Vendite in costante crescita in Italia per i prodotti alimentari liberi da additivi e allergeni
Indignarsi per le versioni “straniere” dei piatti italiani non serve: la cucina cambia e si reinventa ovunque (e così, anche in Italia stravolgiamo altre cucine)
C’è un rito che puntualmente infiamma i social: arriva un nuovo video virale (amatoriale e non) della “carbonara” preparata con panna e bacon, delle lasagne "stravolte" con l'aggiunta di peperoni o della pizza con ananas e prosciutto, e si è sempre allo stesso punto. Anche gli algoritmi sanno bene quanto sia mmediata la reazione indignata di orde di italiani: “Sacrilegio!”, “Offesa alla tradizione!”, “Non chiamatela carbonara!”. Uno spettacolo ormai stanco, più folkloristico che realmente utile, che dice più di noi che del piatto incriminato.
La verità è che la cucina italiana all’estero non è diversa da qualsiasi altra tradizione che, viaggiando, cambia pelle. Pensiamo alla cucina cinese: i piatti serviti nei ristoranti in Europa o in America raramente corrispondono all’originale regionale; spesso sono semplificazioni o reinterpretazioni create per incontrare i gusti e le abitudini di consumo locali. La stessa sorte tocca al sushi giapponese, trasformato in roll e burger ipercalorici a base di riso glutinoso al posto del pane, con salse e ingredienti improbabili; la paella spagnola, all’estero, spesso diventa un risotto o ancor peggio un minestrone di riso, mare e carne che in certe zone di Valencia neanche riconoscerebbero. In Cina, piselli e prosciutto non rientrano affatto nella ricetta dell'originale riso alla cantonese. Sono anche questi effetti della globalizzazione.
Eppure, quando accade alla nostra cucina, sembriamo dimenticare questa dinamica universale. I media amplificano il fenomeno con titoli sensazionalistici: tipo “La pasta con il ketchup fa infuriare il web”. Ma se in Italia possiamo creare hamburger gourmet con scamorza affumicata, melanzane e peperoni cruschi – trasformando un simbolo americano in un piatto mediterraneo – perché mai un cuoco londinese non potrebbe fare una carbonara con la panna?
Certo, le tradizioni culinarie sono patrimonio culturale, e proteggere il sapere gastronomico è sacrosanto. Ma difendere la memoria non significa congelarla dentro un assolutismo fine a sè stesso. Ogni ricetta, anche la più “intoccabile”, è frutto di ibridazioni storiche: il pomodoro viene dalle Americhe, la pasta secca è araba, il peperoncino è sudamericano. Oggi consideriamo “tipico” ciò che è, in realtà, il risultato di secoli di scambi e reciproche influenze culturali a tavola.
Indignarsi per ogni variante straniera significa negare l’essenza stessa del cibo come linguaggio universale, aperto, creativo. Non si tratta di abdicare alla qualità o di confondere l’originale con la copia: possiamo benissimo continuare a cucinare la carbonara tradizionale a casa nostra e, allo stesso tempo, sorridere davanti a una versione con panna all’estero, riconoscendola per ciò che è: un’interpretazione che incontra meglio i gusti degli abitanti locali, non un attentato. Solo chi ha sufficiente esperienza nella ristorazione all'estero (e questa non la trasmettono di certo programmi tv e web) sa che ad esempio, nella cultura anglosassone, non di rado i clienti fanno complaint - ovvero si lamentano del piatto al ristorante e se lo fanno sostituire - se la pasta non appare ai loro occhi sufficientemente "creamy"!
Invece di scandalizzarci, potremmo cogliere l’occasione per far rifiorire il turismo gastronomico impegnandoci nel raccontare meglio la nostra cucina nei locali (in tutte le lingue più diffuse), dimostrandoci in grado di cucinare e offrire ricette ancora autentiche a chi sceglie l'Italia come meta turistica e far gustare loro i nostri "veri prodotti" anziché propinar loro "prese in giro" la cui sussitenza sta facendo il giro del mondo nel passaparola tra viaggiatori e anche influencer. Sarebbe un atto di cultura e di risollevamento utile dell'opinione pubblica internazionale, anziché piangersi addosso, accusare social e altri media di diffusione di falsità e mostare orgoglio ferito.
Forse il vero scandalo non è la panna nella carbonara, ma la nostra incapacità di accettare che il cibo, come ogni forma culturale, è vivo e muta. Impariamo a distinguere tra “autentico” e “derivato” senza drammi: potremmo scoprire che anche da un equivoco gastronomico può nascere qualcosa di buono.
Photo made in AI
Scritto da Sara Albano
Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di marketing e comunicazione e consulenza per il food service a 360°, oltre ad essere il braccio destro di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.



















































































































































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