Ah, che bell’ ‘o cafè….

Il ritornello della famosissima canzone diceva: “Solo a Napule ‘o sanno fà”! E siamo certi che non vi sarà alcun dubbio anche per voi sull’evidenza che il caffè sia un prodotto dall’aroma e gusto unici, indispensabili per il risveglio (e non solo) di ogni italiano, che ama coccolarsi con quel breve piacere generato dal sorseggiare il nostro famigerato espresso italiano.  E ogni napoletano può considerarsi una sorta di “alchimista” del caffè: dai proprietari dei più famosi bar e caffetterie locali, alle donne di casa, che da secoli tramandano le tradizioni locali di generazione in generazione, ognuno ha una propria teoria, almeno un trucco e un procedimento che prende quasi le sembianze di un “rito” per preparare la bevanda.

Certo, il buon caffè non si trova “solo” a Napoli. Ma ciò che è da riconoscere alla popolazione locale è l’aver avuto un ruolo fondamentale, in epoca ottocentesca, nel perfezionare un prodotto inventato in realtà da un parigino, tale Morize, che nel 1819 brevettò la prima “caffettiera napoletana” (chiamata anche semplicemente “napoletana” o “cuccumella” nel gergo locale). Nel corso degli anni fu poi sostituita dalla moka, la quale, inventata negli anni ’30, andò pian piano a sostituire la napoletana nelle case di tutti gli italiani.

La Napoletana, dunque la prima versione delle più moderne caffettiere, fu prodotta originariamente in rame, e solo verso la fine dell’Ottocento la versione tradizionale diventa in alluminio. Oggi si può trovare ancora in commercio, spesso riprodotta nel suo aspetto più tradizionale come oggetti di design dal tocco retrò. Ha una particolarità nella parte che funge da serbatoio della bevanda: esso è infatti dotato di un beccuccio che, in fase di cottura, è voltato verso il basso e non verso l'alto, con la caratteristica di dover capovolgere la caffettiera, a caffè pronto, per consentire all’acqua bollente di attraversare il caffè contenuto nel filtro. Da questa evidenza è facile comprendere quanto il caffè ottenuto in questo modo fosse comunque “lungo” rispetto all’espresso attuale, richiedendo anche dieci minuti di percolazione, con un risultato all’epoca ancora molto simile alla preparazione del caffè “alla turca”.

Infatti, prima dell’arrivo di questi moderni marchingegni, il caffè era preparato nei samovar, contenitori metallici tradizionalmente usati in Russia e adottati anche in molti stati vicini, tra cui paesi slavi, Iran e Kashmir. Il caffè di preparava immergendo nell’acqua un sacchetto di tela contenente la polvere di caffè e legato con un cordoncino, quindi come un classico infuso. Precedentemente, a partire dai primi decenni dopo la scoperta delle Americhe fino al Settecento, in Europa si usava semplicemente bollire la polvere nell’acqua, una modalità che rendeva difficoltoso bere il caffè in quanto si portavano alla bocca i fastidiosi fondi. 

La prima caffettiera di cui si ha comunque notizia è quella etiope, detta jabena, un contenitore di terracotta che si faceva sempre più stretto fino ad arrivare al collo e munito di un beccuccio, mentre in Turchia una versione simile è quella dell’ibrik, comunemente usato ancora oggi con cui si prepara, appunto, il caffè alla turca, dalla tipica consistenza “sciropposa” che richiede appositi utensili per essere ottenuto correttamente. Non a caso proprio l’Etiopia, inoltre, è il paese africano che viene ritenuto dagli studiosi come luogo fra i più probabili in cui ebbe origine questa pianta speciale che produce i suoi migliori frutti nella fascia equatoriale. Per gli abitanti locali il caffè prende il nome di “bunna” e ha dato luogo a un vero e proprio rituale di servizio, proprio come quello del tè in paesi come Cina e Gran Bretagna.

Scritto da Sara Albano

Diplomata al liceo linguistico internazionale di Taranto, sua città di nascita, raggiunta la maggiore età sceglie di seguire il cuore trasferendosi nella food valley d’Italia, conseguendo la laurea magistrale in scienze gastronomiche presso l’Università di Parma, per poi intraprendere un master in Marketing e Management per l’Enogastronomia a Roma e il percorso per pasticceri professionisti presso la Boscolo Etoile Academy a Tuscania, dopo il quale ha subito inizio il suo lavoro all’interno della variegata realtà di Campoli Azioni Gastronomiche Srl,  dove si occupa oggi di back office, redazione e project management a 360°, sia in ambito di ristorazione ed eventi, che in ambito di attività che coniugano la gastronomia ai settori dell’editoria, del marketing e della comunicazione. 

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