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"Re dei vini" e "vino dei re", ecco la storia e le caratteristiche del grande vino piemontese Barolo, amato e conosciuto nel mondo intero
Esaltato come “signore delle Langhe”, “re dei vini” e “vino dei re”, il Barolo (di cui ogni anno si vendono circa 7 milioni di bottiglie) non è certamente il vino italiano più consumato nel suo stesso Paese, ma è certamente il più famoso, apprezzatissimo anche oltre confine. Bricchi (cime delle colline) e sorì (luoghi isolati) piemontesi stupendi, perfetti per la coltivazione qualitativa della vite, caratterizzano le colline che in quel di Asti e Cuneo ospitano i vigneti di Nebbiolo, uva destinata anche alla produzione del Barolo, il cui nome è legato alla cittadina di Barolo (dal celtico bas reul che significa luogo in basso), a 15 km da Alba (CN).
Siamo nelle Langhe, un territorio del basso piemontese contraddistinto da colline stupende che rendono realtà un luogo che sembra magico e incantato, dove nelle belle giornate si possono scorgere le torri di vari castelli e le cime alpine, mentre nelle giornate autunnali si leva la nebbia (da cui il nome del Nebbiolo) che rende tutto più silenzioso, affascinante, misterioso.
Nelle Langhe il Nebbiolo, vitigno aristocratico che richiede passione e dedizione assoluta, è praticamente autoctono in quanto coltivato da più di mille anni sulle colline incise dal fiume Tanaro, ma fu a metà del XIX secolo che le cose cambiarono per il vino che si otteneva da questo vitigno. Infatti la storia del Barolo si intrecciò nel 1730 con gli eventi che caratterizzarono gli scambi tra inglesi e francesi, perché quando i rapporti tra i due Paesi divennero critici per questioni commerciali, gli inglesi - che allora non producevano affatto vino - invece di acquistarlo in Francia si orientarono sul vicino Piemonte, terra da cui proveniva il vino denominato Barol (senza la "o" finale), acquistato da mercanti inglesi da parte dell’ambasciatore dei Savoia a Londra.
Non ci fu seguito per i problemi di trasporto del vino attraverso le Alpi, tasse imposte dai porti genovesi, Stretto di Gibilterra tanto lontano. Gli inglesi preferirono allora acquistare da Francia e Portogallo, grandi produttori di vini sia secchi che dolci. Inoltre, anche la stessa nobiltà piemontese preferiva i vini francesi a quelli piemontesi, perché considerati di qualità superiore. Ciò determinava la trasformazione del Nebbiolo delle Langhe in vino dolce ma anche frizzante, instabile e molto ossidato, più facile da vendere a maggior prezzo rispetto a quello secco, perché da conversazione e molto gradito dalle dame, ma che non esprimeva assolutamente tutti i pregi del Nebbiolo.
Fu in quel periodo che la marchesa di Barolo Giulia Vitturnia Colbert di Maulevrier (1785 – 1864), moglie di Tancredi Falletti marchese di Barolo (1782 – 1838, nobile e anche sindaco di Torino), decisa a valorizzare il Nebbiolo prodotto nelle sue vaste proprietà; approfittò della presenza dell’enologo francese Louis Claude Oudartu (1796 - 1860) - anche se pare trattarsi di Alexandre-Pierre Odart (1778-1866), famoso scienziato francese della viticoltura - ospite di Camillo Benso conte di Cavour (1810 – 1861), per vinificare le sue uve secondo il metodo di Bordeaux, per ottenere un vino secco di grande qualità.
