Ecco le differenze tra i due prodotti irrinunciabili della tavola di fine anno
Un termine francese che identifica un particolare scaldavivande da tavola, che si può trovare esposto anche nei musei
“Scaldavivande”(circa. 1775-1785) ad opera della Niderviller Pottery and Porcelain Factory, Francia (Victoria & Albert Museum Londra)
La parola “veilleuse” in francese sta per “veglia notturna” come anche per “lumino per la notte”: ma non è un caso se venne scelta a suo tempo per identificare anche qualcos’altro, ovvero un particolare scaldavivande che veniva utilizzato per mantenere caldi durante la notte cibi semiliquidi e bevande, inizialmente utilizzato soprattutto in presenza di neonati o ammalati da accudire, poi diventato d’impiego più generalizzato.
La veilleuse era utile in quanto aveva effettivamente due funzioni: fungere da piccola luce notturna grazie al fuoco che la manteneva costantemente in funzione, e al contempo da utile oggetto dove trovare sempre qualcosa di caldo con cui rifocillarsi. Formata da un piedistallo cavo dotato di prese d’aria forate, e sormontate da una parte a forma di ciotola per accogliere il cibo oppure da una vera e propria teiera, la veilleuse era particolarmente di moda tra il Settecento e l’Ottocento, e veniva spesso realizzata in terracotta smaltata o in porcellana.
La fonte di calore più tradizionale all’interno di una veilleuse è l’olio che viene bruciato per mezzo di uno stoppino galleggiante al suo interno. Sul sito ufficiale di Palazzo Madama (Torino) abbiamo trovato l’immagine di un secondo esemplare realizzato nell’Ottocento dalla Richard-Ginori. E a voi piacerebbe possedere un’oggetto così antico ma anche utile?
Scritto da Redazione ProDiGus
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