La Pasqua anche quest’anno è alle porte: ma come assicurarsi la scelta di un prodotto di buona qualità?
C’è una storia che lega il nome dei biscotti tra i più amati di Roma alla monarda, pianta americana dalla quale si ricava un té
Navigando sui social ci siamo imbattuti nella piccola ma curiosa storia degli Osvego, che per molti rappresentano da generazioni il “biscotto per eccellenza”, dall’inconfondibile forma rettangolare arrotondata alle estremità. La loro diffusione in Italia è legata soprattutto a grandi aziende dolciarie, che li hanno resi un classico della colazione e della merenda italiana prendendo spunto da una ricetta britannica: tra di esse si ricordano Doria, Colussi, Gentilini, Lazzaroni. Pietro Gentilini, il fondatore della celebre azienda dolciaria romana, per distinguere il suo prodotto dai molteplici Oswego in commercio, lo chiamò biscotto Osvego. La ricetta fu perfezionata da tanti, e diede vita ad una sorta di frollino chiamato come la citta dello Stato di New York, famosa per l'Oswego tea.
Tra lo storytelling selvaggio online e la presenza di scarsa documentazione, tuttavia, consultando il "Bollettino dei marchi di fabbrica e di commercio" risalente al 1933, (potete leggerlo gratuitamente su Google Libri cliccando sul link), a pagina 110 della pubblicazione emerge che il termine Oswego (con la "w") fosse un marchio di fabbrica registrato nel 1929 da tale Giuseppe Dal Forno.
Come molto spesso accade, le migliori ricette che sopravvivono nei secoli sono di origini contese. Ma a prescindere da ciò, è da questo celebre biscotto che è nata la curiosità di approfondire cos’è l’Oswego tea: abbiamo scoperto che in realtà “si chiama tè ma non è un tè”, ovvero si ottiene da una pianta differente dalla Camellia sinensis, che prende il nome di monarda e fa parte della famiglia delle Labiatae (Monarda didyma è la specie più diffusa e coltivata). E’ chiamata anche “menta americana”, “menta selvatica”, “menta dei cavalli” e “balsamo delle api”, oltre che “tè di Oswego” o “tè di Pennsylvania”, dato che dalle sue foglie essiccate si prepara un’ottima e corroborante bevanda.
Della monarda sono preziosi anche i fiori: dal tipico colore rosso, da essi si ricava una sostanza odorosa che prende il nome di monardina e trova il suo impiego nel campo della medicina e in profumeria. La monarda viene impiegata anche in omeopatia, oltre che per aromatizzare bevande rinfrescanti, per abbassare la febbre, come digestivo e, grazie al colore vivo dei fiori, per conferire anche una nota colorata alle tisane. Dai fiori si può inoltre ricavare anche uno sciroppo dissetante particolarmente gradito ai bambini.
La massima fioritura della monarda si verifica in luglio. La resa in fiori (singoli) freschi oscilla da 4 a 6 kg/100 m2, e la resa in prodotto secco è molto bassa: da 700-900 g di fiori freschi si ottengono soltanto 100 g di fiori secchi, e per ottenere 1 kg di fiori secchi occorrono 8-10 ore di lavoro! Inoltre, si tratta di un prodotto delicato, da conservare in ambienti secchi e in contenitori ermetici poiché igroscopico.
Si tratta di una specie vegetale che si mostra dunque degna di grande considerazione, ma purtroppo al contempo le sue caratteristiche colturali rendono la sua coltivazione “poco interessante”. Anche in Italia la sua coltivazione è limitata ai giardini degli appassionati e ad alcuni parchi naturalistici, soprattutto a fini ornamentali. Attualmente viene utilizzata a livello gastronomico soprattutto per l’ottenimento di ottime tisane locali nella Comunità Montana dei Laghi Bergamaschi (a cui fanno riferimento dieci comuni situati sul lato settentrionale del lago d'Iseo).
Il sapore dell’Oswego tea? Pare ricordi in tutto e per tutto il bergamotto, avvicinandosi dunque al sapore di un buon Earl Grey. il suo nome deriverebbe dalla tribù degli Oswego, appartenenti al popolo degli Irochesi, che fu il primo a fare uso delle profumate foglie di questa pianta per ottenere una bevanda buona e salutare, dando vita ad una vera tradizione che venne “assorbita” dai coloni inglesi giunti in territorio americano verso la fine del Seicento.
Purtroppo, riuscire a reperire ed assaggiare l’Oswego tea non sembra essere impresa troppo facile: non resta che augurarci che questa pianta possa conquistare presto una più alta attenzione anche in Italia, ma anche di poter tornare liberamente a viaggiare per il mondo per assaggiare questi prodotti tipici dove nascono all’origine.
Photo via Canva
Scritto da Redazione ProDiGus
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Articolo interessante, e sarebbero interessanti anche le fonti. La Colussi dice però (e lo scrive sulle confezioni di biscotti) che è stato Giacomo Colussi a Venezia ad inventare gli Oswego. Avete qualche notizia in merito? Grazie
Buongiorno e grazie per averci scritto. Abbiamo accolto la sua segnalazione e ci siamo messi a lavoro: purtroppo le fonti scritte sono pressoché inesistenti, ma abbiamo aggiornato l'articolo con un contenuto trovato su Google Books che smentirebbe la paternità originaria del biscotto Oswego/Osvego sia per Colussi che per Gentilini (come declamano sulle confezioni dei loro prodotti nonché sui propri siti web ufficiali). Non riusciamo a risalire a chi sia "Giuseppe Dal Forno", che pare ne registrò ufficialmente il marchio nel 1929. Tuttavia, nel medesimo periodo storico furono diverse le aziende italiani produttrici di questo tipo di biscotto, per questo "si fa presto" ad appropriarsi della loro origine (quando un prodotto alimentare riscuote un rapido successo sul mercato, la storia ci insegna che ci sono sempre tanti altri player pronti ad usufruire dell'idea e del gradimento del pubblico a proprio vantaggio). Grazie per essere un lettore di Prodigus e per la sua domanda: nonostante il tema di questo articolo sia più incentrato sul tè Oswego che sui biscotti, è sempre una bella occasione dedicarsi ad ulteriori approfondimenti. Cordiali saluti