Leonardo e il vino

Luca Maroni, Leonardo Da Vinci e Il Vino, Pagg. 210, 13 Euro, SENS Edizioni 2019

Nel 1999, Luca Maroni porta alla luce la verità secondo la quale Leonardo consumava abitualmente il vino e, soprattutto, possedeva una vigna in quello che oggi è il cuore di Milano. Questa città ha avuto una grande importanza per il Da Vinci, tant'é che nel 1939 - seppur in chiave di propaganda del "genio italico" - vi si allestì la "Mostra di Leonardo Da Vinci e delle invenzioni italiane".

Maroni ha un curriculum lungo quasi tre pagine da cui il dato trasversale che emerge è la sua continua ricerca dedicata al mondo della viticoltura e del vino. Non è un caso infatti che, oltre al suo impegno nelle attività di divulgazione e di didattica, abbia  elaborato un vero e proprio metodo per la degustazione dei vini, cercando di uscire dall'improvvisazione e dall'impressionismo delle degustazioni abituali che ha codificato nel suo "Piacevolezza del Vino. Il Metodo" e nella compilazione per l'Enciclopedia Treccani delle voci riguardanti la degustazione.

Inizia dunque una ricerca di natura storico-filologica e di analisi dei manoscritti vinciani per analizzare tutti i riferimenti materiali, simbolici e visivi, collegandoli alla vita, al vino, alla sua produzione e consumo, così come all'ebbrezza inimitabile che produce. Luca ha studiato anche i possedimenti agricoli della famiglia di Leonardo nel territorio di Vinci e quelli da lui personalmente acquisiti a Fiesole; le osservazioni sulle viti, le uve e i vini nel corso dei suoi viaggi, le note letterarie e di vita quotidiana compresi gli acquisti di alimenti; l'attenzione agli aspetti autobiografici in relazione al cibo e al vino.

Con raffinato e preciso metodo d’indagine, Incrociando diversi dati ed informazioni, arriva  a localizzare il luogo dove era la vigna avuta in dono dal Conte Ludovico Sforza intorno al 1498, probabilmente anche per il pagamento del grande dipinto murario dell'Ultima Cena, databile proprio tra il 1495 e il 1498. Luca, come ha sempre fatto nel suo pluridecennale percorso, non si limita a questo: piuttosto – ed è questo l'aspetto più interessante ed innovativo - si pone l'ambizioso obiettivo di avviare una ulteriore ricerca di archeoagricoltura per ritrovare i piedi delle vigne che il genio rinascimentale impiantò.

Qui il racconto ha una buone dose di suspense, perché la zona era stata colpita dai bombardamenti aerei dell'ultima guerra, ma con metodo e con pazienza, aiutato da grandi specialisti, riscopre ancora ben protetti sottoterra i piedi di quelle vigne che allietarono la mensa di Leonardo. Procede con l'analisi del DNA e compie il miracolo di far rivivere, dopo circa 500 anni, quei vigneti, reimpiantandoli in quel di Vinci terra natale di Leonardo, che portò sempre con sé nelle atmosfere e negli sfondi dei suoi dipinti. L'operazione di reimpianto può essere paragonata al restauro conservativo di un bene culturale.

La narrazione è resa ancor più emozionante ed avvincente perché l'autore riesce a trasmetterci le emozioni che ha vissuto via via nel percorso di ricerca. L'elegante volume, accompagnato dalle pertinenti documentazioni visive, colto e scientificamente sviluppato, si muove anche come un racconto appassionato e appassionante e, non me ne voglia l'autore, mi ha ricordato, le dotte e leggere narrazioni di Umberto Eco de Il Nome della Rosa.

Come scrive l'autore nella sua prefazione, fuori dal coro degli improvvisatori che inventano di tutto per cogliere l'occasione dei cinquecento anni: "Leonardo valuta le qualità organolettiche del vino e dai suoi difetti deduce il suo metodo per produrne di migliore. Nel fare ciò anticipa di circa 500 anni il compiersi del Rinascimento enologico Italiano e Mondiale dell'anno 2000. Nel 1515 voleva un frutto uva perfetto ed una trasformazione enologica tale da traslare assolutamente integro nel vino il suo nativo contenuto di succo e d'aroma. Cosa che oggi, grazie alla tecnica e alla tecnologia è possibile fare. Anche nel vino è genio massimizzatore e precursore".

Scrive questo con l'orgoglio di chi, dopo tanti anni d’impegno, vede ulteriormente confermato il suo approccio al vino e il suo definirsi "analista sensoriale". Definizione che sarebbe piaciuta a Leonardo, perché  dedicò diversi studi alle problematiche correlate ai sensi che chiamava  "servitori dell'anima".  La prestigiosa rivista Lancet, in occasione degli eventi in corso in tutto il mondo, ha proprio evidenziato gli studi di Leonardo sulla percezione dei sensi e il cervello che lui chiamava "celabro". Questo ci riporta a Luca che ha evidenziato le relazioni tra "la composizione chimico-fisica del vino e il suo comportamento sensoriale" definendo in una formula "la struttura chimica della piacevolezza del vino".

Ho avuto il piacere di degustare i vini e ho ancor meglio capito perché Leonardo, parlandone usasse frasi come: “divino licore dell'uva, il vino è bono perciò l'acua in tavola avanza, il beuto vino elevò l'anima sia inverso il celabro.

Scritto da Sergio Bonetti

Ha insegnato all'Università, si è occupato di piccole imprese e, negli ultimi anni, soprattutto di quelle del  settore enogastronomico, per le quali ha promosso eventi legati alla cultura del territorio. Le sue grandi passioni sono i libri, il cibo, il vino…e le serie tv.  

Ama viaggiare e per lui ogni tappa diventa occasione per visitare i mercati alimentari e scoprire nuovi prodotti, tecniche e tradizioni.

E’ inoltre appassionato di ricerca e dello studio di testi in ambito culinario, per contrastarne la spettacolarizzazione e i luoghi comuni.

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