Breve storia dell'ubriachezza

Un libro che guida all'approfondimento storico dell'uso e dell'abuso di alcol, con tante curiosità antropologiche da scoprire

Breve storia dell'ubriachezza

Mark Forsyth, “Breve storia dell’ubriachezza” - traduzione italiana a cura di Francesca Crescentini, Edizioni il Saggiatore 2018

Lo scrittore linguista e divulgatore inglese Mark Forsith nel saggio intitolato “Breve storia dell’ubriachezza” ci porta con leggerezza e umorismo a viaggiare in epoche e luoghi diversi attraverso storie, leggende e aneddoti legati al rapporto dell’uomo con l’abuso di alcol. Il libro, frutto di una attenta ricerca bibliografica, parte da tempi molto lontani, fino ad arrivare all’abolizione del proibizionismo.

L’autore, a proposito dell’evoluzione umana, sostiene che quelli che sarebbero i nostri antenati, ovvero le scimmie, scesero dagli alberi per nutrirsi dei frutti maturi caduti al suolo perché più ricchi di zucchero e anche di alcol (frutto della fermentazione spontanea). In seguito però l’uomo ha sviluppato, a differenza delle scimmie, un particolare enzima in grado di metabolizzare l’alcol e trasformarlo in energia. Se la preistoria ha lasciato traccia in Turchia del più antico tempio sacro in cui si beveva birra, passando attraverso le prime forme di scrittura dei Sumeri si legge che oro, orzo e birra erano usati come forme di pagamento; nei rituali sacri bevevano birra di vario tipo e usavano le antenate delle nostre cannucce per evitare i sedimenti.

Nell’antico Egitto l’importanza dell’alcol è tangibile nei 300 otri di vino ritrovati assieme ai resti del Re Scorpione nella piramide di Giza, mentre coloro che lavoravano alla costruzione delle piramidi erano pagati in parte con la birra. I riti celebrati in onore delle divinità erano spesso affiancati da grandi bevute forse perché, come spiega l’autore, anche il misticismo passa attraverso l’ebbrezza dell’alcol. L’ubriachezza i Greci la raggiungevano col vino: nei simposi vietati alle donne si beveva molto, ma sempre secondo le direttive del simposiarca che sceglieva pure il tema su cui gli invitati erano invitati a dibattere. I greci assunsero tuttavia (fortunatamente) un atteggiamento più vicino alla sobrietà che all’abuso; secondo Platone, colui che beve e resta lucido mostra capacità di autocontrollo e coraggio.

Nella Roma repubblicana del 200 a.C. non era ammesso l’eccessivo consumo di alcol, tanto che Romolo introdusse la pena di morte per le donne sorprese a bere. Con la nascita dell’Impero Romano tutto cambiò, e il consumo di cibo e vino in maniera smodata diventò uno status symbol esclusivo per le classi abbienti. Quando il vino attraverso i Romani raggiunse la Germania, divenne insieme alla birra locale una strategia vincente negli accordi di pace e nelle guerre. E quando poi gli invasori barbari cominciarono a dare fuoco alle vigne e a bere tutto il vino che trovavano nelle città, si cominciò a coltivare la vigna all’interno dei protetti monasteri.

In Cina si beveva con la sobrietà dettata dal Confucianesimo; in Medio Oriente e nel mondo islamico il bere così come il gioco d’azzardo è ritenuto demoniaco, e ancora, nel mondo cristiano il vino è invece intimamente legato simbolicamente agli insegnamenti di Gesù nell’Ultima Cena. Forsyth spazia tra le popolazioni dei Vichinghi a quelle degli Aztechi, tra lecite bevute di idromele e birra da una parte e linfa dell’agave fermentata consentita solo agli anziani dall’altra.

In Inghilterra ci racconta delle “ale-wife”, le donne birraie, e ancora del passaggio dall’orzo al luppolo: Forsyth ci porta così fino alla mania del gin scoppiata nel ‘700, alle sue successive tassazioni e alla scarsità del grano che segnò la sua fine. In Australia, invece, il rum giunto dall’Inghilterra da oggetto di rivolta si trasformò in una astuta strategia messa in atto dal governo britannico colonizzatore. Nell’ America della metà del XIX secolo, l’autore ci descrive la nascita dei saloon nel Far West, un’attività ideata dai coloni che non volevano fare i minatori, e destinata a scomparire col proibizionismo dal 1920 al 1933.

E se in America erano il whiskey e la birra a far da padroni,in Russia c’era la vodka, vietata dallo zar Nicola II poco prima della Rivoluzione Russa e fino al 1925 quando con Stalin, che non era un bevitore, l’ubriachezza da vodka divenne un mezzo per far sciogliere le lingue ed evitare complotti per finire sostegno all’economia del Paese. Va detto che Forsyth, attraverso la sua panoramica sul tema dell’ubriachezza, con questa pubblicazione ha dato all’alcol una importanza forse volutamente esagerata. Se è vero che bere in compagnia rende più felici e soddisfatti e il consumo modesto di alcol può avere effetti protettivi sul sistema cardiovascolare e sul diabete, è anche vero che il gusto del bere può trasformarsi in vizio e incidere seriamente sulla salute.

L’alcol aumenta l’incidenza di alcuni tipi di tumore e non esiste una soglia minima considerata sicura, come per il tabacco. Non sono inoltre da trascurare gli effetti psicofisici che sono spesso all’origine di incidenti e infortuni. Non esagerare è di sicuro la via più saggia da seguire e questo vale sia nel consumo di tutte le bevande che contengono etanolo, sia in quello del cibo ipercalorico e del sale. Come recita un rinomato proverbio, “chi non misura non dura”: non dimentichiamolo mai!

Scritto da Elena Stante

Laureata in Matematica nel 1981 presso l’Università degli Studi di Bari, dal 1987 al 2023 ha insegnato Matematica e Fisica presso il Liceo Ginnasio Aristosseno di Taranto .Ha partecipato ai progetti ESPB, LabTec, IMoFi con il CIRD di Udine e a vari concorsi nazionali ed ha collaborato con la nomina di Vice Direttore per la regione Puglia alla rivista online Euclide, giornale di matematica per i giovani. Le piace correlare la scienza al cibo, nonché indagare su storie e leggende, e con Prodigus inizia il suo percorso di redazione di contenuti golosi per gli utenti del web.

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