A tavola con Guareschi

Lo scrittore che inventò gli indimenticati personaggi di Don Camillo e Peppone non ha mai trascurato il buon cibo nelle sue varie opere

A tavola con Guareschi

“Da quelle parti là, la carne è un lusso settimanale e per pochissima gente, mentre per la massa la carne di manzo o di vitello è mercanzia da grandi feste: Natale, Pasqua, sagra d’estate e sagre d’autunno e allora, in quelle occasioni, si procede a sleppe di manzo da far crepare, e a fettacce di torta da tirar su col badile. Carne se ne mangia, sì, ma porcheria: coniglio, rane, lumache e qualche gallina quando c’è la morìa nel pollame, o qualche galletto in padella quando arriva in casa qualcuno di riguardo. In compenso c’è il salame, la spalla cotta e il culatello che sono straordinari, tanto che se io dovessi nascere maiale, pregherei Dio di farmi nascere alla Bassa. Questione di pastura, di aria, di acqua” 

Quale modo migliore di introdurvi a tavola con lo scrittore emiliano-romagnolo Giovannino Guareschi, se non con queste parole scritte di suo pugno per fotografare gli usi e costumi alla tavola dei suoi tempi (ovvero la prima metà del secolo scorso)? 

Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi (Fontanelle di Roccabianca, 1° maggio 1908 – Cervia, 22 luglio 1968) è stato un celebre scrittore, giornalista, umorista e caricaturista italiano, ma non va sottovalutato che al contempo fosse fortunato figlio della Bassa Parmense (detta anche dai parmensi “la bassa”, trattandosi di una fascia di territorio pianeggiante nella provincia, larga una quindicina di km e posta sul lato sud del fiume Po). Un’area ancora oggi conosciuta come la food valley d’Italia, dove prendono vita alcuni fra i più caratteristici fiori all’occhiello della gastronomia italiana, conosciuti nel mondo intero. 

Salumi, formaggi, lambrusco, torta fritta e tanto altro, non a caso, rivivono anche nei sui scritti, sempre contraddistinti dalla sua stessa indole, irriverente e sanguigna, proprio come i personaggi di Don Camillo e del suo antagonista, il sindaco Peppone, che hanno portato il suo nome ad una grande popolarità anche grazie alle pellicole cinematografiche (girate negli anni Cinquanta e Sessanta) in cui sono state trasformate le loro vicende. 

Un esilarante e avvincente mix tra focosità, fantasia e intelligenza è ciò che traspare dai racconti del “mondo piccolo” guareschiano, che puntano a rappresentare propriamente l’indole e il carattere delle genti emiliane. E in tutto questo s’intreccia per l’appunto anche un grande e consolidato amore verso il cibo e le tradizioni della tavola legate alla proprio radici: non va dimenticato infatti che, accanto a libri, riviste, articoli e disegni, nella vita reale Guareschi stesso aprì a Roncole Verdi (PR) un ristorante, che venne gestito per oltre trent’anni dal figlio Alberto, e successivamente anche un caffè, fatto costruire nel 1957 nella stessa località, vicino alla casa natale di Giuseppe Verdi.

 “Scusa Indro, ma adesso devo lavorare, sai, perché è una cosa seria questa, non è mica giornalismo e neanche letteratura: io faccio il caffettiere!”. Così disse Giovannino Guareschi a Indro Montanelli nel corso di un’intervista per il programma televisivo “Incontri” del 1959.

Alla sua morte, stampa e televisione definirono la scomparsa di Guareschi come “melanconico tramonto dello scrittore che non era mai nato”: ciò fu dovuto certamente al fatto che Guareschi ebbe in vita un’indole rivoluzionare, finì persino per un anno in carcere, e per questo le autorità ufficiali del mondo sia intellettuale che politico ne disertarono i funerali. Ma la sua consacrazione, quella che ancora oggi siamo a qui a ricordare, è arrivata dal “parere più illustre”, ovvero quello dei suoi lettori, che si sono appassionati alla saga del Mondo Piccolo, al suo Corrierino delle Famiglie, rendendolo ancora oggi tra gli autori italiani più venduti (oltre 20 milioni di copie per la prima delle due opere citate) e tradotti nel mondo intero. 

Da buon emiliano-romagnolo, la buona tavola per Giovannino Guareschi era imprescindibile. Ed è facile dedurlo da diversi passi dei suoi scritti, iniziando da quelli dedicati alle vicende di Don Camillo e Peppone.

