Intervista a Hilde Soliani

Prestatevi al gioco di immaginarvi la personalità di una donna così, per sommi capi, descritta:

Nata in una famiglia della Parma bene, con una nonna ideatrice di profumi e un padre appassionato di musica lirica. Amante della buona cucina, folgorata dal teatro, esperta di quel marketing internazionale che dopo vent’anni ha abbandonato per seguire le proprie passioni. Ed ancora, eccentrica con disciplina ed egocentrica con grande altruismo, dall’ampio sorriso rossettato e mai vestita di nero. Pensate per lei anche un profumo, ma preparatevi a farvi smentire dall’imprevedibilità delle sue creazioni. Hilde Soliani, artista dell’olfatto e del gusto, è una donna poliedrica e piacevolmente imprevedibile, un po’ come le bambine che nelle foto di famiglia fanno le boccacce tra i famigliari in posa.

Durante questa intervista dovremo necessariamente parlare di profumi. Non potendo i nostri lettori annusare nulla di quanto citato, pensa che riusciremo ad essere ugualmente esaustivi?

Certo, perché il cervello ci permette di intendere anche senza che l’esperienza sia diretta. La musica e il racconto ci fanno sentire i profumi senza annusarli. Ogni profumo è una storia, una trasformazione in liquido odoroso di un qualsiasi avvenimento della vita.

Lei è un’artista della profumeria e il senso dell’olfatto ha sempre avuto nella sua vita, e nella storia della sua famiglia, un ruolo centrale. Con il linguaggio della sua professione, le chiedo: Quali sono le note di testa delle sue giornate? Cosa la inebria ed emoziona in modo intenso per alcuni istanti?

Da un punto di vista strettamente olfattivo sono colpita dalle note fresche e pungenti. Sono una “agrumata” di natura, ma mi piace anche il finocchietto selvatico. Più in generale posso dire che mi seducono i profumi della macchia mediterranea, fiori compresi, purché questi non siano troppo intensi. Esemplificando: gli agrumi li ritrovo tutti i giorni con piacere, mentre il gelsomino mi basta tre o quattro volte all’anno.

Da un punto di vista metaforico il teatro mi provoca emozioni immediate, lo stesso fanno il mare in burrasca e alcuni colori. Quando sono giù di corda ho bisogno di qualcosa che mi dia una sferzata d’energia, il rimedio principe per questi momenti è la musica di Verdi. Il Nabucco ha su di me un effetto fortemente tonico. Anche i sorrisi delle persone anziane sono fonte di grande gioia.

Parliamo ora di note di cuore, di quelle sensazioni che ci accompagnano più a lungo e si connotano per una fruizione meno effimera.

I dolci e le note olfattive dolci. Sono molto golosa, vivrei di formaggi e dessert. Tutti i giorni, a fine pasto o durante la merenda, mi concedo con sommo piacere una meringa con la panna montata non zuccherata. Montata ben ferma, ovviamente.

Cosa l’accompagna fin dalla fanciullezza? Quali sono le note di fondo della sua vita?

Lo spirito ribelle, l’attenzione nell’osservare e nell’ascoltare le persone. Mia nonna, che era naso (creatore di profumi ndr.), i miei genitori e alcuni maestri di vita incontrati a scuola e nel lavoro mi hanno insegnato a studiare in maniera razionale, domando il mio disamore per le regole. Aggiungerei anche la volontà di andare sempre alle radici di questioni e problemi. Le confesso che nei miei profumi, essendo io un’indomabile bastian contraria, questa struttura non si ritrova. C’è comunque una base su cui poggia la mia follia creativa.

Nel suo lavoro e nella letteratura che la riguarda compare frequentemente la parola radici. Allo stesso tempo la sua è una figura di donna cosmopolita, votata alla continua ricerca di novità. Come concilia la voglia di restare con l’attitudine a partire?

Con molta difficoltà. Nei giorni in cui mi sento stanca di tutto e desidero voltare decisamente pagina cerco una qualche efficace distrazione. Una mostra d’arte a New York? Un nuovo piatto d’assaggiare di uno chef che stimo? Tutto dipende dall’ispirazione del momento. Il mio sogno sarebbe avere un aereo privato con il quale muovermi, come e quando voglio, in giro per il mondo. Dentro di me porto però sempre le mie radici, che sono la mia famiglia e gli amici intimi, persone che sanno di poter contare su di me in ogni momento.

Il suo impegno in ambito profumiero si estende alla cucina. Come nasce questo piacevole sconfinamento?

Ho sempre avuto una grande passione per il cibo, che considero una componente fondamentale per valutare la qualità della vita. Al cibo aggiungerei i vini e i cocktail, ma non i superalcolici. Questo mi ha portato a frequentare numerosi ristoranti sparsi un po’ ovunque, facendo amicizia anche con qualche cuoco e più specificamente con quelli che sanno parlare un buon italiano e hanno interessi che vanno anche al di là della loro professione. Col tempo e in alcuni casi, grazie al mio palato e al mio olfatto particolarmente raffinati, l’amicizia è evoluta in una collaborazione professionale. Nel progettare un nuovo piatto la componente olfattiva è fondamentale, seconda alla vista solo in ordine di apparizione. Il mio lavoro in questo campo consiste nella consulenza in fase di creazione, nell’armonizzazione di profumi e sapori e nell’ideazione ad hoc di aromi.

È corretta l’espressione “profumo alimentare”?