Il risultato fu eccezionale e così nacque il vino Barolo, che nel tempo è stato definito vero ambasciatore del Piemonte nel mondo, “re dei vini e vino da re”. Il Barolo fu tanto apprezzato dal re Carlo Alberto di Savoia (Torino, 2 ottobre 1798 – Porto, 28 luglio 1849, Re di Sardegna e sovrano degli stati sabaudi) che non solo ne acquistò tanto dalla marchesa, ma divenne lui stesso coltivatore di Nebbiolo e appassionato di enologia. Per questa sua passione acquistò diversi castelli e tenute impiantando vitigni e producendo vino di qualità. Dopo la sua morte, sia Vittorio Emanuele II (Torino 1820 – Roma 1878, ultimo ultimo re di Sardegna dal 1849 al 1861 e primo re d’Italia dal 1861 al 1878) che il figlio Emanuele Alberto (conte di Mirafiori e Fontanafredda, 1851 - 1894) proseguirono nell’attività agricola impostata da Carlo Alberto, con realtà vinicole ancora oggi esistenti e proprietà di diversi istituti bancari.
Il Barolo ha ottenuto il riconoscimento di prodotto DOC nel 1966 e di DOCG nel 1980 (GU del 1981), con approvazione del Disciplinare di Produzione, modificato diverse volte (l'ultima nel 2015), ma è giusto rimarcare che già nel 1927 per il Barolo fu definita con Regio Decreto la tipicità, delimitando la zona di produzione. In base al Disciplinare citato, questo superbo vino deve essere prodotto esclusivamente con uva Nebbiolo, ottenuta da vigneti coltivati nell’area geografica individuata dai comuni interi di Barolo, Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, e in parte dai comuni di Monteforte d’Alba, Novello, La Morra, Verduno, Grinzane Cavour, Diano d’Alba, Cherasco e Roddi, compresi sia i primi che i secondi nella provincia di Cuneo. A tutelare il prodotto in tutte le sedi nazionali e mondiali provvede il Consorzio di tutela e Valorizzazione del Barolo, con sede ad Alba (CN), che in realtà agisce anche per i vini a denominazione Barbaresco Alba Langhe e Dogliani.
Nelle Langhe i terreni sono per lo più di natura calcarea e tufacea, rocce emerse dopo il ritiro del Mare Padano ricche di quei minerali responsabili dell’armonia, struttura e longevità dei vini ottenuti dalle uve ivi coltivate, in particolare del vitigno Nebbiolo (di cui ho detto nel trattare il Barbaresco DOCG), di cui circa 1.200 ettari sono destinati al nostro Barolo.
I terreni sui quali insistono i vigneti di Nebbiolo devono essere di tipo argilloso–calcareo, collinari (esclusi quelli di fondo valle, pianeggianti, umidi, poco soleggiati), posti ad un’altitudine minima di 170 e massimo 540 m s.l.m, esposizione idonea alla qualità dell’uva da ricavare (preferite quelle a sud – ovest, escluse quelle comprensive del nord), densità di almeno 3.500 ceppi/ha (in modo da ottenere produzioni piccole per ceppo ma di elevata qualità), allevamento a controspalliera e sistema di potatura Guyot. La produzione di uva per ettaro è molto ridotta (72 – 80 q/ha e anche meno per i vigneti più giovani, con aumento massimo del 20% nelle annate più favorevoli, oppure ridotta dalla Regione nelle più sfavorevoli) in modo da salvaguardare la qualità dei grappoli destinati al Barolo.
Anche la resa in vino è fissata dal Disciplinare, con massimo 70% (praticamente 56 hl/ha) appena ottenuto e massimo 68% alla fine dell’invecchiamento obbligatorio (pari a 54,4 hl/ha). Il comune con il maggior numero di vigneti è La Morra, seguito da Monforte d’Alba e Barolo. Come per ogni altro prodotto DOC e DOCG, anche la vinificazione e l’invecchiamento obbligatorio devono essere effettuati nell’area geografica di coltivazione dei vigneti
Di Barolo si producono due tipologie, ovvero il “Barolo” ed il “Barolo Riserva”, nomi ai quali si può aggiungere eventualmente la “menzione geografica aggiuntiva” di zone riportate all’art. 8 del disciplinare, oltre all’eventuale aggiunta di “vigna” col nome del toponimo specifico (nome di un luogo). Il Disciplinare dispone che la durata dell’invecchiamento (che si conteggia a partire dal 1° Novembre dell’anno di raccolta uva) sia di minimo 36 mesi (di cui 18 in legno) per il “Barolo” e di minimo 62 mesi (di cui 18 in legno) per il tipo “Riserva”; la vendita potrà avvenire a partire dal 1° Gennaio del 4° anno dalla vendemmia per il “Barolo”, dal 6° anno dalla vendemmia per il tipo “Riserva”. Come legno per le botti si usa quello di rovere e di castagno.
