Chips di pelle di salmone

C’erano una volta le patatine “chips”. Poi sono arrivati prodotti similari ottenuti a partire con altri vegetali, dalla barbabietola alla pastinaca e al platano, e ora l’amatissimo prodotto confezionato in pratiche bustine da aprire e sgranocchiare quando più se ne ha voglia, diventano “di origine animale”…o meglio, ittica.

Ebbene sì, perché sugli scaffali dei supermercati degli Stati Uniti, da qualche tempo hanno iniziato a spuntare le chips “di mare”, che se prima consistevano esclusivamente di alghe, ora sono ricavate dalla pelle del salmone, adeguatamente fritta, essiccata e salata, condita con vari ingredienti (biologici) per insaporirla, dal lime allo zenzero ed i mirtilli rossi.

Pelle di salmoni che, peraltro, l’azienda produttrice (e ideatrice) Goodfish dichiara di realizzare con materia prima “selvaggia” (ovvero il celebre salmone Sockeye) pescata in Alaska con metodi sostenibili. A loro va certamente il plauso di aver pensato un modo per non buttare via niente dal salmone (che si sta trasformando in questo secolo nel nuovo erede del maiale), ma udite udite: a farci “fidare” dell’origine della pregiata specie di salmone utilizzata, interviene un prezzo esorbitante. Una monoporzione da 15g di chips, infatti, costano ben 2,99 dollari. Facendo due rapidi conti, è facile arrivare alla conclusione che le chips di pelle di salmone costano la spropositata cifra di 200 dollari/kg, dunque quasi 20 volte in più del prezzo al chilo delle classiche patatine “chips” imbustate.

Il prodotto viene inoltre decantato per l’alto contenuto di proteine e di acidi grassi omega 3: peccato che le alte temperature di frittura (e anche l’essiccazione, che non sarà certo effettuata all’aria aperta ma con impianti a temperatura e umidità controllata) hanno un effetto negativo sia sulla quantità che sulla qualità dei nutrienti. Vien da chiedersi quindi… per Cosa dovremmo poi pagare?

La sostenibilità, quella vera, per prendere ancor più piede in un futuro che necessita di lei (ed è già qui), deve partire, ancor prima di quella verso l’ambiente, dalla tutela del portafogli dei consumatori. Facendo una ricerca sul web, si trovano inoltre innumerevoli “tutorial” di cuochi di ogni parte del mondo che spiegano come provare a prepararle in casa: se proprio vorremo toglierci lo sfizio di assaggiarle, forse sarà meglio fare così.


Fonte: Il fatto alimentare

Scritto da Redazione ProDiGus

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