Dell’olio non si butta via niente

Sei università italiane, capofila l’Ateneo barese, hanno condotto una ricerca che dimostra che i materiali di scarto dell’olio d’oliva possono rientrare, dalla porta principale, nell’industria alimentare, e per di più, essere utili anche a quella farmaceutica. Il progetto si chiama “Sos” (Sustainability of the olive oil system) ed ha ottenuto, grazie alla sua importanza e al suo valore, finanziamenti bancari per sette milioni di euro.   

I ricercatori hanno finora dimostrato che "l'uso degli estratti di foglie di olivo è in grado di bloccare l'azione genotossica del cadmio" e alcune sostanze derivanti dalla lavorazione delle olive potrebbero essere utili nel combattere le infiammazioni e lo stress ossidativo.

Ottime notizie, dunque, per i laboratori farmaceutici, che avrebbero a disposizione materiale da impiegare nelle loro preparazioni medicinali e “cosmetiche”, a costi del tutto contenuti.

L’altra buona notizia che questa ricerca universitaria offre riguarda proprio il settore alimentare. Gli scarti dell’olio potrebbero sostituire i conservanti non naturali che troviamo in tanti alimenti. A quanto pare, allungherebbero la vita di prodotti come i taralli, il paté di olive o le olive da tavola in salamoia. E non finisce qui: quel che finora i produttori di olio hanno gettato via, qualificando questo materiale come scarto e quindi inutile se non addirittura dannoso, potrebbe fare comodo nell’ambito del packaging.

Per questa scoperta dai risvolti più che interessanti, considerato che ci stiamo dirigendo (per fortuna anche a livello normativo), verso un’economia sempre meno lineare, bisogna dire grazie all’Università Aldo Moro di Bari, in particolare al Dipartimento di Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti, ma anche alle università di Milano, Parma, Sassari, Teramo e all’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

L’economia circolare, caratterizzata dalla possibilità di un ciclo di vita più lungo, per ogni prodotto, e dal vantaggio garantito dal reimpiego, anche più volte, di quello che acquistiamo, è il nostro futuro.

Una seconda, terza e quarta vita di un oggetto significa una vita migliore anche per noi. Nel senso che la nostra salute e quella del pianeta terra dipendono da quanto saremo in grado di sviluppare il modello ispirato al riutilizzo, orientato quindi alla sostenibilità, contro quello (fallimentare su tutta la linea), dello spreco sfrenato.


Fonte: ANSA

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