Mangiare da pirati

Curiosiamo insieme su di cosa e come si nutrivano i pirati, scoprendo anche la pionieristica figura di William Dampier

Mangiare da pirati

“Non c'è niente di più disperatamente monotono del mare: non mi stupisco della ferocia dei pirati”: così diceva nell’Ottocento James Russell Lowell, poeta, critico letterario e diplomatico statunitense, di certo consapevole che quella della pirateria ha rappresentato una vera piaga che per secoli ha messo in pericolo persone, imbarcazioni, merci e aree costiere di diverse parti del mondo. 

Sappiamo bene infatti quanto le azioni dei pirati fossero non solo illegali, ma anche violente: assalire, saccheggiare, affondare le navi diventava propriamente il loro mestiere, spesso dopo l’abbandono, per scelta o per costrizione, di una precedente vita e di un mestiere marittimo “più consono” sui mercantili. L’esistenza del pirata tuttavia, benché deplorevole sotto diversi aspetti, ha tante caratteristiche particolari che l’hanno resa interessante a tal punto da ispirare libri, film e cartoni animati: raramente però ci si interroga sull’aspetto alimentare, ovvero su come e di cosa si nutrisse un pirata, ed è proprio l’argomento sul quale abbiamo scelto con quest’articolo di indagare per voi. 

Di certo l’alimentazione dei pirati è andata mutando nel tempo: infatti, a dispetto della notorietà moderna dei “pirati dei Caraibi” (senza dubbio i più celebri nella cultura popolare mondiale, avendo rappresentato l’età dell’oro della pirateria, solo però tra il XVI e il XIX secolo), la pirateria è un mestiere antico quanto la navigazione stessa. Tant’è che la parola “pirata” possiede un suo corrispettivo in greco, peiratès (πειρατής), che a sua volta deriva da peiráo (πειράω) ed ha il significato di "tentare", "attaccare". I luoghi considerati “ad alto rischio di pirateria” sono infatti cambiati nel corso della storia: tra i più noti ci sono stati non solo il Mare Caraibico, ma anche lo stretto di Gibilterra, il Mar Rosso, il Madagascar, il litorale del Malabar, l’area tra Filippine, Malesia e Indonesia, nonché il Mar Cinese Meridionale, che nell’epoca più recente (inizio del XIX secolo) ha ospitato la più numerosa (circa 40.000 persone) e temuta comunità di pirati del mondo.

E già nel mondo antico classico esistevano i pirati: ad esempio, gli Etruschi avevano la fama di predoni del mare efferati ai tempi di Greci e Romani, e persino Giulio Cesare fu fatto prigioniero da giovane nell’isola di Rodi da parte di alcuni pirati. Ma se lo stereotipo piratesco più tipico accomuna queste genti attraverso le simbologie di pappagalli parlanti e bandiere con teschi, di occhi bendati e gambe di legno, di uncini e sciabole, identificare un cibo “simbolo” della vita dei pirati è certamente più complesso, anche proprio a causa delle diverse aree del mondo e le differenti epoche storiche interessate da questo fenomeno

Certo, c’è sempre stato l’alcol tra gli amori della gola e dello stomaco dei pirati: la bevanda prediletta, che di certo li ha accompagnati per secoli. Se ai tempi di Greci e Romani il più amato e diffuso era il vino, nei mari dominati dai Vichinghi si beveva idromele (probabilmente il più ancestrale degli alcolici, ottenuto lasciando macerare acqua e miele) e poi birra, e nelle acque caraibiche lo spirito preferito era il rum, prodotto in quantità nelle isole dove si coltivava copiosa la canna da zucchero da cui questo distillato deriva. Ma c’erano anche precise motivazioni che portavano a prediligere il trasporto di alcol in botti caricate sulle navi piuttosto che l’acqua: le bevande alcoliche si conservavano meglio nel tempo, mentre l’acqua fresca si rovinava e diventava viscida con l’aumento di giorni di stoccaggio nel legno. 

Accanto a ciò, tuttavia, per scoprire meglio cosa mangiasse un pirata viene in aiuto uno studio pubblicato diversi anni fa sull’American Journal of Physical Anthropology: l’analisi degli isotopi di azoto e carbonio estratti dalle ossa di 80 marinai britannici del XVIII secolo ha rivelato che essi mangiavano pane, manzo, una cucchiaiata occasionale di burro o formaggio, e un gallone di birra al giorno. Non bisogna dimenticare, infatti, che il cibo a bordo delle navi era necessariamente limitato, sia per motivi di spazio che per motivi di deperibilità. Infatti, il pane era per lo più rappresentato da forme più essiccate di quello classico, come una sorta di gallette/fette biscottate che contenevano meno acqua e per questo si conservavano più a lungo nel corso dei viaggi senza deteriorarsi. “Pani” talmente duri che spesso venivano imbibiti con l’acqua di mare affinché i pirati riuscissero a masticarli! Anche la carne non era di certo quella fresca, ma di tipo salato e/o essiccato: un tempo questo prodotto si mostrava poco accattivante, in forma di “brandelli” secchi di carne di colore vicino al nero, a tal punto che si racconta alcuni pirati si divertissero anche a lavorarli con i coltelli per dar vita a piccole sculture durante le lunghe giornate trascorse in mare (pare li utilizzassero persino per fabbricare fibbie per le proprie cinture). 