Quando posto in vendita, il “Barolo” e il “Barolo Riserva” si presentano di colore rosso granato intenso e trasparente, con riflessi aranciati più marcati con la maggiore durata dell’invecchiamento; al naso presenta un bouquet (visto che parliamo di vini invecchiati) ampio, complesso e avvolgente, con aromi floreali di rosa e viola appassite, fruttati di lamponi e fragoline di bosco, poi di marmellate, confetture e noce moscata, che si arricchiscono col tempo di sentori (somma di odore e profumo) di funghi secchi, pepe nero, tartufo, terra bagnata, liquirizia, tabacco, cuoio, affumicato, e goudron (catrame), per finire con quelli balsamici (menta, timo, salvia, rosmarino e simili) e di cioccolato; in bocca (sapore) è morbido, asciutto (secco, grado alcolico minimo di 13) sapido e tannico, robusto, austero, con una freschezza (acidità) che si avverte anche dopo lungo invecchiamento (quello nelle botti) e affinamento (nella bottiglia in cantina), fatto che spiega la longevità di questo vino. E ancora, grande equilibrio tra caratteristiche visive, olfattive e gustative, lunga persistenza gust’olfattiva, meravigliosa armonia.
Viene prodotto anche Il Barolo Chinato, creato nel primo ‘900 da farmacisti, quando per lottare contro la malaria o paludismo (parassitosi specialmente estiva, provocata da protozoi del genere Plasmodium specialmente P. falciparum e trasmessa all’uomo dalla zanzare del genere Anopheles, diffuse nelle aree paludose) si usava il chinino (costituito dall’alcaloide metossichinolina-metanolo), sostanza estratta dalla corteccia di diverse specie del genere Cinchona, tra cui la C. calisaya (detta anche China). La sua radice, usata in farmacopea, allo stato puro è decisamente amara, sensazione sgradevole che fu superata preparando suoi infusi sia in alcol che nel vino Barolo, insieme a spezie (tra cui sempre cannella, chiodi di garofano e cardamomo, oltre ad altre segrete), piante aromatiche e balsamiche, secondo ricette mai rivelate dai diversi produttori attuali. Questi preparati senza dubbio hanno un sapore gradevole, ma ai fini terapeutici sono soltanto dei palliativi, ovvero delle pure illusioni. Fungono essenzialmente da genere di conforto (sia mentale che corporale), tanto utile quando la medicina non offriva i tanti rimedi di oggi e la vita era veramente molto dura, sia in campagna che in paese e in città!
Il Barolo in cucina è grande nella preparazione del celebre brasato a base di carne bovina, e si sposa ottimamente ad accompagnare in tavola piatti come la bagna cauda, pietanze tartufate, preparazioni a base di selvaggina da pelo e da piuma, formaggi a pasta dura e stagionati, oltre a salame, mortadella e coppa stagionata.
Note bibliografiche
AIS, Il Vino Italiano I-II vol.
Veronelli, Bere giusto, BUR Rizzoli
AIS, La degustazione del vino
AIS, Viticoltura ed enologia
A. Dominé, Vino, Ed. Gribaudo/Kolemann
Calò/Scienza/Costacurta, Vitigni d’Italia, Edagricole
Rivista Il mio vino, Ed. Il Mio Castello Castello
Disciplinare di produzione del Barolo
Photo via Canva



















































































































































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