Da “ugly” a “trendy”

Frutti e ortaggi che non si presentano conformi agli standard estetici per la vendita iniziano a fare propriamente tendenza sul mercato

Da “ugly” a “trendy”

Belli, lucidi, privi di imperfezioni o ammaccature, rigorosamente disposti in vaschette ordinate l’una accanto all’altra o messi in bella mostra sugli scaffali: sono proprio così gli ortaggi e la frutta che preferiamo acquistare al supermercato, sempre disponibile in tutti i periodi dell’anno, non spiù abituati alla stagionalità dei prodotti. Quando andiamo a fare la spesa, alla maggior parte delle persone non piacciono i prodotti fuori standard, i cosiddetti ugly fruits and vegetables, ovvero i frutti e le verdure imperfette. 

Partiamo dal presupposto che la perfezione dei parametri (come colore, calibro, compattezza della buccia, ecc.) non appartiene propriamente alla crescita naturale della frutta e della verdura, e che un consumatore responsabile e consapevole dovrebbe tenerlo presente al momento della scelta. L’abitudine alla ricerca del frutto perfetto porta con sé una serie di controindicazioni che non possiamo più permetterci di sottovalutare, prima fra tutte lo spreco di cibo e risorse. Oltre il 30% del cibo prodotto ogni anno nel mondo viene sprecato e questo non solo per le cattive abitudini delle famiglie, ma anche e soprattutto lungo la catena di produzione e distribuzione. 

Uno studio dell’Università di Edimburgo ha stimato che un terzo dell’ortofrutta prodotto in Europa non abbia i requisiti richiesti dalla GDO, non riuscendo ad arrivare nei negozi perché fuori calibro, non omogeneo nella forma e/o nel colore, o segnato da eventi atmosferici come la grandine o sfregamenti con altri frutti. Frutta e verdura sono tra le merci più deperibili, e tutto ciò che non corrisponde ai criteri imposti dal mercato viene scartato producendo non solo spreco di cibo in sé ma anche di acqua, energia e risorse utilizzate per produrlo. Le aspettative del consumatore al momento dell’acquisto sono parte di questo problema, perché determinano lo scarto di una grossa fetta di merce che finisce spesso al macero o rimane sui campi come compost (è accaduto agli agrumi di Sicilia, alle mele del Trentino, ai pomodori della Campania, ecc.) ancor prima di arrivare nei punti vendita. La GDO (Grande Distribuzione Organizzata, ndr) è la prima che, per rispondere alle esigenze del mercato, rifiuta “a monte” categorie di prodotti non rispondenti a precisi canoni estetici che però, a livello nutrizionale, sono perfettamente identici, buoni e sani.

È tutto il complesso circuito di filiera che dovrebbe essere rivisto alla luce di una affermazione apparentemente semplice e banale ma che cambierebbe di molto le prospettive per il futuro: “brutto è spesso sinonimo di buono e sano, mentre per il bello non è necessariamente così!” 

E se è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, fermiamoci allora a riflettere sui dati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori danesi e svedesi che, con due semplici esperimenti, hanno dimostrato quanto siano radicati certi stereotipi alimentari. E’ stato chiesto a 130 persone di esprimere l’intenzione di mangiare o meno una mela sottoponendo loro fotografie di frutti molto diversi per colore, forma, livello di perfezione esteriore. Come riportato su Food Quality and Preferences, la maggior parte degli individui ha affermato di non essere invogliato a mangiare i frutti imperfetti. Poi, è stato chiesto di assaggiare una mela “perfetta” credendo invece fosse una “ugly”; il risultato è stato che la mela è stata ritenuta non buona e non gradevole. 

Questo dimostra come sia necessario intervenire sulle opinioni e sulle preferenze dei consumatori. Ciò che deve interessare il consumatore sono i metodi di coltivazione (il più possibile ecosostenibili, a basso impatto ambientale e a ridotto uso di pesticidi e additivi chimici), le proprietà nutritive e le caratteristiche organolettiche

Fortunatamente negli ultimi anni, complice anche la crisi globale, l’imperfezione di frutti e verdure sembra finalmente iniziare a fare tendenza. In alcuni Paesi, grandi marchi della distribuzione organizzata propongono corner di prodotti brutti e imperfetti, ma buoni nei prezzi, inferiori del 30% rispetto ai corrispettivi dall'apparenza migliore. In questo senso la sensibilizzazione dei consumatori e la promozione di prodotti più bruttini ma ugualmente sani e buoni per di più ad un prezzo inferiore potrebbe davvero far cambiare la rotta e innescare una rivoluzione che parte dalla psicologia dei consumatori. 

Esistono vere e proprie aziende in start up che stanno scegliendo di dedicarsi al problema, immettendo sui mercati (molto spesso locali) a prezzi convenienti tonnellate di cibo ad elevato valore nutrizionale che andrebbe perduto se dovesse passare esclusivamente per la GDO. In questo modo si aiutano da una parte i produttori a sopravvivere e dall’altra il consumatore ad imparare a scegliere non solo in base ai criteri estetici. Perché, dopotutto, lo si sa… l’abito non fa il monaco, e questo vale spesso anche con gli alimenti, dal supermercato alla cucina. Impariamo a informarci e a riflettere maggiormente sulle nostre scelte. 

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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