Il caso del glutammato

Cos’è davvero l’E621, perché esalta l’umami e come scienza, cultura gastronomica e marketing hanno costruito la sua fama

Il caso del glutammato

Se c’è un ingrediente che negli ultimi decenni è stato trasformato in “nemico pubblico” delle etichette alimentari, è il glutammato monosodico. La sigla E621 riportata in etichetta basta spesso a far storcere il naso a molti consumatori. Eppure, osservato con lo sguardo della scienza degli alimenti e della cucina, il glutammato racconta una storia molto diversa da quella dei luoghi comuni.

Dal punto di vista chimico è il sale di sodio dell’acido glutammico, un amminoacido presente naturalmente negli alimenti e nel nostro organismo. Non è quindi una molecola “estranea”. Si trova spontaneamente in molti ingredienti: pomodori maturi, funghi, acciughe, brodi di carne e soprattutto nei formaggi stagionati. Il Parmigiano Reggiano, per esempio, ne contiene molto perché durante la stagionatura le proteine del latte si degradano liberando amminoacidi liberi, tra cui proprio il glutammato.

Questa molecola è legata al gusto umami, riconosciuto come il quinto gusto fondamentale insieme a dolce, salato, acido e amaro. Il termine giapponese significa “saporito”. Il glutammato non introduce un gusto nuovo in senso stretto, ma amplifica la percezione aromatica degli altri ingredienti, rendendo il sapore più pieno e persistente. Non a caso molti ingredienti chiave della cucina tradizionale – pomodoro, brodi, funghi, formaggi stagionati – sono naturalmente ricchi di glutammato.

La forma industriale del glutammato non nasce da sintesi chimiche complesse, ma da fermentazione microbica, un processo simile a quello con cui si producono yogurt, birra o aceto. Si parte da materie prime ricche di zuccheri, come canna da zucchero o barbabietola, fermentate da batteri che producono acido glutammico. Da qui si ottiene il glutammato monosodico in cristalli bianchi, simili al sale fino. Dal punto di vista tecnologico è un esaltatore di sapidità: ne basta una quantità minima, generalmente tra lo 0,2% e lo 0,8%, per rafforzare il gusto complessivo di un alimento. Inoltre contiene circa un terzo del sodio rispetto al sale da cucina, quindi può aiutare a ridurre il contenuto totale di sale mantenendo un buon livello di sapidità.

La cattiva fama del glutammato nasce da una combinazione di fattori scientifici, culturali e comunicativi. Il punto di partenza pare essere stata una breve lettera pubblicata nel 1968 sul New England Journal of Medicine, in cui un medico descriveva alcuni sintomi – mal di testa, rossore, senso di pressione – dopo aver mangiato in un ristorante cinese. L’ipotesi, mai dimostrata, fu attribuita al glutammato e i media trasformarono rapidamente quella segnalazione nella cosiddetta “sindrome da ristorante cinese”.

Negli anni successivi, numerosi studi hanno cercato di verificare il fenomeno. Le valutazioni di organismi scientifici internazionali come FAO, OMS ed EFSA indicano che il glutammato è sicuro alle normali quantità di consumo. Alcune persone possono essere sensibili a dosi molto elevate, ma non esiste una relazione causale generalizzata.

A rafforzare la diffidenza ha contribuito anche la comunicazione di marketing. Dagli anni Novanta molti prodotti hanno iniziato a promuoversi come “senza glutammato aggiunto”, trasformando la sigla E621 in un simbolo negativo utile a differenziare l’offerta. In un mercato sempre più attratto dal concetto di “naturale”, questa narrazione ha avuto grande successo, anche se la molecola è identica a quella presente naturalmente negli alimenti.

L’associazione con i ristoranti cinesi ha anche radici storiche. Il glutammato monosodico fu isolato nel 1908 dal chimico giapponese Kikunae Ikeda studiando il sapore del brodo di alga kombu. Da quella scoperta nacque il primo condimento industriale a base di glutammato. Nelle cucine dell’Asia orientale l’umami è da secoli un pilastro gustativo: alghe, salsa di soia, pesce fermentato e funghi secchi sono naturalmente ricchi di glutammato e nucleotidi che ne amplificano l’effetto. Il glutammato in cristalli – venduto in piccole bustine bianche, simile in aspetto al sale – è semplicemente una forma concentrata e pratica di quel principio gustativo.

Il suo uso nei ristoranti (soprattutto asiatici ma non solo) ha anche motivazioni tecniche: permette di dare profondità al sapore di zuppe, brodi, riso e piatti saltati in padella con quantità minime, mantenendo costante il profilo aromatico. In fondo, il glutammato è solo uno strumento. Come sale, zucchero o spezie, può essere usato bene o male. Conoscerne origine e funzione aiuta a valutare ciò che mangiamo con maggiore consapevolezza, senza paure ingiustificate. 

Photo made in AI

Scritto da Sara Albano

Laureata in Scienze Gastronomiche , raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi a Parma (dopo aver frequentato il liceo linguistico internazionale), conseguendo in seguito alla laurea magistrale un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e frequentando infine il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania. Dopo questa esperienza ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl, , dove riesce ad esprimere la propria passione per il mondo dell'enogastronomia e della cultura alimentare in diversi modi, occupandosi di project management in ambito di marketing e comunicazione e consulenza per il food service a 360°, oltre ad essere il braccio destro di Fabio Campoli e parte del team editoriale della scuola di cucina online Club Academy e della rivista mensile Facile Con Gusto.



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