sua dolcezza oggi lo rende amato dai più piccoli.  Si può fare anche in casa, nero o di altri colori e con semplici ingredienti. Basta far bollire 80-100 grammi di acqua con 400 grammi di zucchero per 10-15 minuti. A parte si prepara una glassa montando a neve un albume con qualche goccia di limone e 200-300 grammi di zucchero a cui si aggiunge in ultimo il colorante nero o di altro colore. Si mescolano infine i due composti a fuoco basso e velocemente per poi lasciar riposare il tutto in una teglia rivestita con carta di alluminio. Una volta freddo, si taglia in pezzi più o meno regolati. Buona Epifania a tutti!

Scritto da Redazione ProDiGus

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