Un connubio storico che merita di celebrato attraverso nuovi spunti per la tavola
E’ bene sapere che l’aglio che arriva dalla Cina può aver subito trattamenti sbiancanti potenzialmente nocivi
In cucina è il co-protagonista di molte ricette. Serve per dare carattere ai piatti, primi e secondi, e vanta notevoli proprietà benefiche. È l’aglio, del quale in Italia si conoscono almeno dieci varietà, dal Veneto alla Sicilia. Tutte, dalla rossa di Nubia, alla bianca polesana, passando per quella di Sulmona, generano effetti positivi sulla salute di chi ne consuma gli spicchi.
L’aglio è considerato un rimedio contro la pressione alta, il colesterolo ed è utile persino nella cura dei comuni raffreddori. Ma c’è qualcosa a proposito di questa pianta bulbosa che molti ignorano. Una buona percentuale dell’aglio acquistato al supermercato proviene dalla Cina; anche quello biologico. Le procedure che regolano la filiera agroalimentare del paese più popoloso al mondo, in questo momento duramente colpito dalla diffusione del coronavirus, non sono le stesse adottate nei paesi europei.
Con queste informazioni non si intende fare del terrorismo mediatico: prima di focalizzare il problema reale, bisogna sfatare un po' di miti, abbattere i pregiudizi maturati nelle ultime settimane, sulla scia delle notizie relative all’epidemia di CoVid19 (il nome dato al virus dall’OMS). In Italia, soprattutto nelle grandi città come Roma e Milano, i cinesi, anche colori i quali vivono qui da decenni, sono stati vittime di discriminazioni e purtroppo, in qualche caso, di aggressioni.
Sono diversi i ristoranti cinesi che hanno visto crollare drasticamente il numero delle prenotazioni; qualcuno è già sull’orlo del fallimento. Complici il panico e informazioni del tutto infondate.
Ne approfittiamo per fare un po' di chiarezza: il virus si trasmette da uomo a uomo, quindi è escluso che possa sopravvivere a lungo fuori dal corpo umano, ovvero sulle superfici con le quali quotidianamente entriamo in contatto nei luoghi pubblici. Gli oggetti che provengono dalla Cina non sono pericolosi e neanche lo è il cibo. Inoltre, gli ingredienti usati nella maggior parte delle cucine cinesi sono di origine italiana, quindi evitare di frequentarli non ha senso. E nulla può, in ogni caso, giustificare episodi di razzismo nei confronti delle persone asiatiche.
Il problema dell’aglio cinese non è quindi il coronavirus, ma i trattamenti sbiancanti cui viene sottoposto. Questa operazione richiede l’impiego di sostanze chimiche, come il bromuro di metile (molto tossico) e i solfati, che servono per fermare la germinazione e tenere lontani i parassiti. Le piante sono innaffiate con acque reflue non trattate, quindi potenzialmente pericolose.
Ad affermarlo è l’Australian Garlic Industry Association, che menzionerebbe addirittura l’uso di liquami umani nelle coltivazioni di aglio cinese. Sicuramente non tutti i coltivatori fanno ricorso alle medesime tecniche, tuttavia nel dubbio sarebbe forse il caso, prima di acquistare dell’aglio cinese, di informarsi, per quanto possibile, sull’azienda che lo produce e su quella che lo importa.
Fonti sitografiche:
- Healing life is natural;
- Il Messaggero;
- Ministero della Salute.
Scritto da Redazione ProDiGus
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