Allarme "foodification"

Ovvero, "quando la città mangia se stessa": ecco cos'è la foodification e quali conseguenze rischia di generare se non regolamentata

Allarme "foodification"

C’è una parola che negli ultimi anni risuona sempre più nelle analisi urbane e nel dibattito sul turismo: foodification. Non è soltanto la passione per il buon cibo o il successo dei ristoranti stellati: è un processo complesso in cui l’offerta gastronomica diventa motore principale della trasformazione economica, sociale e spaziale delle città. In pratica, i quartieri si “foodificano”: botteghe storiche e attività locali vengono sostituite da wine bar, bistrot, locali “instagrammabili” e concept store di souvenir culinari pensati per consumatori - soprattutto turisti - con un alto potere d’acquisto e una logica esperienziale. 

Il termine è stato usato già dagli anni 2010 e negli studi accademici è stato collegato strettamente alla gentrificazione: non è solo una moda gastronomica, ma una forma di ristrutturazione urbana guidata dal capitale, da nuove imprese ristorative e da attori pubblici che promuovono il cibo come brand delle città. Case-study italiani (Torino, Firenze, Napoli) mostrano come questo fenomeno operi su più scale - dalla piazza al mercato rionale fino al quartiere - e trasformi funzioni commerciali, prezzi degli affitti e identità dei luoghi

Quali sono le conseguenze concrete? Sul piano economico, la foodification può portare a una vivacità commerciale e a un aumento di entrate turistiche: nuovi locali creano posti di lavoro e attraggono visitatori. Ma il rovescio è netto: i canoni d’affitto salgono, i negozi tradizionali (macellerie, mercerie, librerie) chiudono, e i residenti vengono lentamente spinti ai margini. Sul piano culturale si assiste a una standardizzazione dell’offerta: si cucina per l’immagine e per il racconto, non sempre per la memoria gastronomica locale; piatti trasformati in spettacolo rischiano di cancellare pratiche alimentari radicate. Infine, sul piano urbano, la priorità data al consumo porta a spazi pubblici occupati da dehors e file, con effetti sulla vivibilità e sui servizi per chi abita il quartiere tutto l’anno. 

I dati numerici sul fenomeno sono ancora frammentari: la letteratura accademica usa spesso analisi qualitative e mappe di trasformazione commerciale piuttosto che grandi serie statistiche nazionali. Tuttavia i ricercatori documentano trend ripetuti: concentrazione di attività food-oriented nei centri storici, aumento dei locali rivolti a visitatori, e correlazione tra apertura di bar/ristoranti “di tendenza” e crescita dei prezzi immobiliari. Un’analisi recente su Napoli e su altri centri italiani rileva come la foodification si intrecci con le politiche di branding urbano e con investimenti privati che capitalizzano sul turismo enogastronomico

Cosa succederebbe se la foodification si diffondesse eccessivamente? Lo scenario peggiore è una forma di culinary monoculture: i centri urbani perderebbero diversità commerciale, diventerebbero scenari mono-funzionali dove il tempo “vero” della città (scuole, botteghe, servizi) cede il passo all’economia dell’esperienza. Questo non è solo un problema estetico: mette a rischio coesione sociale, accessibilità economica e la stessa autenticità che i turisti cercano. Inoltre, una sovraesposizione alimentare può generare tensioni tra residenti e turisti (rumore, gestione dei rifiuti, occupazione di suolo pubblico) e aumentare la vulnerabilità economica di quartieri dipendenti da stagionalità e flussi turistici. Studi sull’“uninhabitability” collegano questi processi alla perdita di funzioni urbane sostenibili. 

La ricetta per governare la foodification non è tornare indietro ma regolare: politiche di zoning commerciale, incentivi per attività storiche, limiti ai dehors o ai contratti turistici, piani di turismo sostenibile che valorizzino produzione locale senza mercificarla. Anche la comunità imprenditoriale può giocare un ruolo responsabile, puntando su autenticità, qualità e integrazione coi quartieri piuttosto che sulla mera estetica del piatto da fotografare. In fondo, il cibo è una risorsa potente: può rigenerare quartieri e creare valore. Ma se lo lasciamo diventare l’unico paesaggio urbano, rischiamo di mangiare la città che vorremmo conservare. 

Photo made in AI

Scritto da Sara Albano

Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di marketing e comunicazione e consulenza per il food service a 360°, oltre ad essere il braccio destro di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.

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