La monarda e l’Oswego

C’è una storia che lega il nome dei biscotti tra i più amati di Roma alla monarda, pianta americana dalla quale si ricava un té

La monarda e l’Oswego

Navigando sui social ci siamo imbattuti nella piccola ma curiosa storia degli Osvego, che per i romani rappresentano da generazioni il “biscotto per eccellenza”, dall’inconfondibile forma rettangolare arrotondata alle estremità. Fu Pietro Gentilini a crearli più di 130 anni fa: ispirato dalle sue esperienze londinesi iniziate da giovanissimo nell’arte della pasticceria secca, rientrato a Roma aprì un forno con l’idea di dar vita al perfetto biscotto da tè, ma tutto italiano. Aromatizzandolo con vaniglia e miele, diede vita ad una sorta di frollino che chiamò Osvego come la citta dello Stato di New York famosa per l'Oswego tea. Oggi la Gentilini sforna 70 biscotti differenti che rivende in tutto il mondo.

È da qui che è nata la curiosità di approfondire cos’è l’Oswego tea: abbiamo scoperto che in realtà “si chiama tè ma non è un tè”, ovvero si ottiene da una pianta differente dalla Camellia sinensis, che prende il nome di monarda e fa parte della famiglia delle Labiatae (Monarda didyma è la specie più diffusa e coltivata). E’ chiamata anche “menta americana”, “menta selvatica”, “menta dei cavalli” e “balsamo delle api”, oltre che “tè di Oswego” o “tè di Pennsylvania”, dato che dalle sue foglie essiccate si prepara un’ottima e corroborante bevanda. 

Della monarda sono preziosi anche i fiori: dal tipico colore rosso, da essi si ricava una sostanza odorosa che prende il nome di monardina e trova il suo impiego nel campo della medicina e in profumeria. La monarda viene impiegata anche in omeopatia, oltre che per aromatizzare bevande rinfrescanti, per abbassare la febbre, come digestivo e, grazie al colore vivo dei fiori, per conferire anche una nota colorata alle tisane. Dai fiori si può inoltre ricavare anche uno sciroppo dissetante particolarmente gradito ai bambini. 

La massima fioritura della monarda si verifica in luglio. La resa in fiori (singoli) freschi oscilla da 4 a 6 kg/100 m2, e la resa in prodotto secco è molto bassa: da 700-900 g di fiori freschi si ottengono soltanto 100 g di fiori secchi, e per ottenere 1 kg di fiori secchi occorrono 8-10 ore di lavoro! Inoltre, si tratta di un prodotto delicato, da conservare in ambienti secchi e in contenitori ermetici poiché igroscopico.

Si tratta di una specie vegetale che si mostra dunque degna di grande considerazione, ma purtroppo al contempo le sue caratteristiche colturali rendono la sua coltivazione “poco interessante”. Anche in Italia la sua coltivazione è limitata ai giardini degli appassionati e ad alcuni parchi naturalistici, soprattutto a fini ornamentali. Attualmente viene utilizzata a livello gastronomico soprattutto per l’ottenimento di ottime tisane locali nella Comunità Montana dei Laghi Bergamaschi (a cui fanno riferimento dieci comuni situati sul lato settentrionale del lago d'Iseo). 

Il sapore dell’Oswego tea? Pare ricordi in tutto e per tutto il bergamotto, avvicinandosi dunque al sapore di un buon Earl Grey. il suo nome deriverebbe dalla tribù degli Oswego, appartenenti al popolo degli Irochesi, che fu il primo a fare uso delle profumate foglie di questa pianta per ottenere una bevanda buona e salutare, dando vita ad una vera tradizione che venne “assorbita” dai coloni inglesi giunti in territorio americano verso la fine del Seicento

Purtroppo, riuscire a reperire ed assaggiare l’Oswego tea non sembra essere impresa troppo facile: non resta che augurarci che questa pianta possa conquistare presto una più alta attenzione anche in Italia, ma anche di poter tornare liberamente a viaggiare per il mondo per assaggiare questi prodotti tipici dove nascono all’origine.

Scritto da Redazione ProDiGus

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