Ad gallinas albas

“Se possedete una biblioteca e un giardino, avete tutto ciò che vi serve.”
(Cicerone)

Nell’immagine di apertura: Giardino di Livia, part., I sec. a.C., Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

La storia è quella di una gallina bianca rapita da un’aquila. Portata da questa in volo nei cieli di una Roma alle soglie dell’Impero, forse perché si divincolò o forse perché fu lasciata andare, fatto è che cadde illesa in grembo ad una fanciulla. La fanciulla si chiamava Livia Drusilla ed era la promessa sposa del futuro imperatore Ottaviano Augusto. Non sappiamo se il bizzarro incontro spaurì la gallina tanto quanto la fanciulla. Ciò che sappiano è che il candido volatile teneva ben stretto nel becco un rametto di alloro.

Prima ancora di lasciarsi sedurre dalle prelibatezze culinarie che cotanto dono celeste suggeriva, Livia Drusilla, prudentemente, consultò gli indovini sul da farsi.

Così Plinio il Vecchio ci tramanda il leggendario evento:

Sull’alloro ci sono fatti degni di menzione connessi anche con il Divo Augusto. Accadde, infatti, a Livia Drusilla, che in seguito assunse con il matrimonio il nome di Augusta, ma all’epoca era solo promessa sposa di Cesare, che un giorno in cui se ne stava seduta, un’aquila dall’alto le fece cadere in grembo, illesa, una gallina di notevole bianchezza, e mentre lei ancora era tra l’imperterrito e il meravigliato, l’evento si rivelò un prodigio, perché la gallina teneva nel becco un ramo di alloro carico di bacche: gli aruspici ordinarono di conservare il volatile e la sua prole e di piantare quel ramo e custodirlo secondo le pratiche religiose del caso; ciò avvenne nella villa dei Cesari addossata al fiume Tevere, presso il nono miglio della via Flaminia, villa che per questo è chiamata «Alle galline bianche», dove tra l’altro, in modo non meno prodigioso, è cresciuto un boschetto.”

Livia tenne, dunque, la gallina che allevò insieme alla di lei numerosa prole e piantò l’alloro che divenne “così fitto e di buon auspicio che i Cesari destinati al trionfo vi si recavano in cerca di rami” (Svetonio, Vite dei Cesari, Galba, 1).  Che sia la storia di un investimento imprenditoriale? Anziché cucinare quella misteriosa gallina con l’alloro che si era portato dietro, di galline se ne sarebbero allevate tante, in un intero bosco di alloro, per trarne così un lauto profitto? In fondo, chi non avrebbe acquistato le augustee “galline all’alloro” di Livia? Scherzi a parte, l’investimento di Livia fu di ben altro livello.

Il giardino che Livia volle attorno ai ben auguranti arbusti di alloro, e descritto come un vero e proprio lauretum, (pianta particolarmente amata dai romani come amuleto da stringere al petto durante le battaglie), non fu pensato come un giardino qualsiasi.   

Innanzitutto, si tratta di un giardino dipinto e sin dal primo sguardo esso appare come un “bosco sacro”.

Sebbene l’uso di affrescare soggetti paesaggistici negli ambienti privati, allo scopo di compenetrare artificio e natura e di esaltare l’otium, ovvero l’amore per la vita lontana dal tramestio della mondanità, sia ampiamente documentato nella società greca come in quella romana, il boschetto di Livia presenta particolarità tali da farlo annoverare come un unicum nel suo genere e ancora oggi.

Il meraviglioso giardino si estende sulle pareti di un grande triclinio seminterrato (5,9x11,7 metri), dove Livia riceveva i suoi ospiti al riparo dalla calura estiva. I suoi confini sono definiti da un canneto, su un lato, e da una balaustra in marmo, sull’altro.  Un capolavoro di maestria pittorica, databile agli anni 40-20 a.C., che documenta la nascita della pittura di giardini, nell’ambito del cosiddetto terzo stile pompeiano. La sala di questo paradiso immaginario non aveva finestre ad eccezione, forse, di un lucernario posto nella copertura a botte del soffitto, decorato da finte stalattiti, a suggerire l’idea di una grotta idilliaca.