“Alla Bassa, quando agosto fa sul serio, le gole sono bruciate per la sete, e bisogna bere. E, per poter bere come si deve, non c’è niente di meglio che far la punta a un buon salame che mette addosso una sete tremenda. Il salame era straordinario e don Camillo osservò: 

– Che ne dici, Peppone? Davanti ad un salame così, sono sicuro che ci troveremo d’accordo. 

Peppone ci pensò, quindi stabilì: 

– Dal mio punto di vista avete ragione. 

– Anche dal mio punto di vista. Lambrusco o Fortanella?

– Lambrusco, rispose Peppone senza esitazione. 

Era una bottiglia eccezionale e anche le due che la seguirono appartenevano alla stessa categoria. Per la qual cosa, a un bel momento, Peppone si commosse e, levando il bicchiere, gridò: «Viva Garibaldi!». «Viva!» rispose don Camillo levando anche lui il bicchiere. Poi, si capisce, dovettero brindare alla salute del ’99, classe di ferro. 

Un esempio è il “Menù dei reduci” (di guerra): “Il menù di ogni rancio era semplice: salame e culatello, pastasciutta. cacciatora di pollo o spezzatino di vitella, due o tre torte grandi come ruote di carro, spezzoni di formaggio grana e un diluvio universale di vino imbottigliato”. Ma anche la colazione che Don Camillo offre dal mezzadro Loroni a dei falsi fuoriusciti russi (“[…] caffelatte, zabajone con marsala, spalla cotta, pane appena sfornato, vino bianco frizzante, torta di amarene, nocino”) o ancora la descrizione del pranzo a casa dell’affittuario Bocci (“prosciutto di Langhirano con melone, anolini in brodo, bollito di manzo, vitello e cappone, arrosto di tacchino, frutta, torte assortite, lambrusco, fortanella, trebbiano, visciole sotto spirito”).  In questo esempio si citano il salame (diffusissimi nella zona di Guareschi sono il delizioso Strolghino e il salame di Felino) e il vino: un’accoppiata di gusto fra le più sincere e intramontabili per condividere un brindisi. Accanto al lambrusco si cita la “fortanella”, ovvero un vino rosso profumato, amabile e di facile beva che si otteneva (e ancora oggi si ottiene, se pur in più limitate quantità) dalle uve di varietà Fortana, un vitigno a bacca nera coltivato sin dall’epoca rinascimentale nella Pianura Padana. Ma leggendo i racconti di Guareschi pagina dopo pagina, si troveranno descritti anche veri e propri menù, nonché tutti i riguardi che si avevano nelle giornate di festa verso gli ospiti a tavola, anche in relazione alla tipologia di vivande (più ricche) che venivano servite in tavola. 

Nel Mondo piccolo di Guareschi, il cibo non è soltanto una questione di abitudini, tradizioni e di educazione verso i propri ospiti, ma se ne sottolineano anche gli innegabili aspetti curativi, a partire dall’influenza su psiche e umore.

Don Camillo dovette farsi ricoverare in ospedale e, nonostante le cure, lontano da casa, dalla Bassa, s’intristiva sempre di più, al punto da sembrar peggiorare anziché migliorare. Inoltre il cibo era ben lontano dall’essere quello della sua terra. Neanche la visita di Peppone sembrò poterlo risollevare, dal momento che, proprio sul mezzogiorno, entrò un’infermiera con una tazza di roba. 

– Grazie, sussurrò don Camillo. Non ho fame. 

– Ma è roba da bere! 

– Non ho sete. 

– Dovete sforzarvi e mandarla giù. 

Don Camillo bevve a piccoli sorsi. Poi uscita l’infermiera, fece una smorfia:

-Brodini, pappine, creme: da venticinque giorni sempre così. Mi pare d’essere diventato un canarino... 

[…] Peppone cavò di sotto la giacca un involto e l’aperse. Depose ogni cosa sul comodino e tirò su don Camillo, accomodandogli i cuscini sotto la schiena. Poi distese in grembo al malato un tovagliolo e vi depose la roba: una micca di pane fresco e un piatto di culatello affettato. E don Camillo cominciò a mangiare pane e culatello. Poi Peppone stappò la bottiglia di lambrusco e il malato bevve il lambrusco. Mangiò e bevve lentamente e non era per ghiottoneria, ma per sentire meglio il sapore della sua terra. E ogni boccone e ogni sorso gli portavano un’onda di acuta nostalgia: i suoi campi, i suoi filari, il suo fiume, la sua nebbia, il suo cielo. I muggiti delle bestie nella stalla, il picchiettare lontano dei trattori intenti all’aratura, l’ululare della trebbiatrice. 

