Galline

E’ già dal titolo di questa poesia che Giovanni Pascoli trasmette al lettore il non voler far riferimento ad “argomenti elevati” in questi suoi versi, ma prendere come esempio e metafora animali da cortile di rango (e reputazione) classicamente “basso”, come le galline. Dopotutto, la sua raccolta intitolata “Myricae” nasce per essere dedicata a temi bucolici, attraverso i quali il poeta racconterà l’esistenza umana nel suo inconfondibile stile, sempre attento alle “piccole cose”. Pascoli gioca infatti anzitutto sui rumori in questi versi, facendoli percepire nella mente di chi legge che “il vin canta”, che i cartocci sono “strepitosi”, che l’atmosfera è ravvivata dagli “stornelli”. Ma ancor più, “Galline” è una poesia che contrappone abilmente nei suoi significati sia la vita e la morte che la pienezza e la carenza: mentre il poeta è povero, triste e afflitto (“gramo” come lui stesso si definisce), la massaia è felice di poter far affidamento alle cose semplici che alla fine son quelle che contano davvero, dall’’aia piena di galletti e galline ai tini pieni di vino. 

Galline

Al cader delle foglie, alla massaia
non piange il vecchio cor, come a noi grami:
ché d'arguti galletti ha piena l'aia;

e spessi nella pace del mattino
delle utili galline ode i richiami:
zeppo, il granaio; il vin canta nel tino.

Cantano a sera intorno a lei stornelli
le fiorenti ragazze occhi pensosi,
mentre il granturco sfogliano, e i monelli
ruzzano nei cartocci strepitosi.

 

Giovanni Pascoli
Tratto da “Myricae“, 1903 

Scritto da Elena Stante

Laureata in Matematica nel 1981 presso l’Università degli Studi di Bari, dal 1987 insegna Matematica e Fisica presso il Liceo Ginnasio Aristosseno di Taranto .

Ha partecipato ai progetti ESPB, LabTec, IMoFi con il CIRD di Udine e a vari concorsi nazionali e collabora, con la nomina di Vice Direttore, alla rivista online Euclide, giornale di matematica per i giovani.

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