Ecco le differenze tra i due prodotti irrinunciabili della tavola di fine anno
Dal grano canadese alla cozza spagnola: come la normativa europea rende “italiani” anche prodotti che non lo sono
Sui banchi dei supermercati europei, la scritta “prodotto italiano” campeggia sempre più spesso come un marchio di qualità. È una formula che richiama immediatamente l’idea di gusto, tradizione e genuinità, e che rappresenta una leva commerciale potentissima per conquistare la fiducia dei consumatori. Tuttavia, dietro questa etichetta accattivante si nasconde spesso un sistema comunicativo ambiguo, in bilico tra legalità formale e inganno percettivo.
Partendo dal principio: cosa sancisce davvero la legge europea in merito? La normativa di riferimento è il Regolamento (UE) n. 1169/2011, che disciplina l’etichettatura, la presentazione e la pubblicità degli alimenti. Secondo questa norma, un prodotto può essere definito “italiano” o “made in Italy” se l’ultima trasformazione sostanziale — quella che ne determina la natura o la forma finale — avviene in Italia.
Ciò significa che un alimento può essere legittimamente commercializzato come italiano anche se la maggior parte o la totalità delle materie prime proviene dall’estero, purché l’operazione conclusiva (come la lavorazione, l’assemblaggio o il confezionamento) si svolga sul territorio nazionale.
In pratica, è sufficiente che l’ultimo passaggio produttivo avvenga in Italia per poter apporre in etichetta l’indicazione “prodotto italiano”. Questo principio, perfettamente legittimo dal punto di vista normativo, produce tuttavia un corto circuito comunicativo: il consumatore tende a interpretare “italiano” come sinonimo di origine delle materie prime, quando invece spesso si tratta soltanto dell’ultimo luogo di lavorazione.
Gli esempi concreti di un’italianità “di facciata” sono molteplici. I casi più emblematici riguardano persino prodotti simbolo della tradizione alimentare nazionale: esistono paste industriali realizzate con grano proveniente dal Canada, dolci "tradizionali" italiani alle mandorle che vengono importate dalla California, e un altro esempio meno noto ma significativo è quello delle cozze d’allevamento: molluschi cresciuti in Spagna vengono trasferiti nel Mare Adriatico per completare la fase finale di depurazione e ingrasso prima della vendita. Il risultato? Possono essere etichettate come “100% italiane”, pur avendo trascorso gran parte del loro ciclo di vita altrove.
Questo fenomeno si estende anche a prodotti complessi o trasformati, come sughi pronti, salumi o piatti confezionati, dove l’origine delle materie prime è difficile da ricostruire. Il confine tra ciò che è “italiano” di diritto e ciò che lo è di fatto diventa così sempre più sottile. Il claim “100% Made in Italy” cos'è dunque, un'illusione?
Negli ultimi anni, molte aziende hanno scelto di enfatizzare il concetto di “100% Made in Italy” come garanzia di autenticità e qualità. Tuttavia, questa dicitura non sempre corrisponde a una filiera interamente italiana.
La legge, infatti, non impone criteri univoci o vincolanti per l’uso di tale espressione, che può essere impiegata anche da produttori che importano materie prime estere e le lavorano in Italia. In mancanza di controlli severi o di definizioni normative stringenti, il rischio è quello di una diluizione semantica del concetto stesso di italianità.
Nei casi più estremi, l’etichetta “100% Made in Italy” diventa un claim di marketing più che una garanzia reale, sfruttando l’immaginario collettivo legato alla tradizione agroalimentare del Paese. Questo meccanismo non solo confonde il consumatore, ma genera concorrenza sleale nei confronti dei produttori che operano in filiere realmente italiane e tracciabili.
La conseguenza più grave di questo sistema è il prendersi gioco del consumatore, minandone la fiducia. Ingannato da messaggi ambigui, crede di acquistare un prodotto nazionale e di sostenere l’economia locale, quando in realtà parte del valore aggiunto resta all’estero. Al tempo stesso, i produttori che investono davvero in materie prime italiane, filiere corte e tracciabilità vengono penalizzati da chi sfrutta le “zone grigie” della normativa per ottenere vantaggi competitivi a basso costo.
La trasparenza, dunque, non è solo un’esigenza di correttezza informativa, ma una questione etica ed economica. Il diritto del consumatore a una scelta consapevole deve andare di pari passo con il diritto dei produttori onesti a non subire una concorrenza basata sull’ambiguità.
Per ristabilire un rapporto di fiducia tra produttori, distributori e consumatori, è indispensabile che le istituzioni europee e nazionali intervengano con regole più stringenti sull’origine delle materie prime e sull’uso dei termini che richiamano l’italianità. Difendere il valore del “prodotto italiano” significa anche tutelare la reputazione del nostro sistema agroalimentare, che non può essere ridotto a una strategia di marketing. L’eccellenza italiana merita di essere riconosciuta per ciò che è davvero: una combinazione di qualità, territorio e trasparenza, non una semplice scritta in etichetta.
Il 10 dicembre 2025 la cucina italiana è stata proclamata Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità. Un riconoscimento che celebra storia, saperi e identità, ma che impone anche responsabilità. Proprio per questo l’Europa dovrebbe tutelarne maggiormente l’essenza, garantendo trasparenza e rispetto delle origini, a partire dai consumatori italiani, primi custodi di un patrimonio che non è solo economico, ma culturale.
Photo made in AI
Scritto da Sara Albano
Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di marketing e comunicazione e consulenza per il food service a 360°, oltre ad essere il braccio destro di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.



















































































































































0 Commenti