Cortesie per gli ospiti

In un bellissimo dipinto datato al periodo sivigliano (1618 c.) e oggi conservato alla National Gallery di Londra, il pittore spagnolo Diego Rodríguez de Silva y Velázquez (Siviglia, 1599 - Madrid 1660) ci mostra in primo piano, nella parte centrale di una delle due metà del quadro, una fanciulla. La si direbbe poco più che una bambina. Indossa umili abiti, i capelli raccolti in una fascia di stoffa. Il suo sguardo punta dritto verso di noi. E’ severo, malinconico, penetrante. Ed è con esso che ella ci aggancia e ci catapulta nella scena. Ci ritroviamo così in una cucina o, forse, in una trattoria spagnola del ‘600, visto che il dipinto rientra, per l’accento fortemente realistico dei personaggi e per l’ambientazione quotidiana, nei “bodegón”. Il termine, che in spagnolo indica, appunto, trattoria od osteria, per estensione di significato designa in pittura il genere della natura morta.

Difficile abbandonare lo sguardo di questa fanciulla, la sua espressione è triste, come di chi trattenga a stento il pianto. Ciò nondimeno, il gesto volitivo con il quale impugna il pestello del mortaio, che tiene tirato a sé con l’altra mano, evidenzia tutta la determinazione e la sicurezza proprie di chi sta svolgendo un compito che ben conosce e ben sa fare. Quale esso sia ce lo rivelano gli ingredienti posti sopra il tavolo che ella ha di fronte e che occupa l’altra metà del dipinto: teste e spicchi d’aglio, uova, peperoncino, olio. E quattro pesci.

Il piatto che la giovane sta preparando corrisponde, per alcuni autori, ad una pietanza   presente già nei ricettari del ‘600, il cosiddetto “pesce in camicia”, la cui preparazione prevedeva di avvolgere in una pastella di uovo battuto il pesce che così “incamiciato” veniva poi messo a cuocere in un soffritto di aglio, olio e peperoncino sminuzzati. Girato più volte durante la cottura in abbondante olio extravergine, il pesce presentava al termine una bella crosta dorata, piccante e saporita tutt’attorno, in gustoso contrasto con la delicata carne dell’interno. La pietanza veniva servita ancora calda, con una spennellata di olio e peperoncino di cottura.

Per altri autori la preparazione in questione è quella occorrente per la salsa ajoli. Il nome, spesso scritto anche allioli o all-i-oli, ne evoca l’origine catalana e significa letteralmente "aglio e olio". Tipica di tutta l’area mediterranea, questa salsa è uno squisito accompagnamento per pietanze a base di pesce. Sebbene vi siano diverse versioni per la ricetta di tale condimento, il procedimento di base è per tutte lo stesso: quattro o cinque spicchi di aglio da macinare in un mortaio; l’aggiunta di un filo d’olio con cui mescolare il composto fino ad ottenere una sostanza cremosa; uno o due rossi d’uovo da aggiungere lavorando il tutto come fosse una maionese.  Il peperoncino, da macerare insieme all’aglio e che pertiene ad alcune varianti della ricetta, rende particolarmente profumata e saporita questa particolare salsa.

A quale delle due preparazioni faccia riferimento la raffigurazione di Velasquéz ci aiutano a dedurlo alcuni altri indizi presenti nel dipinto. Un‘ anziana donna, posta alle spalle della fanciulla intenta a cucinare, quasi addossata ad essa, ci conduce verso il piano di fondo dell’opera allorché ne seguiamo la linea virtuale che ella stessa indica con il dito e che ci conduce dove si sta svolgendo un’altra scena, quella che svela il reale soggetto dell’opera: Cristo in casa di Marta e Maria.

Il racconto dell’ingresso di Cristo nella casa delle sorelle di Lazzaro lo troviamo nel Vangelo di Luca (Lc 10,38-42). Si tratta di un soggetto particolarmente caro all’arte pittorica, probabilmente per le suggestioni interpretative alle quali nel tempo si sono prestate le figure di Marta e Maria.

