Eat Slowly

Mangiare lentamente come scelta consapevole

Eat Slowly

(Prima parte)

I termini “slow food” e “fast food” denotano non tanto una scelta alimentare particolare, quanto l’abbracciare un preciso stile di vita, ovvero una “slow” o una “fast life”.  Alimentarsi “lentamente” è certamente l’aspetto più esteriore e appariscente di una scelta alimentare particolare: in realtà è la scelta di un modo di vivere diverso da quello attuale, razionalmente più lento perché l’essere ha bisogno di tempi giusti per ogni attività che svolge, non solo per l’alimentazione.

La particolare scelta alimentare “slow foodè una consapevole ribellione al tipo di evoluzione che ci è stata imposta nell’ultimo secolo attraverso l’industrializzazione, la diffusione della macchine in genere, e la conseguente velocizzazione dei ritmi di vita.

Siamo tutti incatenati alla velocità, siamo tutti avvelenati dallo stesso microrganismo virale: la fast life, capace di sconvolgere la nostra esistenza non solo in senso lato, ma andando ad influenzare in particolare le nostre abitudini alimentari e sociali, portandoci a consumare più spesso il cibo in locali fast food, apparentemente in mezzo alla gente ma in realtà soli, apparentemente soddisfatti ma in realtà incapaci di capire cosa abbiamo mangiato e pagato (spesso comunque a caro prezzo).

Per ridurre gli effetti negativi della “vita veloce”, bisogna innanzitutto e necessariamente difendere il naturale e onesto piacere connesso all’alimentazione, e rispondere con concrete azioni giornaliere a tutti coloro che affermano di non accusare la moderna frenesia!

Dunque, cominciate bene dalla tavola con la riscoperta della ricchezza degli aromi e della cucina locale. Mangiare è uno dei piaceri della vita e quando ci è possibile consumiamo gli alimenti che ci piacciono ed evitiamo quelli che non preferiamo: la scienza ha dimostrato che mangiare i propri cibi preferiti può stimolare il buon umore attraverso il rilascio di endorfine.

Tuttavia, l’attrattiva di un alimento non è legata soltanto alle sue caratteristiche sensoriali (colore, forma, profumo, sapore) ma dipende anche dalla fame che si ha, dall’esperienza vissuta nella precedente occasione in cui si è consumato quell’alimento e dalle circostanze sociali in cui ci si trovava al momento del consumo. E’ facile, quindi, comprendere che apprezzare un alimento dipende da tre elementi: il cibo giusto al momento giusto, da consumare con la compagnia giusta.

Diventano allora importanti, al di là del prezzo del cibo, le sue qualità intrinseche (organolettica e nutrizionale), la scelta del luogo in cui consumarlo, il tempo che si dedica alla sua preparazione. A tal proposito, qualcuno si ferma per mangiare soltanto cinque minuti, altri hanno bisogno di almeno un’ora, qualcuno anche di più. Ma se si mangia prendendosi tutto il tempo che serve o lo si fa in cinque minuti, per la salute è la stessa cosa?

Uno studio specifico condotto da ricercatori giapponesi, ha dimostrato che per mantenere più stabile negli anni il proprio peso è necessario mangiare lentamente. Per le varie categorie, i ricercatori hanno  paragonato il peso da adulti con quello che avevano a vent’anni e hanno visto che c’è un rapporto diretto tra quanto più si mangia in fretta e l’indice di massa corporea. Su questi risultati potrebbero influire altre abitudini di vita, come l’attività fisica, il fumo, l’abitudine a bere alcol.

I ricercatori giapponesi hanno tenuto conto di tutte queste variabili e alla fine il dato non sembra cambiare: quanto più si mangia velocemente, tanto più si aumenta di peso. Inoltre, già da tempo è noto che tutte le malattie del metabolismo e cardiocircolatorie si possono scongiurare anche mangiando meno e più  lentamente.

Una volta mangiare tutti insieme in famiglia, a mezzogiorno e la sera, era un rito a cui nessuno rinunciava, e poi c’era il pranzo della domenica, magari con tutti i parenti. Riti che oggi non sempre si conservano in nome della modernità e dell’efficienza ad ogni costo. Ovviamente anche la perdita di queste ritualità lente (slow life) ha un costo individuale oltre che sociale.

Un lavoro pubblicato in America suggerisce che mangiare insieme in famiglia migliora il benessere dei ragazzi. Di fatto c’erano già diversi studi che suggerivano che lo stare insieme durante i pasti fosse fonte di maggiore benessere, rilevando inoltre un altro aspetto interessante: le ragazze sono più sensibili dei maschi agli effetti favorevoli dello stare a tavola insieme (si sono presi a riferimento individui d’età compresa tra gli 11 e i 18 anni).

Altre ricerche americane hanno dimostrato che cenare in compagnia della famiglia migliora i ragazzi anche nella capacità di esprimersi e arricchisce il loro vocabolario: certo è innegabile che questo dipenda molto anche dagli stessi genitori e dal mangiare in compagnia di tv e smartphone o meno.

