Aragosta, da povera a ricca

C'è stato un tempo in cui le aragoste erano destinate ad esser cibo per persone poco abbienti e detenuti

Aragosta, da povera a ricca

Cibi per poveri e cibi da ricchi: l’aragosta è passata incredibilmente dalla prima alla seconda categoria nel corso degli ultimi tre secoli, e lo racconta la storia coloniale. Se infatti oggi mangiare aragosta è un lusso (basta guardare il menù di un buon ristorante per rendersene conto), pochi sanno che più di un secolo fa le cose erano ben diverse.

L’essere un alimento proteico e ipocalorico, caratteristica oggi molto apprezzata, non era certo ciò che faceva delle aragoste un alimento alla portata di tutti: ciò che nell’epoca coloniale ha favorito la scoperta e il consumo diffuso di questo alimento è stata decisamente la sua abbondanza sulle coste. La ricchezza e la quantità di crostacei disponibili era tale da garantirne un uso e consumo esteso e decisamente a basso costo, adatti davvero a tutti.

La loro accessibilità, infatti, derivava da un basilare meccanismo di offerta e richiesta: quando i coloni arrivarono sulle coste americane per formare i primi insediamenti costieri (per esempio nel Maine), le aragoste erano così abbondanti da diventare addirittura cibo per i maiali. L’oceano era così straripante di aragoste che sulle rive si formavano dei veri e propri muri di questi animali.

Molte cronache del 1700 riportano di aragoste gettate nelle mangiatoie degli animali da fattoria oppure usate come fertilizzante per concimare i campi, mentre i Nativi d’America le utilizzavano addirittura come esche per i propri ami. Ricordando nell’aspetto gli insetti, erano definite scarafaggi di mare e per questo tenute in nessuna considerazione e, fino al 1800, erano cibo destinato e riservato agli ultimi, agli orfani, ai galeotti e ai servitori. Si pensi che in una cittadina del Massachusetts si arrivò al punto che, alcuni servitori, stanchi di mangiare solo aragoste, fecero causa ai propri padroni chiedendo che venisse servita loro non più di tre volte alla settimana.

Nel corso dell’800 tuttavia, complice l’avvento delle ferrovie, la situazione iniziò a cambiare. I crostacei venivano trasportati e venduti nell’entroterra divenendo un piatto di maggiore pregio che continuava ad essere molto richiesto sul mercato. Le aragoste iniziarono ad entrare anche nel ciclo della produzione industriale e venivano vedute trasformate e conservate. Le aragoste in scatola erano così economiche, costavano addirittura meno dei fagioli, da essere servite persino ai soldati. Cucinare ed inscatolare il prodotto era praticamente l’unica opzione che garantiva un consumo abbondante e allargato; il consumo del prodotto fresco era riservato solo alle coste, laddove si pescava in abbondanza.

Intorno agli anni Cinquanta, durante la grande depressione e dopo la Seconda Guerra Mondiale, la tendenza subì un’inversione, le aragoste diventarono un alimento ricercato e sempre più esclusivo tale da giungere, oggi, a considerarlo un cibo per pochi. In questo passaggio non va sottovalutato il sovrasfruttamento delle risorse ittiche che inevitabilmente ha causato l’impoverimento globale delle risorse, generando un considerevole aumento dei prezzi. A determinarlo inoltre contribuisce il problema della deperibilità del prodotto (e di tutti i crostacei in generale): dopo la morte, infatti, l’animale si decompone rapidamente. 

L’aragosta, delizia riservata alle occasioni importanti, ha dunque un passato decisamente "meno luxury" e mostra di aver percorso la stessa strada che è toccata a molti cibi (come il caviale, il tartufo), che da un trascorso poco fortunato oggi godono di massimo rispetto non solo in cucina ma anche nelle tasche dei consumatori (nel caso dell'aragosta, con un costo che oscilla tra i 50 e i 90 euro al chilogrammo). Ripercorrere questa storia porta tuttavia anche a riflettere su quanto il mercato e i gusti vengano influenzati più o meno indirettamente soprattutto da fattori economici e ambientali. 
 

Photo by Sara Albano 

Scritto da Viviana Di Salvo

Laureata in lettere con indirizzo storico geografico, affina la sua passione per il territorio e la cultura attraverso l’esperienza come autrice televisiva (Rai e TV2000). Successivamente “prestata” anche al settore della tutela e promozione della salute (collabora con il Ministero della Salute dal 2013), coltiva la passione per la cultura gastronomica, le tradizioni e il buon cibo con un occhio sempre attento al territorio e alle sue specificità antropologiche e ambientali.

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