Speak-easy bar

Il mistero è spesso sinonimo di fascino: un luogo è tanto più affascinante quanto più riesce ad essere misterioso.

Sarà l’eredità “dell’ambiguo” che li avvolge il motivo per cui fioriscono gli Speak-easy bar o forse il loro successo è determinato da un sentimento di nostalgia per il lontano periodo dei primi del Novecento?

Questi locali si ispirano infatti direttamente a quegli anni, segnati dal proibizionismo e fonte di ispirazione per tante gangster story. All’epoca erano bar camuffati, nascosti dietro le insegne di tutt’altro genere di esercizi commerciali.

Gli autentici secret bar fiorirono negli anni Venti, in America, quando fabbricare, vendere e consumare alcol era vietato dalla legge. Alcuni gestori di locali miscelavano distillati e liquori con bevande che non erano alcoliche, per continuare comunque a servire alcol nonostante la legge lo impedisse; altri invece trovarono soluzioni ben più ardite. L’ingresso era quello di una macelleria, di una merceria o di una drogheria, ma una volta dentro, chi conosceva la parola d’ordine, poteva accedere a stanze nascoste sul retro. Luoghi dove ci si dedicava al consumo di cocktail alcolici, alla musica e ad incontri amorosi.

Questi bar fecero la fortuna delle gang criminali che spesso li gestivano, qualche volta erano teatro di sparatorie e risse che finivano nel sangue e hanno sicuramente contribuito alla nascita di cocktail divenuti in seguito famosi in tutto il mondo. Ospitavano veri e propri live show musicali e rivolgevano le loro proposte ai ceti economicamente più elevati. Nella sola New York, nel 1920, l’anno in cui entrò in vigore la legge Volstead anti-alcol, si potevano contare 32 mila Speak-easy, contro i 15 mila esistenti prima della proibizione.

Oggi sono tornati imperiosamente di moda e naturalmente non hanno più nulla a che vedere con l’illegalità, rappresentano piuttosto l’eredità onesta di un periodo attraversato da grandi fermenti sotterranei, caratterizzato da pesanti disuguaglianze e moralismi agitati come bandiere.

Mettervi piede significa tornare, in qualche modo, a respirare le atmosfere della New York di allora. Ne riprendono lo stile e le caratteristiche: sale arredate con poltrone e divani in velluto, banconi per la mescita dell’alcol e naturalmente musica.

Per lavorare in uno di questi posti, quasi “musei” sparsi per le strade della Grande Mela, bisogna essere dei bartender professionisti, esperti in vintage mixologist. Due parole anglosassoni che identificano una sorta di filosofia del miscelare. Saper mescolare i liquori in uso negli anni Venti e quindi rivisitare i cocktail dell’epoca è requisito essenziale per stare dietro al bancone.

Un tuffo nel passato da “maneggiare con cautela”: il proibizionismo fortunatamente non c’è più, ma bere responsabilmente dovrebbe essere un dovere per tutti.


Fonte: Diventare Barman

Scritto da Redazione ProDiGus

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