Tè matcha insostenibile

Cosa c’è dietro la matcha-mania tra danneggiamento ambientale e abbassamento della qualità globale della blasonata polvere di tè

Tè matcha insostenibile

Il tè matcha, quello in polvere di colre verde brillante che da alcuni anni tutti desiderano, è un altro esempio di come i social media possano plasmare le scelte dei consumatori facendo diventare un prodotto qualcosa a cui non si può rinunciare, e quando l'effetto è di massa, comporta delle conseguenze. Questo tè ha una storia secolare profondamente radicata nella cultura giapponese: consumato da secoli dai monaci buddisti, nei suoi luoghi d'origine è un’esperienza di meditazione che accompagna la cerimonia del tè e affascina chiunque.

Negli ultimi anni importanti testate giornalistiche hanno messo in luce i seri problemi causati dalla eccezionale espansione del mercato del tè matcha a livello mondiale sulla spinta del web. Il matcha ha proprietà depurative, antiossidanti e digestive; riduce lo stress e l’ansia, favorisce la perdita di peso e potenzia la memoria e la concentrazione. In Occidente la polvere verde è finita nel latte caldo con la schiuma, nei frullati, negli smoothies, nello yogurt; aggiunto al cioccolato bianco in accattivanti dolci, e ancora nei gelati, c'è chi ne fa uso anche nella cucina salata. Ma mentre vengono sbandierate le virtù salutistiche del matcha per poi inserirlo "ovunque", complice il fascino della cultura giapponese, i maggiori produttori di tè verde a Uji, nella periferia a sud di Tokio  e a Nishio, nella prefettura di Aichi, versano in gravi difficoltà.

Intanto, va precisato che la coltivazione tradizionale del tè matcha, che si tramanda da una generazione all’altra, è lenta e meticolosa. Le piante di Camellia sinensis da cui si ottiene il matcha devono essere tenute in ombra per alcune settimane perché aumenti il loro contenuto di clorofilla, di aminoacidi e altri composti. Le foglie più tenere, dette tencha, vengono raccolte a mano, cotte a vapore per non ossidarsi e quindi conservare il colore, infine essiccate e ridotte in polvere. La macinatura nelle aziende più antiche è effettuata nei mulini di pietra che in un’ora forniscono dai 30 ai 50 grammi di polvere verde.

Come si intuisce, la filiera necessita di figure professionali qualificate e anche questo sta diventando un problema. Negli ultimi vent’anni il numero di coltivatori si è infatti ridotto del 77%, e da dieci anni a questa parte si avverte sempre più la mancanza di personale giovane perché le nuove generazioni si orientano verso attività lavorative cittadine, abbandonando le campagne. Intanto la domanda cresce, e in molte piantagioni si è tentato di accelerare i tempi di produzione introducendo sistemi di ombreggiamento artificiale e macchine per la macinatura che comportano alte spese ed hanno un impatto ambientale negativo. Tra l’altro, il tè macinato a macchina è di qualità inferiore e si adopera di solito in cucina; nonostante ciò, le vendite mondiali di tè matcha "accelerato" registrano un continuo aumento.

A danneggiare l’ambiente c’è anche il fatto che la polvere di matcha viene esportata dal Giappone non solo sfusa, ma anche in bustine monodose fatte con un materiale non riciclabile (per proteggere il tè in polvere dall'umidità, essendo in tal senso ancor più "fragile" del classico tè in foglie). Si è calcolato che una tazza di matcha comporta emissioni di anidride carbonica quadruple rispetto ad una tazza di altro tè. Alcuni produttori hanno scelto l’ombreggiamento naturale per le piante, spostandole anche per difenderle dal caldo eccessivo e dalle piogge degli ultimi anni; puntando su certificazioni biologiche e una filiera tracciabile questi possono garantire un matcha di qualità, che naturalmente ha costi molto elevati.

A  proposito di costi, il tè matcha ha un prezzo cha varia dai 4 ai 30 euro per 50-100 grammi. Il costo più basso è quello di un tè di qualità inferiore che potrebbe non provenire dal Giappone o addirittura contenere colorante verde. Questa variabilità nel prezzo è dovuta al fatto che il Giappone non riesce a rispondere alla domanda mondiale del prodotto, e molti produttori hanno dovuto limitare le vendite o addirittura le hanno sospese, mentre in altri Paesi come la Cina, la Corea e Taiwan sono state avviate mono-coltivazioni intensive.

Tutto questo a scapito della biodiversità del tè matcha, diventato ormai un prodotto industriale soggetto a speculazioni e politiche di commercio e svuotato della propria autenticità locale e culturale. Che fare? Per un consumo più consapevole e meno legato alle mode, si può optare per altri tè altrettanto salutari, oppure acquistare solo matcha che riporta in etichetta la provenienza e garantisca il minimo impatto ambientale. Constatato che un “matcha latte” consumato al bar costa circa 5-6 euro in media e può raggiungere anche i 10 euro nei locali a tema con servizio particolarmente curato, forse, almeno in Italia, sarebbe meglio continuare a preferire un buon caffè o un cappuccino e riservare il tè matcha autentico ai momenti speciali. 

Photo via Canva

Scritto da Redazione ProDiGus

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