Secondo il bilancio 2018 di Coldiretti, il made in Italy ha toccato il record storico di 42 miliardi di euro
Tra social, tv e marketing ci diciamo salutisti e gourmet. Ma la realtà dei consumi racconta una storia molto diversa
C’è una fotografia dell’alimentazione contemporanea che racconta molto meglio di qualsiasi sondaggio il nostro rapporto con il cibo. Da una parte ci siamo noi, online. Attenti agli ingredienti, sostenitori della filiera corta, nemici degli alimenti ultraprocessati, difensori della dieta mediterranea, esperti improvvisati di nutrizione, biodiversità e sostenibilità. Dall’altra c’è la realtà.
Entrate in un qualsiasi centro commerciale italiano un sabato pomeriggio. Oppure passeggiate nel centro di una grande città "foodificata". Difficilmente troverete code davanti a un banco ortofrutticolo. Troverete invece file davanti a catene di smash burger, pollo fritto, patatine, pizze, piadine, kebab, toast e prodotti costruiti per essere irresistibili più che nutrienti. Non c’è nulla di male nel concedersi un hamburger o una pizza di tanto in tanto. Il problema nasce quando la realtà dei consumi racconta una storia completamente diversa rispetto a quella che mettiamo in scena ogni giorno sui social e nei media.
Mai come oggi si parla di alimentazione sana. Mai come oggi si leggono slogan contro gli alimenti ultraprocessati. Mai come oggi sembra che tutti conoscano additivi, zuccheri nascosti, oli vegetali raffinati ed emulsionanti. Eppure le vendite (nonché le nuove aperture) raccontano altro. La grande distribuzione continua a registrare numeri enormi per snack, bevande zuccherate, prodotti pronti e alimenti altamente trasformati. Le catene della ristorazione veloce continuano ad aprire nuovi punti vendita. I format che propongono pasti standardizzati e ingredienti industriali si moltiplicano perché trovano un pubblico disposto a pagarli.
Forse il problema non è che le persone mangino male: è che raccontano di mangiare molto meglio di quanto facciano davvero. A complicare il quadro c’è un altro aspetto raramente affrontato. Tutti invitano a leggere le etichette. Ma quanti sono realmente in grado di interpretarle? La normativa europea obbliga a riportare ingredienti e valori nutrizionali, ma il linguaggio utilizzato resta spesso tecnico e poco comprensibile per il consumatore medio. Sigle, denominazioni chimiche, additivi, aromi e coadiuvanti tecnologici sono, per molti, una lingua straniera. Non è una colpa del cittadino. È il risultato di un sistema che continua a comunicare più per obbligo normativo che per reale trasparenza.
Così ci convinciamo di fare acquisti consapevoli, quando spesso scegliamo guidati dal packaging, da un claim ben costruito o da parole rassicuranti come “naturale”, “proteico”, “light”, “fit”, “green” o “healthy”.
L’esempio perfetto è il poké. Negli ultimi anni è stato raccontato come il simbolo dell’alimentazione moderna: fresco, leggero, sostenibile, equilibrato. In realtà il risultato finale dipende completamente da ciò che contiene. Una bowl può essere nutrizionalmente eccellente oppure trasformarsi in un concentrato di riso glutinoso, salse ricche di zuccheri e sale, ingredienti provenienti da migliaia di chilometri di distanza e pesce la cui sostenibilità è tutt’altro che scontata. Più che un alimento salutare in sé, il poké è diventato un potente prodotto di marketing.
Lo stesso vale per la sostenibilità. È una parola che compare ovunque, ma sempre più spesso viene utilizzata come etichetta pubblicitaria anziché come impegno concreto. Nel frattempo continuiamo a consumare cibo che attraversa mezzo pianeta, confezionato in imballaggi multipli e prodotto secondo logiche industriali che poco hanno a che fare con l’immagine bucolica raccontata nelle campagne pubblicitarie. E poi c’è la ristorazione. Qui il divario tra comunicazione e realtà raggiunge forse il suo massimo.
Ogni settimana assistiamo a interviste, servizi televisivi, classifiche, reel emozionali, storytelling perfetti e recensioni che sembrano descrivere esperienze irripetibili. Ogni nuovo locale è “imperdibile”. Ogni apertura è “rivoluzionaria”. Ogni piatto è “pazzesco”. Poi ci vai davvero, e troppo spesso scopri che dietro una fotografia impeccabile, una comunicazione costruita al millimetro e migliaia di visualizzazioni si nascondono piatti privi di identità, materie prime ordinarie, tecniche approssimative e un’esperienza che difficilmente ricorderai il giorno dopo.
Perfino molti locali consacrati dalla televisione o dai social finiscono per vivere più della propria narrazione che della qualità costante della cucina. Programmi come 4 Ristoranti o Foodish hanno certamente contribuito a raccontare il mondo della ristorazione a un pubblico più ampio, ma la notorietà televisiva non coincide automaticamente con l’eccellenza gastronomica. E chi ha davvero un palato allenato lo sa bene: non tutte le esperienze tanto celebrate mantengono le promesse una volta seduti a tavola.
Il punto, però, non è demolire i programmi televisivi, i social o il marketing. Il punto è ricordare che nessun reel, nessuna classifica e nessuna campagna pubblicitaria potranno mai sostituire una cosa semplicissima: la sostanza. Perché il buon cibo non ha bisogno di effetti speciali. Ha bisogno di materie prime vere, di tecnica, di cultura gastronomica, di stagionalità e, soprattutto, di onestà.
Forse il problema più grande non è che stiamo mangiando peggio. È che stiamo perdendo la capacità di distinguere ciò che è realmente buono da ciò che ci è stato semplicemente raccontato come tale. E quando una società smette di riconoscere la differenza tra sostanza e narrazione, non perde soltanto il senso critico: rischia di perdere il gusto. Il gusto autentico, quello che nasce dalla conoscenza, dalla memoria e dalla qualità delle materie prime. Il gusto che racconta la storia dei territori, delle persone e delle culture gastronomiche che ci hanno preceduto.
Non è un problema soltanto italiano. È un fenomeno globale, alimentato da una comunicazione che spesso premia ciò che è più appariscente anziché ciò che è più valido, trasformando il cibo in un contenuto da consumare prima ancora che in un alimento da comprendere. Se continueremo a sostituire la sostanza con il racconto, la qualità con l’hype e la conoscenza con gli slogan, il rischio è quello di avvicinarci lentamente a un vero e proprio oblio del gusto. E quando perderemo il gusto, difficilmente sapremo riconoscere anche ciò che vale davvero la pena produrre, cucinare e mangiare. Le conseguenze potrebbero andare ben oltre il piacere della tavola. Potrebbero riflettersi sulla nostra salute, sempre più condizionata da un’alimentazione costruita per sedurre anziché nutrire, e sul pianeta, dove la domanda di cibo standardizzato, industriale e globalizzato rischia di mettere ulteriormente in crisi la biodiversità, le produzioni locali e la sostenibilità.
Forse la domanda più importante non è che cosa mangeremo domani, ma se domani saremo ancora capaci di riconoscere ciò che significa davvero mangiare bene.
Non abbiamo mai parlato così tanto di cibo. E forse non lo abbiamo mai capito così poco.
Photo made in AI
Scritto da Sara Albano
Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di marketing e comunicazione e consulenza per il food service a 360°, oltre ad essere il braccio destro di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.



















































































































































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