La sua scoperta risale agli scavi del 1863-1864 ma è soltanto dopo i danni subiti dal sito per lo scoppio di un ordigno e per l’impiego a mo’ di bivacco da parte di soldati nel corso dell’ultima guerra che, nel 1951, gli affreschi furono staccati e trasferiti nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme dove il “giardino” fu nuovamente allestito.

La prima curiosità è data dal numero delle specie botaniche, 23, che, tuttavia, non rappresentano una sorta di catalogazione naturalistica. Nonostante si individuino tutte nella stessa piantagione, tra di esse non vi è congruenza stagionale: alcune specie fioriscono, infatti, in primavera, altre in autunno. Lo stesso dicasi per le 69 specie di uccelli che vi sono rappresentati ma che non sono presenti tutti nello stesso luogo geografico e nella stessa stagione.

L’intento simbolico si evince, pertanto, sin da questa semplice osservazione.

La precisione con cui sono stati raffigurati i dettagli delle piante più vicine all’osservatore, ha permesso analisi tassonomiche molto accurate (si veda, in particolare, lo studio di Giulia Caneva, Ipotesi sul significato simbolico del giardino dipinto della Villa di Livia [Prima Porta, Roma], in Bullettino della commissione archeologica comunale di Roma, Vol. 100 (1999), pp. 63-80,  L’Erma di Bretschneider)

Tra pini domestici, querce e abeti rossi, meli cotogni, melograni, mirti, oleandri, palme da datteri, corbezzoli, rose e papaveri, crisantemi e fiori di camomilla, è però il Laurum Nobilis, l’alloro, con il carico delle sue fertili bacche, ad abbondare su tutti e quattro i lati del giardino, a mo’ di vera e propria cintura protettiva.

Ottimo in cucina per aromatizzare piatti a base di carne e pesce, perfetto anche per preparare dei liquori profumati, decotti ed infusi digestivi o dalle proprietà antisettiche, la pianta vanta la protezione di Apollo, sin dai tempi in cui il dio, aspirando ardentemente a possedere la ninfa Dafne (nome che in greco significa “lauro”) contro la di lei volontà, se la trovò tra le braccia trasformata in una pianta di alloro. Il dio decise allora di rendere sempreverde la pianta (anche nella lingua celtica, lauer significa sempreverde) e di assegnarle un valore sacrale, di sapienza e gloria. Pianta magica e vagamente allucinogena, era masticata dalla Pizia, sacerdotessa di Apollo, per favorire la trance ipnotica durante i suoi vaticini.

Anche ad Asclepio, dio della medicina, la pianta era sacra. Le sue proprietà medicamentose e disinfettanti l’hanno indicata spesso in passato come rimedio contro la peste. Già l’imperatore Claudio, in un periodo di epidemia, si rifugiò con tutto il suo seguito in una località denominata, per l’appunto, Laurencijum, ricca di foreste di alloro.

Per alcuni, la sovrabbondanza di alloro in questo boschetto delle meraviglie avrebbe un significato politico, allusivo all’aurea aetatis augustea e riferito alla rinascita di Roma sotto l’Impero di Augusto. “L’alloro è un albero di pace”, ci ricorda Plinio nella sua Naturalis historia, “sicché quando si mostra anche tra i nemici armati è indizio di quiete”.

Certamente può essere un valido piano di lettura ma è altrettanto indubbio che si tratti di una pianta posta a protezione di un giardino ideale in cui domina l’elemento spirituale e religioso. Infatti, se si integra il significato attribuito all’alloro con quello delle altre piante, con le quali figurativamente si intreccia, emerge una visione della vita umana come transitoria ma eternamente capace di rigenerarsi. In questo senso la morte non assume valore funesto ma solo di passaggio in attesa di nuova nascita.

Il bosco sacro, dall’apparenza selvaggia, assume il significato di un luogo di passaggio tra dimensioni contrapposte: tra stasi (i recinti) e movimento (le fronde delle piante, il volo degli uccelli), tra materiale (la fauna e la flora) e spirituale (i loro significati simbolici, condivisi tra diverse culture).

