Cucina e sacralità

Un legame antico quanto fortemente simbolico

Cucina e sacralità

La sacralità legata alla cucina antica mi fa riflettere su quante volte, anche nella Bibbia, si sente parlare di cibo, a volte proibito, a volte simbolico, e non può che essere così…la prima cosa che fa Adamo è mangiare il frutto proibito. Il suo dio gli disse che si sarebbe “guadagnato il cibo col sudore della sua fronte”: quale più vera eredità! 

Nel Cantico dei Cantici vengono ricordati lo zafferano ed il potere della radice di mandragola; nel Libro dei Resi parla di focacce che venivano cotte sulla pietra rovente; nel Levitico si può leggere un elenco di tutti i cibi proibiti. 

Di certo una delle prime evidenze che emerge leggendo la Bibbia sta nell’importanza del pane azzimo per il popolo ebraico, legato alla convinzione che attribuisce allievito il seme della corruzione, il pane non lievitato assume il significato di “nuovo”.

Inoltre ricordache gli ebrei in fuga dall’Egitto, non ebbero il tempo di far lievitare il pane e mangiarono pane azzimo (cfr Lv 23,6).

Molte volte il cibo è al centro della vita di Gesù: il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, alle “Nozze di Cana” (quando trasforma l’acqua in vino), ed ancora quando compare a Emmaus e i suoi discepoli lo riconoscono nello spezzare il pane.  Il rituale cristiano ha il pane e il vino come simboli principali: basti pensare all’Eucarestia. Ma è anche vero che in risposta a una delle tentazioni alle quali Gesù è stato sottoposto dal diavolo all’inizio del suo ministero pubblico, disse:  

L’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore

Quanto elencato sopra è soltanto un accenno di quante informazioni possono trovarsi all’interno della Bibbia, ma c’è un altra prospettiva del cibo e la sacralità, quello della cucina vissuta nei monasteri, che nel corso dei secoli ci hanno tramandato tante ricette che ancora degustiamo sulle nostre tavole.

Ad esempio, le famose sfogliatelle napoletane: la lorostoria risale al 1700, e si dice che sia nata proprio in uno di questi conventi, quello chiamato Santa Rosa che si trova vicino ad Amalfi in Conca dei Marini, affacciato sul mare. Non a caso, il dolce per circa duecento anni fu chiamato Santa Rosa, per poi mutare in “sfogliatella” all’inizio del ‘900.

Dalle abili mani delle suore di clausura nascevano questi nastri strettissimi e lunghi parecchi metri, di un millimetro circa di spessore, fatti con una pasta di sola farina, acqua, sale e sugna, per poi arrotolare due volte in rotoli strettissimi da tagliare a fette di un centimetro di spessore, ripiegare a sacchetta o ad imbuto e riempirli con un cucchiaio di delicato ripieno di semolino, cotto in acqua bollente, ricottauovazuccherocubetti di frutta candita.

L’epoca medievale costituisce un pilastro della relazione tra cucina e sacralità, dal momento che in questo periodo storico si può affermare che l'arte culinaria europea e la relativa educazione alla tavolaabbiano avuto origine proprio tra le mura dei monasteri e delle abbazie del tempo. I monacifurono tra i primi ad occuparsi del senso e dello scopo dei cibi..  

Non a caso, ben presto fu coniato il detto religioso: "il buon cibo tiene uniti corpo e anima".

Ma, all'interno delle comunità monastiche, da chi erano ricoperti i vari ruoli? 

A cucinare anche in questo caso ci pensavano quei monaci e quelle monache che sapevano rielaborare le indicazioni dietetiche rintracciate nei vecchi manoscritti

I monasteri, per far fronte al loro impegno spirituale e di assistenza (anche medica) ai bisognosi, svilupparono però, quasi automaticamente, una sorta di cucina salutare.

Gli orti ricchi di spezie, erbe medicinali ed ortaggi, assieme a vigneti ed uliveti, iniziarono qui ad essere considerate come importanti risorse alimentari.

Le conoscenze degli effetti salutari delle erbe, confluirono progressivamente nella cucina quotidiana, facendo diventare consuetudine il somministrare medicamenti con il cibo. Le pietanze di solito insipide, dopo tali misture, acquistarono in sapore e fu proprio questo effetto secondario, molto apprezzato, che fece scoccare la scintilla creatrice dell'arte culinaria. 

Scritto da Patrizia Forlin

Vice direttore editoriale di PRODIGUS è laureata in lettere presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e specializzatasi con il master in “Cultura del cibo”,

Patrizia Forlin frequenta anche numerosi corsi culinari di specializzazione e consegue il diploma professionale di sommelier AIS. Nel 2006 con Chef Fabio Campoli fonda “Il Circolo dei Buongustai” un progetto che rappresenterà uno straordinariostrumento di promozione fondato sui valori dell’etica della condivisione e della conoscenza. In seguito, la sua ormai conclamata attitudine per la cucina la vede ospite di noti programmi televisivi RAI quali “Uno Mattina”, “In famiglia”, “Sabato e Domenica Estate”, “Geo & Geo”, dove presenta prodotti e piatti tipici del suo territorio.



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