E ancora, studi che hanno confermato che chi mangia in famiglia mangia più frutta e verdura e più fibre rispetto a chi mangia in solitudine. Questi studi meriterebbero di essere più conosciuti, affinché tutti possano riflettervi di più.

Molti genitori o adulti  in genere oggi non riescono a stare a tavola con i ragazzi per ragioni di lavoro; ma è anche vero che molti potrebbero farlo, e se non lo fanno è perché la fast life li ha portati a dare priorità ad altro, purtroppo sbagliando. Se si riconosce che lo stare insieme a tavola è importante, ogni famiglia si può organizzare meglio per farlo: l’importante, come sempre, è volerlo.

La positività insita nell’atto di alimentarsi è anche funzione di altre variabili oltre la lentezza e la convivialità: la cultura gastronomica propria dell’individuo, la vicinanza di un commensale attento anche lui al cibo e magari in grado di istruire il compagno, la cura posta dal ristoratore nella preparazione del cibo attraverso la scelta di materie prime di qualità, possibilmente legate alla stagionalità del luogo, cucinati con cura, serviti con attenzione alla presentazione del piatto, magari con un occhio alle tradizioni locali e con uno ad aspetti artigianali del prodotto.

Tutto sarà poi completo se anche il luogo è idoneo alla consumazione tranquilla del pasto e chi serve al tavola instaura un rapporto un po’ personalizzato con il cliente. Inoltre sapore del cibo e piacere di mangiare migliorano sia l’umore che il benessere.

Per abbracciare una “slow life” è importante dunque non pensare all’atto alimentare come a un istante in cui si deve assumere “qualcosa” per fornire delle sostanze nutritive al corpo, ma occorre invece affrontare il cibo rendendolo utile alla ricerca sia del nutrimento che del piacere giusto. Perché mangiare non significa semplicemente soddisfare la sensazione fisica dell’appetito, ma anche le proprie emozioni.

Slow food” significa anche rinuncia (o almeno riduzione significativa) degli acquisti nei grandi centri commerciali e nei supermercati. La diffusione di questi ha comportato il crollo del commercio nei paesi e nelle città, perché i dettaglianti indipendenti, non potendo sostenere la concorrenza sleale dei grandi centri commerciali, sono sempre più spinti a chiudere il loro negozio, e ciò comporterà man mano non solo una crescente crisi economica dei piccoli per il successo dei forti, ma anche la perdita di tutti quei piacevoli scambi umani che esistevano quando si frequentavano i negozi del proprio quartiere.

Fare spese nel negozietto sotto casa apre la strada e consolida nel tempo i rapporti umani sinceri tra esercente e cliente, tra clienti dello stesso negozio, fino a diventare amici che giornalmente o quasi si incontrano e possono scambiarsi idee, a volte perfino piccole confidenze. Si ritornerebbe con l’aiuto di tutti alla tradizione di incontrare e conoscere gli altri all’interno degli esercizi, che rappresenta - più di quanto noi stessi ne siamo consapevoli - una bella evasione dalle monotonie quotidiane che ci assillano.

Esiste una bella differenza tra questo e il rapporto che (non) si instaura in un centro commerciale con chiunque ci passi accanto, cliente o cassiera o magazziniere che sia: tutti indaffarati a non guardare nessuno, a comprare, a lavorare soltanto, ad attendere che finisca il proprio turno.

Ovviamente tali azioni non sono casuali ma volute, centralizzate e soprattutto programmate da grandi e complesse società, che cercano di accentrare il potere nell'ambito della produzione degli alimenti e della loro distribuzione, al fine di massimizzare il loro profitto, nel nome di uno spietato capitalismo che va a scapito della salute delle persone e dei vari aspetti della loro vita, da quelli che le legano al cibo ad altri che ruotano strettamente intorno ad esso, come la salute, la psicologia e la socialità.
 

Note bibliografiche

  • S. Auricchio, Le parole della distribuzione, Agra editrice (2004)
  • F. Lawrence, Non c’è sull’etichetta, Einaudi (2004)
  • C. Petrini, Slow food, Laterza Editore (2001)
  • G. Ritzer, La globalizzazione del nulla, Slow Food Editore (2004)
  • E. Schlosser, Fast food nation, Gruppo Editoriale Il Saggiatore (2004)

Scritto da Luciano Albano

Laureato con lode in Scienze Agrarie presso l’Università degli Studi di Bari nel 1978, ha svolto servizio come dirigente del servizio miglioramenti fondiari della Regione Puglia presso l’Ispettorato Agrario della città di Taranto. Appassionato di oli e vini, ha conseguito il diploma di sommelier A.I.S. e quello di assaggiatore ufficiale di olio per la sua regione

Specializzato in Irrigazione e Drenaggio dei terreni agricoli presso il C.I.H.E.A.M. di Bari (Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Mediterraneennes)" . Iscritto all'Ordine dei Dottori Agronomi della Provincia di Taranto. Iscritto nell'Albo dei C.T.U. del Tribunale Civile di Taranto

0 Commenti

Lasciaci un Commento

Per scrivere un commento è necessario autenticarsi.

 Accedi

Altri articoli