Tutte le piante sono intrise di valori simbolici legati al sacro, al piacere, alle virtù e ai sentimenti umani. Si ammirano così specie dominanti, come il Pino domestico, consacrato a Cibele e simbolo della Grande Madre alla Quercia, simbolo di forza e robustezza, sacra a Giove, fino all’Abete rosso, simbolo di morte secondo Plinio e riferimento alla flotta marina di Augusto; specie arborescenti, in primo piano dietro la balaustra marmorea, come la Melograna, simbolo di fecondità e di morte, associata al culto della Grande Madre e a quello di Core-Persefone; il Cotogno, beneagurale contro le cattive influenze. E poi ancora specie arboree che formano la quinta verde, come il Cipresso, il Leccio e l’Oleandro, simboli funesti, di lutto, accanto al Bosso che, sebbene consacrato ad Ade era invece emblema della vita e simbolo di immortalità, alla Palma da dattero, “albero della vita”, simbolo di vittoria e resurrezione, alla Camomilla, simbolo del sole e all’Iris dei vialetti, che simboleggia l’arcobaleno, riferimento alla dea dallo stesso nome. Così il Corbezzolo e il Crisantemo assumono il significato di protezione dalle influenze maligne.

L’alloro, quale pianta che non perde le foglie,  lanceolate e dall’intenso profumo, che  non si piega al ciclo delle stagioni, con il suo significato di immortalità, cinge e protegge dalle influenze malefiche tutta questa lussureggiante flora. Posto accanto a ciascuna delle piante presenti nel giardino di Livia, ne diviene aggettivo iconico, esaltando il significato di quelle, rafforzandolo o per contrasto.

E la gallina, in tutto ciò? In realtà anche la gallina vanta una tradizione simbolica di tutto rispetto e la sua presenza nel giardino di Livia, oltre a rammemorare la vicenda che ne ha dato origine, rinforza proprio il ruolo dell’alloro. Dall’essere associata anch’ella alla Grande Madre, fino ad assumere significati di protezione («Così come la chioccia si preoccupa di proteggere i pulcini e non permette che si avvicini loro nulla che possa ferirli, così colui che può sedere tranquillo sotto la protezione dell’Altissimo non è toccato da tentazioni, tormenti e calamità» (W.H.Frh. Von Hohberg, 1675), la gallina entra nelle leggende come volatile dalle uova d’oro, chiara allusione ai tesori difesi da forze sovrannaturali.

Forse facciamo ancora fatica a comprendere perché Livia non abbia preferito cucinare subito la gallina piovuta dal cielo, che si era pure portata dietro quell’ottimo condimento che è l’alloro. Di certo è che se ci mettiamo al centro di quel boschetto e ci immergiamo nella freschezza che ancora oggi, a più di due millenni di distanza, quegli affreschi conservano, la pietanza che ci verrà servita permetterà di assaporare molto di più – e molto più a lungo – ciò che la minore intelligenza del palato ci avrebbe impedito persino di immaginare.

Giardino di Livia, I sec. a.C., Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma

 


Fonte: ANSA

Laureata in Lettere moderne, con indirizzo Storico Artistico, alla Sapienza di Roma, sua città natale e in Scienze Psicologiche Applicate all’Aquila, insegna Storia dell’Arte negli istituti di istruzione secondaria superiore.  

Collabora da più di un decennio con l’Università  degli Studi Roma Due di Tor Vergata nell’ambito della formazione agli insegnanti e da alcuni anni come docente a contratto con la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università degli Studi Roma Due di Tor Vergata.

È, inoltre, cultrice di materia presso la cattedra di Psicologia scolastica e delle dinamiche dei processi educativi all’Università LUMSA di Roma. Interessata da sempre allo studio dell’analisi e dell’interpretazione delle immagini, al fine della comprensione del loro significato e degli eventuali simboli in esse rappresentati, ha all’attivo diverse pubblicazioni scientifiche.

Da diversi anni si occupa dello studio della relazione tra arte e pubblicità

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