Cucina brutalista

Ricalca i principi dell’omonima corrente architettonica, e un artista tedesco l’ha posta al centro della sua filosofia di creatività

Cucina brutalista

Sulla scia dell’architettura definita con il medesimo aggettivo, nasce la cucina brutalista. Come le opere in cemento lasciano vedere la loro struttura, la materia prima con la quale sono state edificate, così i piatti della cucina brutalista, sono essenziali nell’aspetto e nella quantità di ingredienti utilizzati.

Questi ultimi sono ben individuabili e risultano preparati seguendo principi piuttosto rigidi, ispirati anche al concetto di sostenibilità. Il cibo, nella sua purezza, è il grande protagonista delle portate, non certo l’arte di impiattare. Attenzione però: queste proposte culinarie sono tutt’altro che brutte, a dispetto dell’etichetta che sfoggiano.

L’anno scorso a Milano e in altre città sono stati aperti ristoranti che hanno fatto del brutalismo un marchio distintivo. Una sorta di brand che significa attenzione alla stagionalità dei prodotti e rispetto dell’ingrediente, ma anche tracciabilità, alta qualità, artigianalità e gusto della sperimentazione. Elemento, quest’ultimo, necessario per arrivare ad immaginare un piatto che combina la zucca con il bergamotto, con un formaggio della Val Brembana ed anche con le nocciole: un esempio di questo genere di cucina.

L’artista tedesco Carsten Holler si serve dei mezzi più diversi per esprimere le sue intuizioni sulla vita e sul mondo e di recente ha utilizzato, per comunicare, anche lo strumento cucina. Sembra che sia un tale estimatore del buon cibo che quando è da solo si prepara una cena di quattro portate. Ai fornelli è stato colto da un’idea a suo modo geniale: per preparare un piatto, invece di armonizzare ingredienti diversi, perché non usare un solo ingrediente in tutte le sue parti?

Questo è il modo di cucinare che egli stesso ha definito brutalista. Non esattamente lo stesso che distingue i locali milanesi di cui si è già scritto. Per usare le sue parole “non si tratta di rifiuto dell’elaborazione, ma della combinazione”.

Inno alla purezza dell’ingrediente, si potrebbe altrimenti dire, come anche spinta alla creatività. Certo l’obbligo ad usare un unico ingrediente è una sollecitazione per l’intelletto, costretto a lavorare per inventare.

Se si è brutalisti, le ricette vanno scritte pensando di avere a disposizione solo i funghi, per esempio. L’importante, per Holler, è che il piatto non sia affollato;

“Un piatto brutalista – dice – è un ingrediente diviso in unità”.

Lo scorso gennaio, la Galleria Massimo De Carlo di Milano ha ospitato la personale di Holler, dal titolo Mushrooms Mathematics.

Da bravo esploratore delle potenzialità della percezione umana, l’artista si è fatto interprete del significato del fungo, nell’immaginario collettivo. I lavori presenti in Galleria invitavano a coltivare il dubbio, o meglio ad entrare nella room for doubt, cioè lo spazio per il dubbio, che non può esserci, senza apertura intellettuale. La stessa che gli ha permesso di tuffare la sua creatività nei piatti della cucina brutalista. E voi, siete pronti per le sperimentazioni?


Fonte: Icon Design

Scritto da Redazione ProDiGus

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