Ma poteva capitare che il cibo per un pirata fosse anche peggiore di questo: un altro racconto narra del pirata Henry Morgan e del suo equipaggio, che nel 1670, bloccati in mare aperto, furono costretti dalla fame a mangiare del cuoio tritato e fritto. L'equipaggio del capitano Charlotte de Berry (celebre donna pirata), naufrago e in condizioni disperate, arrivò persino ad atti di cannibalismo, mangiando due schiavi e il marito dello stesso capitano!  

Se insieme a queste modalità di nutrirsi si considera che l’equipaggio dei pirati era generalmente povero, viveva anche sulla terra ferma in quartieri miserabili e soffriva spesso di malattie debilitanti (portavano con sé per la vita ferite se non più forti menomazioni), si comprende bene come l’alcol fosse l’unico mezzo per rallegrare la vita di bordo ed impedire agli uomini di ammutinarsi tra loro (come affermava il famoso pirata Barbanera). A volte l’abuso eccessivo di alcol ha fatto sì che nei documenti scritti pervenuti sino a noi le ciurme piratesche venissero descritte sovente come “maleducate e ubriache”, portando addirittura alcune a doversi arrendere durante uno scontro, in quanto troppo annebbiate dall’alcol sia per fuggire che per combattere (come accadde al pirata britannico “Calico Jack” Rackham e al suo equipaggio nel Settecento). 

Allora, per riprendere in parte le parole di partenza di J. R. Lowell, si potrebbe affermare che: “Non c'è niente di più terribile del cibo dei pirati: non ci stupiamo della loro ferocia”! Perché sappiamo bene quanto il buon cibo e il buon bere abbiano anche la magica capacità di influire sull’umore e sul temperamento delle genti

Ma in conclusione, per “bilanciare” i tristi pasti dei pirati e non farli passare alla storia come tutt’altro che intenditori di cibo, vale la pena citare il personaggio di William Dampier (1651-1715). Anche lui pirata, fu descritto come "essere dalla mente squisita”, tanto bucaniere quanto grande appassionato di studi naturalistici, sulle acque, le correnti marittime e i venti, avventuroso viaggiatore e passato alla storia come grande buongustaio. I suoi approfondimenti pionieristici hanno influenzato anche grandi nomi come James Cook, Horatio Nelson, Alexander von Humboldt e Charles Darwin. 

William Dampier attraversò a piedi l'istmo di Panama, circumnavigò il globo tre volte, visitò l’Australia ottant’anni prima del capitano Cook descrivendone la flora e la fauna, scrisse la prima descrizione in inglese di una zebra. Ma soprattutto, non rinunciava al buon mangiare, anzi, se ne intendeva particolarmente: si stima che oltre 1000 voci dell’Oxford English Dictionary siano state messe a punto e proposte per la prima volta da Dampier, di cui tantissime hanno a che fare con il cibo, come “barbecue”, “anacardi”, “kumquat”, “tortilla”, “albero del pane”, alimenti provenienti da tutto il mondo che ebbe la fortuna (e anche il coraggio, ai suoi tempi) di girare. Conosceva la biologia, osservava e descriveva i tanti e diversi animali che incontrava, e che poi puntualmente mangiava: racconta la carne dei fenicotteri come “magra e nera ma molto buona”, quella degli armadilli come “dal sapore molto simile alla tartaruga” (che a sua volta paragonava al pollo), e le locuste “molto umide, con le teste che scricchiolano sotto i denti”. 

Per tutti questi motivi, alcune parti dei diari scritti da Dampier si leggono proprio come fossero libri di cucina: non mancano infatti le sue numerose annotazioni su modalità di cottura e ricette, raccolte sempre alla volta di nuovi paesi e culture. Indica come preparare i platani, che consiglia persino per crostate e budini, e ha riportato quelle che in tutta probabilità rappresentano le prime versioni inglesi della salsa guacamole e del chutney di mango, di cui scrive: “Quando il mango è giovane, lo tagliano in due pezzi e lo mettono in salamoia con sale e aceto, in cui mettono degli spicchi d'aglio. Questa è una salsa eccellente e molto apprezzata". Nella sua eredità scritta, Dampier si rivela anche un gran divoratore di fichi d’India, scoperti nell’America Centrale, nonché estimatore delle noci di cocco di Guam. 

Nessun altro pirata al mondo ha lasciato una tale eredità al mondo della gastronomia: era compito di Prodigus anche riportare alla giusta attenzione e al giusto onore la figura di William Dampier, per ringraziarlo, anche a distanza di secoli, per il suo grande lavoro da pioniere curioso. Perché ogni epoca storica ha i suoi personaggi “semplicemente differenti”! 
 

Note bibliografiche e sitografiche

Scritto da Sara Albano

Diplomata al liceo linguistico internazionale di Taranto, sua città di nascita, raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi nella food valley d’Italia, conseguendo la laurea magistrale in scienze gastronomiche presso l’Università di Parma, per poi intraprendere un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania, dopo il quale ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl,  dove si occupa oggi di back office, redazione e project management a 360°, sia in ambito di ristorazione ed eventi, che in ambito di attività che coniugano la gastronomia ai settori dell’editoria, del marketing e della comunicazione. 

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