Il racconto evangelico narra, infatti, di Marta che, presa dall’intento di disporre al meglio l’accoglienza di Gesù nella sua casa chiede proprio a costui di esortare Maria, rimasta seduta ai piedi del Maestro ad ascoltarne la parola, ad aiutarla negli aspetti pratici dell'accoglienza, con il   risultato di ricevere, ella stessa, da Gesù un rimprovero per la troppa agitazione che non le stava permettendo, come invece accadeva per Maria, di cogliere la parte migliore della sua visita.

Troviamo così un lungo filone di rappresentazioni più descrittive, dall’affresco trecentesco di Giovanni da Milano, dipinto per la Chiesa di Santa Croce a Firenze, al Jesus in the House of Mary and Martha  realizzato da Friedrich Overbeck nel 1815. In mezzo, contiamo almeno una cinquantina di capolavori, tra i quali spiccano quelli firmati da Jacopo Tintoretto (1567) e da Jan Veermer (1653). In tutti questi dipinti, la fedeltà al racconto evangelico si esplica nella messa in evidenza del contrasto di azione tra le due sorelle: materiale e affannato quello di Marta, spirituale e contemplativo quello di Maria.

Diego Velasquéz, Cristo in casa di Marta e Maria, 1618 c., particolare

È, tuttavia, nel XVII secolo che tale fedeltà descrittiva si apre a composizioni in cui il contrasto è più sfumato, in un dialogo in cui sacro e profano si intrecciano ed in cui anche il ruolo di Marta appare in qualche modo riscattato grazie all’introduzione di elementi che, legati al cibo, conferiscono alla sua azione un’aura di preveggenza e di spiritualità. L’opera di Diego Velasquéz appare evidentemente ascrivibile entro questo filone.

Portando l’episodio entro lo scenario del quotidiano, nella pittura di genere del XVII secolo, della generosa Marta, la donna che incontra il Cristo per la strada e lo invita ad entrare nella sua casa, viene anticipata la profonda professione di fede che ella pronuncerà in occasione della morte del fratello Lazzaro, come ci riporta Giovanni (Gv. 11,27): “Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”.

Da questo punto di vista, l’opera del pittore sivigliano è davvero densa di significato. L’artista vi anticipa una soluzione che adotterà in altri dipinti e che renderà celebre il più famoso Las Meninas: la scena evangelica è riflessa in uno specchio e per noi spettatori, che siamo entrati virtualmente nel dipinto, essa si svolge dunque dietro le nostre spalle.   Ci accorgiamo di quanto gli elementi della natura morta siano trattati con intento realistico, con un’attenzione al dettaglio   tipica dei dipinti fiamminghi, ai quali Velasquéz guarda anche per la struttura compositiva dell’immagine a due livelli.   L’espediente dello specchio rientra in quegli accorgimenti con i quali gli artisti cercavano di spingere lo spettatore ad indagare lo spazio. Non solo quello limitato da una cornice e quindi tale da confinare in essa anche un tempo più o meno definito, quanto uno spazio che, grazie alla visione, per così dire, dilatata permessa dallo specchio, all’inclusione di una sorta di “fuori campo”, consente di percepire come dilatato anche il tempo. La scena reale si svolge, dunque, in uno spazio che stando alle spalle dello spettatore evoca una temporalità lontana, trascorsa. Grazie allo specchio che la riflette, la stessa scena è portata davanti a noi, concreta e atemporale, in tutta la pienezza del suo significato.

Quanto ci permette di legare i due piani, è l’accorgimento teatrale, dalla forte presa comunicativa, della giovane che pesta gli ingredienti nel mortaio, che ci riporta alla questione di quale sia il piatto che sta preparando.  Quanto considerato, orienta verso la salsa ajoli, in virtù del ruolo dominante che vi giocano l’aglio e il peperoncino e per il fatto che accompagna il pesce.

