Pulire l’oceano è possibile

Una startup olandese ha ideato un sistema per ripulire il mare dalla plastica. Nell’Oceano Pacifico, dove lo speciale raccoglitore della Ocean Cleanup (il nome della startup) è in fase di sperimentazione, i primi risultati sembrano essere buoni. Oggetto del test è una porzione di mare che si trova a 2000 chilometri dalla costa californiana. L’obiettivo di Boyan Slot, fondatore della Cleanup, è eliminare la metà della Great Pacific Garbage Patch, nell’arco di cinque anni. Si tratta della più grande delle isole costituite di sola plastica; gli oceani ne sono pieni. Ce ne sono di tutte le dimensioni e sono il frutto dell’abbandono nell’ambiente marino di bottiglie, contenitori, buste e oggetti in plastica.

Slot era stato colpito dall’impressionante massa di pattume che aveva visto in mare, durante un’immersione. In quella occasione aveva avvistato più plastica che pesci. Costretti, questi ultimi, ad aggirarsi in un habitat contaminato, tra detriti colorati che traggono in inganno.

Diversi studi hanno già dimostrato che i pesci scambiano per altri pesci la plastica e se ne cibano, ingerendo tossine che causano mutazioni cellulari. Alcuni pesci restano impigliati nelle buste di plastica nelle quali si imbattono nuotando; diventano vere e proprie reti nelle quali cadono e muoiono.

I successi della startup non sono stati immediati, i primi prototipi del sistema di pulizia avevano fallito la missione, tra il 2016 e il 2018. Poi gli studi sono proseguiti e i cervelloni della Ocean Cleanup sono riusciti a mettere a punto una sorta di macchina galleggiante, il cui motore sono le correnti marine. Si muove come la plastica che raccoglie, ma a velocità inferiore. Un dispositivo in grado di raccattare anche microplastiche delle dimensioni di un millimetro. Una volta che il raccoglitore galleggiante è colmo di spazzatura, arriva una nave cargo a bordo della quale viene scaricato il materiale da smaltire.

Boyan Slot pensa di perfezionare ulteriormente il sistema, in modo che il mangia-spazzatura possa restare in mare più tempo (anche un anno), raccogliendo quanta più plastica possibile. In realtà queste non sono altro che le prime prove, da parte dell’uomo, rispetto alla possibilità di liberare il mare dalla plastica accumulatasi nei decenni. Un’operazione tutt’altro che semplice. Servono calcoli precisi, continue modifiche da apportare alle macchine mangia rifiuti, osservazioni puntuali del loro lavoro in mare, nel tempo e nello spazio.

Ecco, appunto, lo spazio: negli anni Sessanta l’umanità lavorava allo sbarco sulla luna; oggi i calcoli servono a comprendere quanto in basso si sia potuti cadere, inquinando quasi irreparabilmente l’ambiente. La startup olandese conta di aggredire la Great Pacific Garbage Patch, l’isola vasta 1,6 milioni di chilometri quadrati, distruggendo 1,8 trilioni di pezzi di plastica. L’auspicio è che progetti di questo genere abbiano successo e si moltiplichino.


Fonte: GQ Italia

Scritto da Redazione ProDiGus

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