Attenzione a non cadere mai negli eccessi!
Con questo nome ci si riferisce alla radice della pianta del loto, bella da tagliare e buona da mangiare: ecco dove e come viene utilizzata in cucina (insieme a fiori e foglie)
Nella nostra cultura lo conosciamo soprattutto per gli splendidi fiori: parliamo del loto, una pianta sacra ad induisti e buddisti, appartenente al genere Nelumbo, ossia l’unico genere di piante acquatiche della famiglia delle Nelumbonaceae. Questo genere è presente in sole due specie, la Nelumbo lutea originaria dell’America, e la Nelumbo nucifera originaria dell’Asia e dell’Australia. Nel corso dei secoli, queste specie hanno raggiunto tutto il bacino del Mediterraneo; esse infatti crescono molto rapidamente in piena esposizione al sole, con le radici rizomatiche che affondano in terreni argillosi e fangosi e le enormi foglie galleggianti sull’acqua.
Le piante di loto ben sopportano sia il caldo che il freddo intenso, e i bellissimi fiori si ergono tra le foglie dalla fine della primavera all’estate coi loro colori accesi rosa, bianco, azzurro e rosso. Il loto è una delle piante più longeve al mondo; i suoi semi possono restare sul fondo per secoli finché non vengono scalfiti dalle rocce e i sassi e aprendosi danno vita ad una nuova pianta. Simbolo di purezza e di rinascita, non tutti sanno tuttavia che il loto, oltre ad essere une pianta ornamentale di particolare effetto, è utilizzato in tutte le sue parti edibili in erboristica, medicina e cucina, soprattutto nei paesi d’origine.
In Birmania dalle fibre del loto si ottiene un tessuto simile al lino con cui si tessono gli abiti dei monaci buddisti. In Vietnam con gli stami del fiore di loto si prepara un ottimo tè. Nella medicina popolare cinese da tutte le parti della pianta si ottengono decotti curativi della dissenteria, dei raffreddori e della febbre, e che consentono di curare anche la tosse ed eliminare i muchi. In cosmesi il loto è usato per la regolazione del sebo della pelle.
In Cina, in India e in tutto il Sud-Est asiatico i boccioli dei fiori di loto si mangiano come frutti, e le foglie giovani crude o cotte come verdura. I fiori essiccati si adoperano per infusi rilassanti e se ne estrae anche un olio essenziale che favorisce la meditazione. I semi assomigliano ai ceci e si sgranocchiano come snack o se ne fanno popcorn; inoltre, dai semi macinati si ottiene una farina ottima per preparazioni dolci o salate. In Cina i semi di loto vengono bolliti e ricoperti di zucchero per preparare zuppe dolci e sono anche ingredienti, insieme ai tuorli d'uova d’anatra, delle torte lunari che si consumano e si donano in occasione della Festa di Metà Autunno in alternativa alla pasta di fagioli azuki.
Ma allora, cos'è ciò che viene chiamato "renkon"? È la radice del loto, chiamata anche hasi in Giappone, un rizoma di forma oblunga con la buccia scura e la polpa chiara (simile a quella della patata), ma il cui interno presenta dei fori. Quando il renkon si affetta trasversalmente, le rondelle somigliano a delle ruote, e, secondo una credenza popolare, attraverso i loro fori si può intravedere il futuro:è per questo che il rankon in Giappone si mangia spesso a Capodanno.
La radice di loto possiede molto tannino, e perciò quando è fresca occorre farla bollire pochi minuti in acqua, zucchero e aceto per renderla più gradevole da assaporare. Si conserva essiccata tagliata a fette sottili, ma si può trovare anche fresca intera o congelata a fette, o ancora in polvere. Dal punto di vista nutrizionale la radice di loto possiede vitamine - in particolare la C - sali minerali, fibre e acido folico, ed è quasi del tutto priva di lipidi.
Il renkon è croccante e leggermente amarognolo; versatile in cucina: spesso è usato nelle zuppe e negli stufati come il kinpira renkon, che prevede la cottura della radice in padella insieme a carote e semi di sesamo. Popolari sono anche le frittelle di renkon; in questo caso le rondelle sottili della radice si friggono in tempura. Il piatto a base di renkon tipico della città giapponese di Kumamoto è il karashi renkon, la cui ricetta risale al XVII secolo.
A quell’epoca un comandante dell’esercito giapponese cucinò le rondelle di rankon riempiendone i fori con miso e senape piccante, poi le avvolse in una pastella fatta con farina d’orzo, farina di fave e albume d’uovo, e dopo averle fritte in olio di semi di rapa le offrì al samurai Hosokawa Tadatoshi, che era a capo del dominio di Kumamoto. Costui apprezzò particolarmente la pietanza, anche perché le rondelle farcite assomigliavano allo stemma della sua famiglia, e perciò provvide a custodire e tramandare la sua ricetta, che oggi si è diffusa con alcune varianti tra cui quella in cui le rotelle farcite sono ricoperte da una pastella di curcuma e fritte. Proprio questo è divenuto un piatto regionale popolare sull’isola giapponese di Kyushu, servito come spuntino o antipasto accanto al quale sorseggiare rigorosamente birra o sakè.
Photo via Canva
Scritto da Redazione ProDiGus
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