L’essenza della civiltà umana racchiusa nel suo utilizzo …oppure no?
Una poesia scritta nel 1942 da Francis Ponge e dedicata all'ostrica, che definisce "un mondo da bere e da mangiare"
L’ostrica
L'ostrica, della grandezza di un ciottolo medio, ha un'apparenza piú ruvida, un colore meno unifrome, brillantemente biancastro.
È un mondo testardamente chiuso. Eppure si puó aprire: occorre per questo tenerla nel cavo di un canovaccio, usare un coltello intaccato e poco franco, far diversi tentativi. Le dita curiose si tagliano, le unghie si rompono: è un lavoro grossolano.
I colpi che le si dànno ne segnano l'involucro con cerchi bianchi, con sorte di aloni.
All'interno si trova tutto un mondo, da bere e da mangiare: sotto un firmamento (propriamente parlando) di madreperla,
i cieli di sopra si accasciano sui cieli di sotto, per non formare più che una pozzanghera, un sacchetto vischioso e verdastro
che fluisce e refluisce all'odore e alla vista, frangiato sui bordi da un merletto nerastro.
Talvolta, raramente, una formula imperla la gola madreperlata: e di essa si fa subito ornamento.
Poesia tratta da Le parti pris de choses di Francis Ponge, 1942
(tradotto in italiano da Einaudi nel 1979)
Photo made in AI



















































































































































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