Allarme analfabetismo alimentare

Alfabetizzazione alimentare significa stare a tavola consapevolmente: ecco cos'è e come difendersi dall'analfabetismo sul cibo

Allarme analfabetismo alimentare

Strumentale, funzionale, di ritorno, informatico: analfabetismo, per definizione, significa incapacità, ignoranza, disinformazione e per questo può riguardare vari ambiti della vita, con ripercussioni in campo sociale, culturale ed economico generalizzato. Recentemente, si parla di analfabetismo alimentare con una incidenza più ampia di quanto si possa immaginare. Il fenomeno è complesso e richiede una disamina attenta e scevra da pregiudizi e falsi miti.

Infatti, in un mondo globalizzato, interconnesso e multiculturale, in cui tutti danno pagelle, attribuiscono voti, stelle e giudizi, in cui tutti si sentono un po' giudici e un po' chef, esperti della tradizione e cultori del buon cibo, pronti a dare ricette, siamo sicuri di conoscere il valore di ciò che abbiamo nel piatto? Degli ingredienti che lo compongono, dei legami con il territorio, dei metodi di cottura, delle origini della ricetta? Insomma, sappiamo comprenderne il valore culturale?

Non dimentichiamo che la cucina è espressione culturale a tutto tondo: è storia, tradizione, usi, territorialità, rapporto con il contesto sociale e culturale nel tempo, è contaminazione ed evoluzione, recupero delle radici e sperimentazione allo stesso tempo. Tutto questo è espressione culturale quando si manifesta in maniera autentica e consapevole.

Se non riconoscere e non apprezzare il valore culturale del cibo viene definito come analfabetismo culturale alimentare, al contrario un reale e concreto alfabetismo culturale alimentare inizia al supermercato, prosegue in cucina, al ristorante o in trattoria, nel pranzo a sacco per una giornata fuori porta. Cerchiamo quindi di capire meglio questo fenomeno di cui si occupano gli esperti del settore food.

Viviamo in un’era di cambiamento e di continua mutazione, in cui la cucina di ieri non c’è quasi più ma si vuole, spesso a tutti i costi, recuperare la tradizione senza conoscerla dal profondo. Sempre più addetti ai lavori, appassionati e cultori del cibo pur facendo cucina, anche con tecniche moderne e innovative, pur apprezzando i buoni sapori, sono estranei al significato e al valore culturale del cibo. Ingredienti, tecniche di conservazione e preparazione, gesti, sapori e odori, tutto insieme produce quella che viene definita come esperienza sensoriale e culturale del cibo. Al contrario, sono i pregiudizi, i falsi miti, le diete strampalate, gli estremismi alimentari, i trucchi del marketing sul cibo che compriamo, la disinformazione generalizzata in campo alimentare a produrre questo che definiamo analfabetismo culturale del cibo.

Gli esperti definiscono gli analfabeti alimentari come coloro che pur cucinando e apprezzando genericamente il cibo e i buoni sapori, non ne comprendono i significati e i valori culturali. Mangiare un alimento non significa necessariamente conoscerne il valore culturale; un po' come in ambito linguistico si distingue il significato dal significante. In sostanza dunque gli analfabeti non conoscono la cultura della tavola, semplificando qualcuno dice “non sanno e non capiscono quello che fanno e quello che mangiano”. Ciò significa che questi analfabeti mangiano piatti di cui non conoscono il significato, limitandosi al significante, cioè ad un elenco degli ingredienti, al conteggio numerico delle calorie, alla moda del momento o ancora peggio ad una immagine postata sui social in cerca di like.

Giovanni Ballarini in un articolo sul notiziario dell’Accademia dei Georgofili dichiara “una alimentazione senza significato è senza anima, quindi culturalmente morta”. Una visione pessimista ma non meno realista, che deve lasciare spazio ad uno spiraglio per una reale campagna di educazione e alfabetizzazione autentica per riscoprire non solo il gusto e il sapore del cibo ma la sua valenza in termini culturali e, aggiungerei, medico-scientifici.

In questo contesto, uno degli argomenti che riscuote maggior interesse sui media e sui social, riguarda la sicurezza degli alimenti e la ragione di tale interesse risiede nel fatto che il tema coinvolge tutta la popolazione in quanto il rapporto tra alimentazione e salute è stretto e indissolubile. Conoscere le regole e le norme sulla sicurezza alimentare, i suoi disciplinari e i controlli che vengono operati sulle filiere produttive, aiuta ad essere consumatori più consapevoli e meno approssimativi.

Alcune statistiche rivelano che l’80% degli italiani è genericamente preoccupato per il cibo che mangia; tuttavia a questa preoccupazione fa eco proprio l’analfabetismo alimentare in quanto la preoccupazione deriva spesso dalla ricerca di risposte a domande e informazioni da fonti non attendibili, con il connesso rischio di trovare notizie errate, incomplete, non scientifiche o prive di fondamento, fake che generano ansia e preoccupazione o al contrario sottovalutazione di rischi reali (si pensi, solo per fare un esempio, alla questione dell’olio di palma). L’analfabetismo alimentare lascia in questi casi spazio al dilagare di fake news, di falsificazioni degli alimenti, del loro uso e del loro significato, spesso mascherato da un revival alimentare in cui si recuperano alimenti e usi vintage o all’opposto si propongono in campo gastronomico innovazioni futuribili. 

A fronte di un 55% della popolazione italiana che, secondo uno studio recente, presenta livelli inadeguati di alfabetizzazione alimentare, cosa si può fare per invertire questa rotta e educare e formare consumatori attenti, consapevoli? Per cominciare, ad esempio, imparare a leggere le etichette per essere in grado di capire cosa raccontano, cosa ci dicono e magari cosa nascondono. L’alfabetizzazione alimentare passa anche dalla consapevolezza che alimentarsi in modo sano ed equilibrato richiede la conoscenza dei macro nutrienti, del fabbisogno individuale rispetto alle caratteristiche del singolo e del suo stile di vita, dell’esistenza di altre patologie, di particolari condizioni sociali e che il cibo non va “misurato” solo in termini di calorie. 

All’origine di alcune delle più diffuse condizioni patologiche in campo alimentare (come il binge eating, tutti i DCA  - disturbi del comportamento alimentare, l’obesità) vi è spesso anche una scarsa e a volte perfino assente cultura alimentare. Contrastare questa “ignoranza” significa contribuire a prevenire queste patologie sempre più diffuse e dall’alto impatto sociale.

La moda di consumare “cibo etnico” non è sufficiente per poter sostenere di conoscerne il suo valore culturale che deriva, in modo più complesso, dall’incontro e dalla fusione di usi, costumi, abitudini alimentari appresi ed elaborati in funzione del linguaggio, della religione, del territorio e dell’economia di una determinata società. Non trascurabile in una prospettiva di alfabetizzazione collettiva il ruolo che potrebbe avere la spesso evocata ma mai attuata educazione alimentare nelle scuole.

Semplice ma non banale, alfabetizzare in campo alimentare significa partire dalla conoscenza di ciò che mettiamo nel piatto in termini quantitativi e qualitativi; significa conoscere l’origine, la provenienza, la stagionalità, i consumi, la diffusione. In sostanza significa scegliere in modo consapevole cosa mangiare per trarne ogni genere di beneficio per il palato e la mente. La tavola è stata storicamente e continua ad essere un momento di aggregazione e convivialità, di condivisione e piacere, per godere del quale si deve essere in grado di comprendere ciò che si mangia e il suo valore.

Photo made in AI

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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