Prima di concludere, val la pena citare ancora un celebre riferimento gastronomico di Guareschi, in questo caso contenuto nel Corrierino delle famiglie, pubblicato nel 1954: i protagonisti delle storielle descritte sono lo scrittore e la sua famiglia, e ciò su cui vertono vicende e argomentazioni non è altro che la loro vita quotidiana. Vien da sé per l’autore l’occasione di citare anche pranzi e ricette di cucina: famoso è il racconto sulla Torta Purgatorio (dunque non “Paradiso”!) Insomma, la vita nel Mondo piccolo guareschiano è legata a tal punto al buon mangiare da non dover faticare nemmeno troppo nella ricerca di specifici passi nei suoi libri o di specifiche scene nei film che ne sono stati tratti. Il cibo per Giovannino Guareschi è infine spunto di ilarità, un’occasione giornaliera per non prendersi troppo sul serio e mostrarsi nella propria umanità. Proprio come quando nella pellicola “Il compagno don Camillo” il prete improvvisa uno sciopero della fame per testardaggine, per poi pentirsi e ritrovare nuovamente il dialogo con Gesù, chiedendo al Crocifisso: «Signore, dite una parola di conforto, al vostro servitore che muore di fame!» e il Cristo risponde: «Te ne dirò due, don Camillo: buon appetito!»

“Fai la torta ‘Paradiso’?” domandò Albertino.

“No” rispose Margherita.

“Magari fa la torta ‘Purgatorio’” borbottò la Pasionaria.

“Cerca di stare zitta, tu” esclamò minacciosa Margherita. […] “Ho la ricetta per una torta speciale” spiegò. “Una torta soffice come la bambagia e senza quei dannati grassi che rendono indigeribili le torte in genere. Solo uova, zucchero, fecola e un po’ di lievito” […].

Margherita accetta la formula e parte, per esempio, con le uova e lo zucchero incominciando a sbattere il tutto dentro un tegame. Poi, ritenendo di dover diluire l’impasto, aggiunge marsala. E, ottenuto un impasto troppo fluido, lo condensa aggiungendo biscotti savoiardi. Per amalgamare la poltiglia la passa con lo spremiverdura e via discorrendo. […]

Si trattava di ammorbidire la torta e io, staccatone un pezzetto, provai a intingerlo nel latte. Non assorbiva per niente. Allora col batticarne tritammo tutta la torta a pezzettini e macinammo i pezzettini nel tritacarne. Raccolsi la polvere così ottenuta in un tegame e la stemperai con vino Moscato. Ne saltò fuori una pappetta languida che non prometteva niente di buono. Aggiunsi farina, uova e zucchero e impastai ottenendo un blocco di roba molto rugosa. […] Spolverammo con zucchero velato. Estraemmo con delicatezza la neo-torta dalla teglia. Non aveva la morbidezza desiderata ma ormai niente poteva fermarci. Albertino andò a prendere sul mio tavolo da disegno lo spruzzatore e io feci cadere sopra la torta una rugiada leggerissima di vino bianco. Passammo alla decorazione: crema, nocciole, confetti macinati, uva passa, frutti canditi. Tre uomini in gamba quali siamo Albertino, la Pasionaria ed io, ci mettono poco a cavar fuori un capolavoretto ornamentale. […] Quando, alla fine del pranzo, la torta venne in tavola, fu un successo.

Ma quando ognuno di noi ebbe la sua fetta di torta sul piatto ci guardammo perplessi: chi l’avrebbe assaggiata per primo? La Pasionaria, forte e generosa, si immolò e mandò giù un grosso boccone di torta.

“È straordinaria!” esclamò

A distanza di oltre cinquant’anni dalla sua morte, Guareschi riesce ancora oggi ad appassionare e incantare nella purezza del suo stile di racconto, proprio come l’atmosfera che è possibile respirare e i prodotti da degustare nella sua terra, che sono ancora lì, pronti ad aspettarci per essere conosciuti, respirati, ma soprattutto raccontati per continuare a diffonderne l’eco di una grande, genuina e positiva umanità.

Note bibliografiche

Scritto da Sara Albano

Diplomata al liceo linguistico internazionale di Taranto, sua città di nascita, raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi nella food valley d’Italia, conseguendo la laurea magistrale in scienze gastronomiche presso l’Università di Parma, per poi intraprendere un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania, dopo il quale ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl,  dove si occupa oggi di back office, redazione e project management a 360°, sia in ambito di ristorazione ed eventi, che in ambito di attività che coniugano la gastronomia ai settori dell’editoria, del marketing e della comunicazione. 

0 Commenti

Lasciaci un Commento

Per scrivere un commento è necessario autenticarsi.

 Accedi


Altri articoli