Questa dicitura e quella di profumo edibile, anche se diffuse, le ritengo improprie: il profumo è un prodotto destinato al corpo o all’ambiente. Si tratta semplicemente di aromi alimentari disciolti in un medium, che vengono spruzzati sul piatto o sul bicchiere dando vita ad un atto che trovo di somma volgarità. Ci sono cuochi di grandissima fama che finiscono i loro piatti con una spruzzata di un qualche aroma, per enfatizzare la presenza di un certo ingrediente. Perché è necessario usare un simile artificio? Non bastano gli ingredienti e le tecniche di cucina? Non si tratta poi di un atto innovativo, visto che si faceva già nel Medioevo.

La sua influenza sulla cucina è però a doppio verso…

Quando un piatto mi emoziona al punto di lacrimare, cerco di trasformare questa emozione in un profumo per il corpo. Faccio questo utilizzando gli ingredienti che compongono il piatto ed anche gli odori che sento nell’atmosfera quando avviene l’incontro con esso.

Che effetto le fa ritrovare i suoi concetti olfattivi a tavola?

Il panettone Il tuo Tulippone è stata una sfida tesa a far ritrovare le note del mio profumo più venduto, Il Tuo Tulipano, in questo tradizionale dolce natalizio. La Pizza Misteriosa di Franco Pepe è stato un graditissimo omaggio, visto che riprende le note olfattive del mio Stelle di Ghiaccio.

L’attitudine e la professione la fanno soffermare con attenzione su dettagli che riguardano ambienti, persone e vicende. Come vive la condensazione delle idee in profumo?

Le idee vengono quando uno meno se l’aspetta, il dramma nasce quando devo scegliere quale nome dare ad un profumo. Se nella pittura, una volta scelti i colori, nell’arco di una manciata di ore riesco a soddisfare il mio desiderio di comunicare, nella profumeria la questione è più complicata. Sono un po’ come le bambine, che stufatesi dei giocattoli li buttano: quando ho finito di creare un profumo getto tutte le materie prime. Così facendo, quando ho una nuova idea devo procurarmi da capo tutto ciò di cui ho bisogno. Altro fattore da non trascurare e che un nuovo profumo ha bisogno di un certo tempo di maturazione per  far capire se corrisponde al risultato voluto. Usando poi molte materie prime naturali mi devo misurare con la variabilità delle loro caratteristiche. Capirà che per un’ansiosa-creativa come me è una tragedia.

Come descriverebbe il suo laboratorio?

Usando un dialettismo, amici e parenti lo chiamano casen.  Si trova nella mia villa in campagna ed è per me un luogo di disordine creativo, pieno di libri e di miei quadri. Quando mi viene un’idea, e può capitare a teatro, davanti ad un quadro o al ristorante, qualsiasi ora del giorno o della notte sia, tornata a casa mi devo mettere al lavoro.

È raro, ma a qualcuno capita di nascere irrimediabilmente stonato. Succede anche con l’olfatto? Esistono gli irredimibili “snasati”?

Ai giorni nostri è pieno di super esperti che dopo un corso di tre giorni diventano enologi, profumieri o meccanici. Parlavo di recente con il mio maestro, che mi dice sempre che con il talento – e con il naso - si nasce. Ci vuole poi un maestro che faccia emergere queste doti e serve molto allenamento, utile per sviluppare una vasta memoria olfattiva. Con un parallelo musicale, posso dire che il nostro mestiere assomigli più a quello del compositore che del cantante.

Scusi il gioco di parole, ma lei della sua fede non fa mistero ed è noto il suo impegno come terziaria francescana. Si dice che le apparizioni mariane siano contornate da un intenso profumo di rose. Crede di poter identificare una particolare fragranza legata al suo rapporto con il divino?

Non ho mai capito esattamente che profumo possa avere la mia fede. Fin da piccola, a quel tempo per gioco, mi sono dedicata alla profumeria. Per darle una risposta voglio raccontarle un episodio che riguarda mio padre, con cui ero in perfetta simbiosi. Si trovava ricoverato in ospedale con una speranza di vita di soli pochi giorni. Il caso volle che fosse messo in stanza con un sacerdote che, in stato di ebrezza, era stato protagonista di un incidente automobilistico. Sapendo di questo ricovero, due frati francescani della chiesa dell’ospedale di Parma vennero a celebrare nella stanza del loro confratello. Al momento di fare la comunione, mio padre – persona di grande fede – rifiutò di comunicarsi, salvo poi farsi convincere da uno dei due frati. Nell’atto di prendere l’ostia ebbe delle visioni mistiche e percepì un intenso profumo di rosa. Da quel momento stette bene per esattamente un anno; ebbe quindi una ricaduta e morì pochi giorni dopo. Da quel momento e per due anni la nostra casa profumò intensamente di rose e di giglio. Il profumo Stelle di ghiaccio penso mi sia stato suggerito da mio padre e ogni volta che lo uso, anche se sono felice e allegra, mi lacrimano gli occhi pur non cambiando il mio umore. Forse è questo il profumo della mia fede.

Scritto da Mauro Sperandio

Nato a Venezia nel 1980, diplomato al liceo classico, laureato in Scienze politiche all'Università di Padova, vive tra i monti dell'Alto Adige.

Padre e compagno felice, copywriter e storyteller, si occupa di scrittura creativa per le aziende, di turismo e di pubblicità. È curioso di ogni cosa, ma con spirito critico. Ama intervistare persone felici di quel che fanno, cercando di imparare da ciò che azzeccano.

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