Il buono della “doggy bag”

Portare a casa il cibo avanzato da un pasto al ristorante è al vaglio di due proposte di legge nel nome dell’antispreco

Il buono della “doggy bag”

Perché la chiamano “doggy bag”? Il termine anglosassone, che tradotto letteralmente significa “sacchetto degli avanzi per il cane”, ha radici statunitensi che risalirebbero al secondo dopoguerra. Nel 1943 a San Francisco diversi ristoranti associati promossero i Pet Packit, confezioni per il cibo avanzato dal conumo di un pasto da destinare agli animali domestici. 

A Seattle, altri ristoratori inventarono dei sacchetti di carta oleata che recavano la scritta “Boners for Bowers”. Nel 1949 a New York il ristorante Sampler’s Steak Joint fu il primo ad esporre l’immagine di un cane su un sacchetto che suggeriva ai clienti di utilizzare il servizio offerto di portare a casa i propri avanzi. In Cina la doggy bag si chiama dabao che si traduce in “mi faccia un pacchetto”: qui da molti anni la richiesta del dabao è ormai parte del galateo.

Considerato che la Cina è al primo e gli Usa sono al secondo posto a livello mondiale per lo spreco alimentare, è comprensibile che si sia cercato di far diventare la richiesta della doggy bag un comportamento da cittadini consapevoli. Ma lo spreco alimentare e la necessità di aumentare la sensibilità al problema coinvolge naturalmente anche l’Europa: uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 riguarda proprio la riduzione degli sprechi e il riciclo tra le azioni mirate a salvaguardare il nostro pianeta, e proprio per questo lo scorso gennaio il tema è arrivato alla Camera dei Deputati italiana generando due proposte di legge (la prima depositata lo scorso dicembre al Senato, la seconda in gennaio)

L’obbligo per i ristoratori di consentire ai clienti di portare a casa gli avanzi del pasto è già legge in diversi paesi europei. In Inghilterra è dagli anni ’70 che la doggy bag è usanza comune; in Francia è divenuta obbligatorio dal 2021 per i locali che hanno più di 180 posti, e c’è anche una severa legge che obbliga i supermercati a regalare i prodotti alimentari avanzati ad organizzazioni di volontariato. Alla Francia si è accodata la Spagna nell’anno successivo, anche grazie ad una buona azione mediatica: qui i ristoratori sono tenuti a fornire ai clienti le doggy bag e ad informarli in modo chiaro e trasparente sull’opportunità di richiederle.

In Italia, come spesso accade, gli animi si sono presto accesi sulla proposta di accodarsi agli altri buoni esempi dell’Unione. Entrando nello specifico, secondo la nuova proposta di legge tutti i bar, i ristoranti e le pizzerie dovrebbero esporre un cartello informativo sulla disponibilità del locale di fornire contenitori opportuni (riciclabili) per portare via i propri avanzi in asporto. Il cliente non sarebbe obbligato al gesto, ma gli esercizi che si rifiutassero di esporre il cartello informativo e fossero colti non dotati di contenitori appositi nel corso di specifici controlli sarebbero soggetti a multe.

I pareri si dividono, e molti ritengono la proposta anacronistica e gravosa per i ristoratori, a partire dal chiedergli di sostenere spese per l’acquisto di vaschette & co. realizzate in materiali di packaging riciclabili specifici (per adesso ancora decisamente poco economici). Sarebbe lecito dunque per loro riflettere anche questi costi su quelli della loro offerta? A ciascuno la sua opinione, ma dal nostro punto di vista occorrerebbe prima darsi l’opportunità di cominciare testando realmente la richiesta da parte dei clienti. Ad oggi i più recenti sondaggi riportano che in media solo il 15% degli italiani al ristorante richiede di poter portar via i propri avanzi (fonte: Il Sole 24 Ore). 

Dunque, prima di “ingigantire il problema” pensando subito di rendere la doggy bag un servizio a pagamento (anche riflettendo il costo sulle voci del menu), sarebbe il caso di iniziare a renderla disponibile per educare gradualmente la clientela ad un nuovo comportamento nei confronti degli avanzi nel piatto del pasto fuori casa. Quando i numeri delle richieste inizieranno a crescere a tal punto da rischiare d’incidere eccessivamente sui costi di gestione, ciascun ristoratore degno di tale nome e professionista del proprio mestiere saprà come adeguarsi ad una nuova tradizione che, al di là di ogni discorso burocratico, sa di buono e giusto. Dopotutto, se gli altri paesi ce l'hanno fatta, e senza neanche far troppo rumore, sapremo non essere da meno.

Photo made in AI

Scritto da Sara Albano

Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di promozione, eventi e consulenza per la ristorazione a 360°, oltre ad essere referente della comunicazione on e offline di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.

0 Commenti

Lasciaci un Commento

Per scrivere un commento è necessario autenticarsi.

 Accedi


Altri articoli