Anacardi: una pianta per due frutti

O per meglio dire, un frutto vero e un frutto falso: sono quelli ugualmente commestibili della pianta dell'anacardio

Anacardi: una pianta per due frutti

Gustandoli tra una chiacchera e l’altra all’ora dell’aperitivo accanto a chips e olive sorseggiando un buon cocktail, avrete sicuramente assaporato gli anacardi, ma forse non conoscete la pianta da cui hanno origine.

Gli anacardi sono infatti il vero frutto di quelle che vengono chiamate mele di acagiù o mele d’anacardio, appartenenti alla famiglia delle anacardiacee ed originarie del Brasile. Si tratta di false mele con il peduncolo fiorale ipertrofico, che si sviluppano e crescono come un rigonfiamento dal frutto dell’anacardio stesso, assumendo una forma che ricorda quello di un cappello da gnomo.

Pur essendo dei falsi frutti, queste mele sono interessanti perché offrono un succo che vale la pena imparare a conoscere. Questa specie di mela, dal colore rosso brillante che vira al giallo a maturazione completa, ha polpa molle, succosa e rinfrescante che maturando perde la fastidiosa caratteristica allappante. La polpa succosa è caratterizzata da una sostanza lattiginosa ricca di vitamina C

Dal sapore decisamente particolare, le mele di anacardio si consumano crude o cotte ma è soprattutto il particolare succo che se ne ricava ad essere utilizzato per produrre vini, liquori, confetture e conserve. Per contrastare il gusto astringente che pizzica in gola, al succo ottenuto pressando i frutti maturi, si aggiunge la linfa estratta dall’albero; il composto viene successivamente filtrato (utilizzando il tradizionale metodo del telo di cotone leggero a trama rada) fino ad ottenere un liquido cristallino dal colore tendente al dorato. La bevanda così ottenuta ha un sapore decisamente più gradevole e dolce al palato con un buon potere dissetante cui si aggiunge anche un buon contenuto in fibre.  Questo succo è utilizzato in cucina anche come condimento per la carne e il riso.

Sulle tavole occidentali arriva essenzialmente il frutto di anacardio, le popolazioni amazzoniche delle foreste in cui cresce e si sviluppa la pianta utilizzano per lo più il falso frutto; per questo è possibile assaggiarlo in occasione di un viaggio in quelle terre, meno probabile reperirlo al supermercato a meno che ci si rivolga a negozi particolarmente specializzati in frutti esotici.

Sicuramente più noto agli appassionati e ai cultori di liquori è il feni, un distillato dalla lunga tradizione risalente al XVI secolo, epoca in cui i coloni portoghesi lo portarono per la prima volta nella penisola indiana e precisamente nella regione di Goa (stato dell’India occidentale le cui coste si affacciano sul Mar Arabico, colonia portoghese fino alla metà del secolo scorso). Qui oggi la pianta è divenuta praticamente autoctona e la sua coltivazione molto diffusa tanto che il feni è il liquore più popolare e consumato nella zona, particolarmente apprezzato per il gusto vellutato e forte con sentori di frutta tropicale e spezie.

La distillazione del liquore avviene ancora per lo più seguendo il metodo tradizionale: le mele di anacardi mature sono schiacciate con i piedi (come si fa con l’uva) e la polpa spremuta con l’ausilio di pesanti massi permette la raccolta del succo e la sua conservazione sottoterra in pentole di terracotta o rame. Dopo la fermentazione, il liquido è sottoposto a tre processi di distillazione fino a diventare un liquore forte, morbido e aromatico contenente circa il 45% di alcol in volume.

Il procedimento di lavorazione completamente tradizionale pone una importante questione igienica che negli ultimi anni sta interessando i produttori e gli esportatori del liquore. Nel 2009 il feni ha ricevuto il riconoscimento come prodotto ad indicazione geografica protetta, questo ha amplificato la necessità di garantire uno standard igienico di produzione più elevato che non sempre però riesce a mettere d’accordo produttori locali ed esigenze industriali a larga scala. Tuttavia, il riconoscimento attribuendo un valore particolare al liquore che deve essere rigorosamente prodotto nella regione di Goa, fornisce l’opportunità di standardizzare meglio processi produttivi e parametri igienico-sanitari a tutela del consumatore finale.  

Photo via Pixabay

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

0 Commenti

Lasciaci un Commento

Per scrivere un commento è necessario autenticarsi.

 Accedi


Altri articoli