Il significato allegorico degli ingredienti è facilmente intellegibile, rientrando nella più classica delle simbologie cristologiche. Come già ricordato in altri contributi sul tema, il pesce è sin dai primordi dell’iconografia cristiana simbolo stesso di Cristo, essendo la parola greca che lo indica, ΙΧΘΥΣ, acronimo formato con le iniziali della frase che tradotta dal greco significa “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”. Sull’uovo si è già scritto in questa rubrica (cfr. Mirum in Ovo). Sia che si guardi alla tradizione pagana, sia che si consideri quella cristiana, il suo significato allude sempre all’eterno ritorno in vita, alla rinascita e alla Resurrezione.

L’olio, spesso citato in numerosi passi biblici, è simbolo di sapienza, di missione specifica conferita da Dio. L’Unto del Signore è la persona consacrata a Gesù.

L’aglio, per le sue ampie proprietà benefiche e terapeutiche, tra le quali quella di essere un antibiotico naturale  contro le infezioni gastrointestinali, è assunto in moltissime tradizioni popolari come essenza per scacciare le influenze maligne. Anche al peperoncino è possibile attribuire il significato di rinforzo apotropaico, sia in funzione delle sue qualità benefiche per l’organismo umano sia in virtù del suo colore rosso e del suo sapore intenso e piccante.

Mentre l’episodio di Cristo in casa di Marta e Maria è reso presente alla nostra realtà      contingente dalla descrizione pittorica rispettosa delle convenzioni iconografiche, è dove non ci si aspetterebbe mai di trovarlo che invece appare il vero messaggio spirituale racchiuso nell’opera: sulla tavola, nell’ordinario, nel quotidiano. La fanciulla, la cui espressione tradisce la preveggenza circa la sorte del Cristo, ci mostra come “accompagnarne” il cammino. Ella ha la forza e il vigore di Marta ma anche la spiritualità intensa di Maria.

Ci invita a cena: una cena nella quale il pesce sta al Cristo come l’ospite sta alla salsa.

Bibliografia e sitografia di riferimento

  • Pino Blasone, Il sacro sullo sfondo. Dall’arte sacra alla pittura di genere.
  • Corsato, B. Aikema (a cura di), Alle origini dei generi pittorici fra l’Italia e l’Europa, 1600 ca., Zel Edizioni, 2013.
  • L. Falhenburg, Iconographical connections between Antwerp landscapes, market scenes and kitchen pieces,1500-1580.
  • Freedberg, The Hidden God: image and interdiction in the Netherlands in the Sixteenth Century.
  • Victor Stoichita, L’ invenzione del quadro. Arte, artefici e artifici nella pittura europea, Il Saggiatore 2004.
  • Ave Appiano, Bello da mangiare, Il cibo dall’arte al food design, Cartman Edizioni, 2012
  • https://www.milanoplatinum.com/il-sacro-sullo-sfondo-fine.html
  • http://polisemantica.blogspot.com/2019/04/la-simbologia-nel-cristo-casa-di-marta.html

Laureata in Lettere moderne, con indirizzo Storico Artistico, alla Sapienza di Roma, sua città natale e in Scienze Psicologiche Applicate all’Aquila, insegna Storia dell’Arte negli istituti di istruzione secondaria superiore.  

Collabora da più di un decennio con l’Università  degli Studi Roma Due di Tor Vergata nell’ambito della formazione agli insegnanti e da alcuni anni come docente a contratto con la cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea dell’Università degli Studi Roma Due di Tor Vergata.

È, inoltre, cultrice di materia presso la cattedra di Psicologia scolastica e delle dinamiche dei processi educativi all’Università LUMSA di Roma. Interessata da sempre allo studio dell’analisi e dell’interpretazione delle immagini, al fine della comprensione del loro significato e degli eventuali simboli in esse rappresentati, ha all’attivo diverse pubblicazioni scientifiche.

Da diversi anni si occupa dello studio della relazione tra arte e pubblicità

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