Il frutto della passione

Maracujà, frutto tropicale tra i più amati: scopriamo tutto sulle sue origini e proprietà e come utilizzarlo per assaporarlo al meglio

Il frutto della passione

Che preferiate chiamarlo maracujà, passion fruit o frutto della passione, si tratta di un frutto noto sia agli amanti dei prodotti tropicali e dei loro derivati alimentari, sia agli amanti del giardino, considerato che questi frutti provengono da piante capaci di fornire ottimi raccolti oppure di essere semplicemente ornamentali per la loro bellezza che risiede essenzialmente nel fiore. 

Ed è proprio il fiore l’elemento che più attira chiunque osservi la bella pianta rampicante, ornamentale o edule che sia, elemento da cui trae origine il suo nome botanico: genere Passiflora, famiglia delle Passifloracee. Si tratta del famoso “Fiore della Passione”, sottinteso "di nostro Signore Gesù Cristo", nome attribuito dai primi missionari cattolici che nel XVII secolo arrivarono in Brasile. Secondo le cronache del tempo, il primo ad avere la fortuna di osservare questo fiore fu un certo Emmanuel de Villegas nel 1610, con tutta probabilità della Passiflora incarnata (varietà che si usa in erboristeria), il quale subito intravide la relazione tra l’aspetto del fiore e la passione di Cristo.

Infatti il fiore ha: una formazione corollina  circolare di sottili falsi petali che richiama la corona di spine; un pistillo sopraelevato con 3 stigmi che somigliano a 3 chiodi; sottostanti a questi si trovano 5 stami la cui forma richiama il martello; i 5 petali della corolla e i 5 sepali del calice formano il 10 riferito ai 10 apostoli rimasti fedeli (al netto di Giuda Iscariota, il traditore,  e di Pietro che rinnegò temporaneamente Gesù, come raccontato nei Vangeli); il numero 5 rimanda anche alle cinque piaghe di Gesù venerate con devozione (piede destro, piede sinistro, mano destra e mano sinistra, costato); i viticci con i quali la pianta si arrampica rappresenterebbero le fruste usate conto Gesù nella flagellazione; l’androginoforo rappresenterebbe la colonna a cui fu legato Gesù per essere flagellato.

Il nome Passiflora deriverebbe dal latino Flos (fiore) Passionis (passione) e sarebbe stato attribuito dal padre agostiniano Leonard Plukenet nel 1696, conservato poi anche da Linneo nella classificazione botanica binomiale.(svedese, 1707-1778, Carl Nilsson Linnaeus, passato per l’ottenimento di un titolo nobiliare a Carl von Linné, italianizzato in Carlo Linneo, studioso di biologia per il quale «Se non conosci i nomi, muore anche la conoscenza delle cose»). 

Nel linguaggio dei fiori, il fiore della passiflora rappresenta la fede religiosa, pertanto non mancano leggende su questo particolare fiore: sarebbe nato da una goccia del sangue di Gesù caduta sul terreno quando, appena morto, si squarciò il velo del tempio, (vedi Vangelo di Marco e Vangelo di Matteo). Altra leggenda di tipo religioso vuole che una piantina selvatica avrebbe steso i propri rami fino alla corona di spine di Gesù in croce, bagnandosi del Suo Sangue e fiorendo quando i discepoli andarono per deporre Gesù dalla Croce (da cui il nome fiore della passione).

Questo frutto viene anche chiamato maracujà in portoghese: e al nome maracujà si collega un’altra leggenda, per la quale sarebbe il nome di una cameriera spagnola che si fece uccidere pur di non separarsi da suo amato aborigeno del popolo guarani (gruppo etnico di Brasile e Paraguay), ucciso da un capitano suo pretendente e preferito dal padre della giovane: dalla freccia mortale per Maracujà nacque un fiore che si schiudeva di notte e si apriva completamente solo con il sole.

Per comprendere meglio quanto sin qui esposto, è utile descrivere brevemente la famiglia Passifloracee a cui appartiene il genere Passiflora. Si tratta di una piccola famiglia botanica, con circa 250 specie, originaria dei paesi tropicali sudamericani (Brasile, Perù), in cui il genere più importante è Passiflora che viene coltivato anche in Italia e Spagna (ovviamente più come ornamentale, poco come frutto da mangiare limitatamente alla zona di Agrigento, a Malaga per la Spagna). Da maggio a settembre la pianta fiorisce,  producendo fiori ermafroditi (presenza di pistillo con ovuli e stami con il polline), con calice e corolla parzialmente saldati a formare una coppa basale (5 sepali e 5 petali), alla quale segue una serie di appendici corolline sottili, colorate e molto sviluppate (la citata corona di spine di Gesù); presente nel fiore una struttura detta androginoforo, praticamente una piccola colonna tissulare che porta in alto i 5 stami (a forma di martello) e il pistillo con i suo 3 stigmi (a forma di chiodi).

Si tratta di piante rampicanti grazie a viticci rameali o ascellari (che simulano la frusta), spesso forniti di austori per adesione alla superficie (piccole ventose circolari). Due le specie più interessanti: la P.assiflora edulis che produce frutti mangerecci (eduli per l’appunto), per la quale esistono due varietà (P. edulis edulis dal frutto rosso, P. edulis flavicarpa dal frutto giallo); e la Passiflora coerulea  ornamentale, i cui frutti pur commestibili sono insipidi e non commercializzati (è utile a coprire in modo naturale muri e pergolati).

