Hamburger di tacchino fatto in casa, arricchito con yogurt e spezie, da accompagnare con un panino e tanti vegetali
Accade a Torino, dove un capriccio architettonico è diventato leggenda: ecco le particolarità di Casa Scaccabarozzi
La Fetta di Polenta di Torino - Foto tratta dal web (clicca sull'immagine per ingrandirla)
A Torino, tra corso San Maurizio e via Giulia di Barolo, sorge un edificio che da quasi due secoli attira curiosi, architetti e turisti: la celebre Fetta di Polenta. Il nome, tanto popolare quanto evocativo, deriva dal colore giallo-ocra della facciata e dalla forma insolita, che ricorda davvero una sottile fetta triangolare di polenta poggiata in equilibrio sul piatto della città.
Il palazzo, noto ufficialmente come Casa Scaccabarozzi, fu progettato nel 1840 da Alessandro Antonelli, l’architetto che avrebbe poi legato il suo nome alla Mole Antonelliana. La storia racconta che Antonelli accettò la sfida di costruire su un lotto di terreno quasi impraticabile, stretto e trapezoidale, che sembrava inadatto a ospitare un edificio. L’impresa aveva qualcosa di visionario: lungo appena cinquantaquattro centimetri sul lato più sottile, eppure alto ventiquattro metri, suddivisi in nove piani, il palazzo si ergeva come una provocazione all’ingegneria tradizionale e un manifesto di audacia creativa.
La comunità torinese guardava con scetticismo quella costruzione così snella e ardita. Per dimostrarne la solidità, Antonelli e sua moglie Francesca Scaccabarozzi decisero di andarci a vivere, trasformando la casa in una dichiarazione d’amore e insieme in una scommessa vinta. Col tempo, la “fetta” ha dimostrato la sua robustezza resistendo a eventi drammatici come l’esplosione della polveriera di Borgo Dora nel 1852, il terremoto del 1887 e persino ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
Gli interni, naturalmente, non potevano che rispecchiare l’originalità della pianta. Ambienti angusti e triangolari costrinsero gli abitanti ad arredarli con mobili su misura, mentre le tubature, la canna fumaria e i servizi vennero concentrati lungo il lato sottilissimo. Per superare le difficoltà logistiche, venne installata persino una carrucola che permetteva di sollevare carichi e mobili attraverso i piani. Nel tempo, il palazzo è stato ristrutturato e adattato: celebre è l’intervento di Renzo Mongiardino nel Novecento, che trasformò gli interni in un’unica abitazione di raffinata coerenza stilistica.
Se la funzione originaria era abitativa, negli ultimi decenni la Fetta di Polenta ha conosciuto anche una seconda vita culturale: tra il 2008 e il 2013 ha ospitato mostre d’arte contemporanea curate dalla galleria Franco Noero, dimostrando come un luogo così singolare potesse diventare anche spazio espositivo. Oggi resta una residenza privata, tutelata come bene architettonico, ma continua ad affascinare chi passeggia per il quartiere Vanchiglia.
Guardandola da corso San Maurizio, con la sua facciata sottile e verticale che sembra sfidare le leggi della gravità, la Fetta di Polenta appare come un piccolo Flatiron italiano, un edificio che non nasce dalla ricerca della monumentalità ma dall’ingegno di chi ha saputo trasformare un vincolo in una virtù. È il simbolo di un’architettura che osa e che sorprende, e al tempo stesso un frammento di vita torinese, colorato e ironico, che da quasi due secoli testimonia come l’audacia possa diventare bellezza. Quando vi capiterà di fare un giro in questa città, non perdetevi questa curiosa tappa!
Photo reconstruction made in AI
Scritto da Redazione ProDiGus
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