Tra le specie ad uso erboristico rientra la Passiflora incarnata, di cui si usano fiori, frutti e foglie per preparati destinati a curare l’insonnia, grazie alla presenza di flavonoidi (miscela di isoviteina, viteina, iperoside, saponaria, quercitina, rutina e apigenine) detti passiflorina, oltre che eliminare spasmi vari grazie al contenuto di alcaloidi (armano, armina, armolo, armolina, armalolo). Queste proprietà erano già note ai popoli del Centro America (come gli Aztechi) e furono sfruttate anche durante la 1^ Guerra Mondiale per curare le nevrosi causate dall’evento bellico (“angosce di guerra”).

I Paesi maggiori produttori di frutto della passione sono Brasile, Colombia, Ecuador, Perù, Australia, Kenya, Filippine e Vietnam. Il frutto della passiflora è una bacca ovoidale, con semi albuminosi avvolti da un tessuto carnoso e rosso detto arillo (come accade per es. nella melagrana). La buccia della bacca è coriacea, non commestibile, raggrinzita quando la maturazione è completata. Commestibile è, invece, la membrana bianca che separa la polpa dalla buccia, anche se il suo sapore acidulo non la rende gradita, perlomeno nel consumo del frutto fresco. La parte commestibile è rappresentata dai semi avvolti nell’arillo, succosi tanto da consentire sia l’estrazione del succo, sia dell’olio essenziale dai semi. 

Dal punto di vista organolettico, il frutto della passione una volta aperto per essere mangiato fresco si rivela profumato, di gusto fruttato - dolce ma non stucchevole, di consistenza gelatinosa, leggermente e piacevolmente acidulo. Il contenuto in macronutrienti è interessante, ma lo è ancor più quello in micronutrienti: in 100 g di frutto sono stati riscontrati 8 – 23 g di carboidrati (di cui il 50% zuccheri solubili), 0,6 – 2,2 g di proteine, 0,3 – 0,7 g di grassi, ben 10, 4 g di fibre (in gran parte solubili [carboidrati particolari tutti di origine vegetale, come le pectine] che aiutano a controllare colesterolo e glicemia; meno quelle insolubili [cellulosa e simili] che facilitano la motilità intestinale), un apporto energetico di 46 – 97 kcal, tutto ciò ovviamente in funzione del luogo di produzione e dello stato di maturazione del frutto. Come micronutrienti interessanti si riscontrano: 28 mg di sodio, 348 mg di potassio, 29 mg di magnesio, 25 mg di vitamina C, 0,72 mg di beta – carotene (precursore della vitamina A), 2,4 mg di niacina (vit. PP),  oltre a molti polifenoli. 

La composizione in macro e micronutrienti rivela quindi le caratteristiche del prodotto: antinfiammatorio, reintegratore di sali minerali, controllore di colesterolo, glicemia, obesità, antiossidante per eccellenza contro l’invecchiamento cellulare e tutto ciò che è ad esso correlato, protettore del muscolo cardiaco. L’impiego fitoterapico del maracujà si estende anche ai casi di asma, palpitazioni, deficit dell’attenzione e ipertensione arteriosa.

Le caratteristiche del frutto ne hanno fatto un elemento molto interessante per gelée, succhi di frutta, cocktails e mocktails, smoothies, sorbetti e rifiniture per dessert al piatto. Il frutto della passione sposa bene anche il gusto salato, aggiunto in insalatine gourmet o utilizzato per realizzare salse da affiancare agli arrosti, e ancora per guarnire gelati, macedonie, nelle quali esalterà ancor più il gusto tropicale di altra frutta esotica come mango, papaya, ananas, cocco. Utilizzandolo in cucina e pasticceria, l'importante sarà evitare di scaldare eccessivamente la polpa denaturandone in parte il sapore: se occorre impiegare il succo/polpa in una preparazione a caldo, è consigliabile scaldare solo parte del frutto della passione (il minimo indispensabile a seconda delle temperature previste dalla tecnica della ricetta) per lavorarlo con gli altri ingredienti e successivamente aggiungere al tutto la restante parte di succo/polpa al naturale (non riscaldato/a).

Oltre che in erboristeria (sia per infusi che per estratti alcolici, per stress, ansia, insonnia, spasmi), alcune specie di passiflora sono utilizzate nel campo cosmetico per la produzione di creme per il corpo, rivelatesi benefiche per la cura della pelle.

Note bibliografiche
Cappelletti, Botanica generale e sistematica, Ed. UTET
Fidanza – Liguori, Nutrizione umana, Ed. IDELSON
Betto, I frutti tropicali in Italia, Ed. Rizzoli
Atlante astronomico della frutta, Ed. Slow Food   
Paull – Duarte, Tropical Fruits, CABI Publishing

Photo via Stockfood

Scritto da Luciano Albano

Laureatosi nel 1978 con lode in Scienze Agrarie, presso l'Università di Bari, si è specializzato nel 1980 in "Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli" presso il C.I.H.E.A.M. (Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici del Mediterraneo) di Valenzano (Bari), ha conseguito nello stesso anno anche l'abilitazione alla professione di Agronomo. Fino al 1/3/2018 ha lavorato alla Regione Puglia nell'Ufficio Territoriale di Taranto, quale Responsabile della P.O. "Strutture Agricole". Appassionato di olio e vino ha conseguito il Diploma di Sommelier AIS nel 2005 e ottenuto nel 2008 l'Attestato di Partecipazione alle Sedute di Assaggio ai fini dell'iscrizione nell'Elenco Nazionale di Tecnici ed Esperti degli oli di oliva extravergini e vergini. Fino al 2018 è stato iscritto all'Albo Provinciale dei Dottori Agronomi e Forestali e come CTU presso il Tribunale di Taranto. Ama il food & beverage e ne approfondisce i vari aspetti tecnici, alimentari e storici

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